Internazionale

MADIBA E L’IPOCRISIA IMPERIALISTA

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Ancora una volta ce l’hanno fatta, missione compiuta, a chi importerà da domani del continente nero, delle sue contraddizioni e del continuo colonialismo che lo attanaglia, cosi come le zone più povere che stanno sempre più conquistando territori nel mondo(Europa inclusa), manco fossero dei campioni di risiko. Almeno la prassi dei funerali di Mandela ha visto i grandi della terra presentarsi in Africa con l’abito della festa, nell’abituè o più alla francese habituè, come la magica coppia Hollande-Sarkozy tanto per citarne una, nella prassi più consueta quando di mezzo c’è l’interesse economico , preferiscono presentarsi con strane persone in mimetica ed armate fino ai denti. Nel terzo mondo ti accolgono anche cosi,lo fanno da secoli,ci dicono,in realtà lo subiscono da secoli. Ci sono i media di tutto il mondo pronti a rimettere il Sudafrica sotto il loro teleobiettivo, forse quel Mandela o come lo chiama più affettuosamente il suo popolo, Madiba, è stato veramente un grande,un esempio,ma non ci racconteranno troppo la sua vera storia,l’emulazione potrebbe far nascere altri eroi del bene. Cosi scopriamo dai documentari e dalle molte ore di diretta tv,che Mandela è un mix tra Gandhi e Madre Teresa,che il Sudafrica si libera dall’apartheid grazie chissà a quale spirito santo e pace amen per tutte le anime di buona volontà. No mio caro impero, Mandela è stato un grande rivoluzionario nel pensiero e nei fatti,nel corso della sua lotta è riuscito ad interagire benissimo col suo popolo,anche dal carcere,alternando la lotta armata fatta di sabotaggi alle strutture logistiche dei razzisti ma nello stesso tempo,più avanti, cercando il dialogo pacifico con l’opinione pubblica di un occidente che s’indigna sempre troppo tardi. Noto che nessuno non si è neanche sognato di mettere la Thatcher e il suo amico d’oltreoceano Reagan sul banco degli imputati, beh dai che sarà mai,hanno solo appoggiato ed aiutato un governo di bianchi che ha solamente ghettizzato la maggioranza nera,suvvia in quegli anni l’orco cattivo stava al di là del muro di Berlino, non vi ricordate erano quelli che facevano più morti dell’intera somma degli essere viventi della terra. Ma in quegli anni c’era e c’è ancora una piccola figlia dell’Africa,che porta ancora i segni del colonialismo ma nello stesso tempo si ricorda di quella sua mamma nera che arrivò nei Caraibi in catene e che le insegnò la gioia dei propri canti oltre a la fratellanza reciproca, la stessa che qualche decennio prima vide un medico argentino provarci per davvero in Congo,la stessa,che ritornerà in terra d’Africa più avanti al fianco di quei popoli che pagano ancora il lacerante dominio coloniale. Quella stretta di mano tra Raul Castro ed Obama ha eccitato la stampa come da tempo non si assisteva, ma nello stesso tempo ha offuscato il giusto riconoscimento alla battaglia di Cuito Cuanavale,siamo nel 1988, ed il Sudafrica razzista incassa una bruciante sconfitta in terra straniera dalla coalizione angolana-cubana,che oltre a mantenere l’indipendenza dell’Angola,da ancor più speranza a Mandela e al suo popolo di spezzare le catene della schiavitù. Questa è la risposta a chi si meraviglia del viaggio di Madiba a Cuba del 1991 ed il suo commosso grazie allo sforzo di un popolo che vide moltissime vite umane finire sotto il sol d’Africa,cosi come molti furono i morti all’interno del Sudafrica per un sogno che si racchiude in una fantastica parola:libertà. D’altronde il sangue che scorre nelle vene non mente e quei tantissimi chilometri che dividevano le due terre, non sono niente, quando è un tuo fratello a chiedere aiuto. Oggi il Sudafrica ha davanti a se un percorso lungo e tortuoso, il suo grande leader ha guidato il popolo alla sconfitta dell’apartheid, ma quei secoli di schiavitù non riusciranno mai ad essere cancellati in poco tempo. Mandela non lascia il suo Sudafrica perché la sua grande intelligenza di pensiero sarà uno stimolo a migliorarsi per le nuove generazioni che dovranno vincere le segregazioni di etnie al fine di avere finalmente una società multietnica.Il nuovo Sudafrica post-Madiba non dovrà più permettere episodi come quelli dell’agosto 2012,quando sotto il fuoco della polizia caddero a terra i corpi dei minatori di Marikana che richiedevano salari e condizioni di lavoro migliori alla multinazionale britannica Lonmin. L’impero nonostante l’ipocrisia e le lacrime di coccodrillo viste ai tuoi funerali,non si fermeranno davanti agli interessi economici,continueranno ad interferire e depredare le materie prime,ma in cuor nostro tifiamo affinchè si troveranno davanti il tuo popolo,che purtroppo vive ancora in una tremenda povertà post-coloniale, ma che potrà contare sulla forza del tuo esempio,delle tue azioni e di quel coraggio che a mio modo di vedere forgerà un futuro colto,intelligente ed umanitario. Come tutti i grandi lo sapevi anche in vita che non potrai mai riposare,perché le vite eccezionali non se ne vanno ed il tuo pensiero rivoluzionario è un altro tassello alla speranza di un mondo migliore.

Mattia Milani – Associazione Italia-Cuba Lecco
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Non possiamo, come Giovani Comunisti Lecco, rivederci completamente nella lettera di solidarietà al Presidente Hugo Chavez dei compagni e delle compagne di Monza e Brianza

LETTERA DI SOLIDARIETA’ AL PRESIDENTE CHAVEZ
Alla Sezione Italiana della Joventud del Partido Socialista Unido de Venezuela
Al Presidente e al popolo Venezuelano,
Ai solidali e ai lavoratori d’Italia,
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Lo scorso ottobre il popolo venezuelano è stato chiamato al voto per le elezioni presidenziali ed ha scelto di proseguire il cammino della rivoluzione bolivariana guidata dal PSUV, dal Grande Polo Patriottico e del presidente Hugo Chavez. Il 10 gennaio Chavez assumerà nuovamente le funzioni di presidente. L’opposizione capitalista e filoamericana del Venezuela punta a destabilizzare il paese e il governo – democraticamente eletto – attraverso uno sciopero nazionale. Condannando pienamente quest’iniziativa, riteniamo di non commentare ulteriormente l’indegna strumentalizzazione operata sulle condizioni di salute del Comandante Chavez da parte di un’opposizione senza scrupoli e senza più risorse. Dichiariamo invece una nostra convinzione, profondamente legittimata da numerosi precedenti nella storia Venezuelana: il popolo del Venezuela è ormai convintamente instradato sulla strada del socialismo il debole consenso delle opposizioni liberali determinerà il fallimento di ogni azione controrivoluzionaria. E’ fallito il tentato colpo di stato del 2002. E’ fallito l’intento del referendum popolare sulla destituzione di Chavez del 2004. Sono falliti gli altri “scioperi” e le serrate padronali. L’opposizione ha perso innumerevoli confronti elettorali, da ultima la corsa per la Presidenza dello Stato di Miranda, nonostante l’assenza sul territorio nazionale del Comandante Chavez e il silenzio del suo passionale carisma. L’opposizione infatti è sconfitta quotidianamente di fronte ai successi sociali della Rivoluzione Bolivariana, alla sanità portata nei quartieri e nelle foreste, all’istruzione, ai diritti del lavoro, alla crescente occupazione, alla fruttuosa gestione pubblica delle risorse territoriali e del sistema produttivo, alla drastica riduzione della povertà, all’investitura del popolo come unico detentore del Potere.
Portiamo nuovamente il nostro sostegno al governo venezuelano, condannando ogni tentativo di controrivoluzione che l’imperialismo e il capitale cercheranno di opporre alla più importante esperienza socialista del XXI secolo. Ci uniamo infine idealmente alla grande manifestazione annunciata per il 10 gennaio a sostegno del Presidente.

Giovani Comunisti Monza e Brianza – Partito della Rifondazione Comunista
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121119gaza3Il Comitato Politico Nazionale del Partito della Rifondazione comunista esprime la propria assoluta condanna dell’aggressione israeliana nella striscia di Gaza, ed esprime la propria solidarietà al popolo palestinese e alla popolazione di Gaza, vittima dell’ennesima campagna brutale di bombardamenti e di un embargo criminale che ha ridotto la striscia ad una prigione a cielo aperto.

Denuncia la vergognosa posizione degli Usa e dell’Europa, cosi come del governo italiano , di sostegno all’ennesima violazione del diritto internazionale da parte di Israele. Occorre respingere la campagna mediatica tesa a mistificare la realtà, rovesciando ruoli di vittime e carnefici, presentando questa nuova  aggressione come difesa.

Questa guerra è frutto di un cinico calcolo da parte del governo reazionario di Tel Aviv in vista delle prossime elezioni e dell’imminente votazione dell’assemblea dell’ ONU sul riconoscimento della Palestina.

Chiediamo l’immediata fine dei bombardamenti , sosteniamo e partecipiamo alle mobilitazioni che in tutto il Paese si stanno organizzando, per la fine dell’occupazione e dell’apartheid, per il riconoscimento della Palestina alle Nazioni Unite, per il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese, contro ogni ipotesi di nuove guerre.

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Mentre in Italia parla la Polverini e si parla della Polverini, all’assemblea dell’Onu ha parlato una donna che val la pena di ascoltare. Si chiama Dilma Rousseff, è la presidente del Brasile, un continente di 200 milioni di abitanti. Non ha parlato di ostriche e soprattutto non si è dovuta difendere, ma ha attaccato i “potenti” del mondo. Ha detto che senza uno Stato per la Palestina non vi sarà pace in Medio Oriente, che va tolto l’embargo su Cuba che va sviluppato il multilateralismo. Un bel discorso che ci dice che ci sono tante forze nel mondo che lottano per il cambiamento. Qui di seguito la traduzione del suo intervento.

120926brasile                                                 di Gennaro Carotenuto, da”Essere comunisti”
Riportiamo la trascrizione, il più letterale possibile, del discorso, alto, di Dilma Rousseff, presidente del Brasile, che ha inaugurato il dibattito nell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Dilma ha parlato tra l’altro dei diritti delle donne, ha criticato le politiche fiscali ortodosse, ha chiesto la riforma urgente del consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, ha chiesto il pieno riconoscimento della Palestina come Stato, la fine dell’embargo contro Cuba e ha fatto un appello contro l’islamofobia occidentale, per la lotta al cambio climatico e per il multilateralismo (gc).
Signor presidente, per molti noi donne siamo l’altra metà del cielo. Noi vogliamo essere anche la metà della terra. L’uguaglianza di diritti e di opportunità, libere da discriminazione e violenza può contribuire alla piena emancipazione di tutti. Purtroppo costato la permanenza di tutti i problemi che sollevavo già un anno fa e che oggi sono ancora più urgenti.
La grave crisi economica iniziata nel 2008, si è aggravata a causa delle politiche fiscali oltrodosse. Il mondo sviluppato non è capace di aiutare la crescita. La politica monetarista non può essere l’unica risposta ai problemi del mondo e alla disoccupazione. I paesi emergenti perdono mercato a causa della svalutazione artificiale delle monete sviluppate. Pertanto dobbiamo difenderci: quello che chiamano protezionismo è legittima difesa dalle politiche fraudolente del primo mondo che causano una vera guerra cambiaria.

Il Brasile sta facendo la sua parte, con una politica economica prudente, accumulando riserve, riducendo il debito con politiche sociali innovatrici che hanno aiutato 40 milioni di brasiliani a uscire dalla povertà. Nonostante la crisi stiamo mantenendo i livelli di impiego e stiamo continuando a migliorare le condizioni dei lavoratori. Stiamo dimostrando che quello tra crescita e contenimento della spesa è un falso problema. Il contenimento della spesa è altrettanto necessario come le politiche espansive. L’austerità non accompagnata da politiche di crescita è negativa. Noi abbiamo aumentato le spese in infrastrutture ed educazione per produrre scienza, tecnologia e innovazioni.

L’Oriente Medio e il Nord Africa hanno visto importanti movimenti sociali rovesciare regimi dispotici per iniziare processi di transizioni. In tutti questi movimenti vi era la rivolta contro povertà, disoccupazione e assenza di libertà civili. Si trovano in questi anche le conseguenze delle rivendizioni storiche contro politiche coloniali e neo-coloniali imposte da nazioni che si suppongono civilizzatrici e gli interessi economici delle quali invece sono chiari. Il Brasile condanna la violenza in questi paesi.

In Siria c’è un dramma umanitario. Sul governo di Damasco ricade la maggior parte delle responsabilità, ma vanno riconosciute anche le responsabilità dell’opposizione armata, soprattutto di quella che conta sull’appoggio logistico dall’esterno. Come presidente di un paese con milioni di discendenti di siriani faccio un appello per una mediazione: non c’è soluzione militare al conflitto siriano, quella diplomatica è l’unica opzione.

Signor Presidente, denuncio con forza l’aumento incontrollato di pregiudizi islamofobici nei paesi occidentali. Il Brasile è protagonista dell’alleanza tra civiltà iniziata dal governo turco. Denuncio che in Medio oriente c’è il principale pericolo alla pace internazionale. Denuncio che nel 2011 è stato disprezzato da parte israeliana l’aiuto offerto dal governo brasiliano per una soluzione diplomatica del conflitto israelo-palestinese con il riconoscimento dello Stato palestinese come sovrano nelle nazioni unite. Solo una Palestina sovrana potrà riconoscere ad Israele il suo legittimo diritto alla pace e alla sicurezza con i suoi vicini.

La comunità internazionale non riesce a contenere i conflitti regionali. Il problema principale è la mancanza di rappresentatività del consiglio di sicurezza delle nazioni unite che non è più capace di fermare le crisi. Non possiamo permettere che questo consiglia sia gestito con l’uso della forza al di fuori del diritto internazionale. Il ricorso a tali azioni è prodotto dell’impasse del Consiglio. Il Brasile è dalla parte dell’ONU ma vuole azioni legittime.

Il multilateralismo è oggi più forte dalla Conferenza di Río+20 di giugno 2012. Oggi si sta conformando un nuovo paradigma nella crescita sostenibile e inclusiva. Riconosciamo gli sforzi del segretario generale per lo sradicamento della povertà e la gestione responsabile delle risorse naturali. Siamo qui per definire tali obbiettivi e portarli avanti con la responsabilità di affrontare il problema del cambio climatico come la principale sfida per le generazioni presenti e future. Il Brasile dal 2009 si è impegnata in questo, con particolari oneri per un paese in via di sviluppo e che vuole accrescere il benessere della propria popolazione. Adesso ci aspettiamo che anche i paesi più sviluppati, che sarebbero meglio attrezzati di noi a realizzare questi obbiettivi, rispettino gli impegni con la comunità internazionale.

In uno scenario di crisi economiche, umanitarie e ambientali il Brasile lavora per la democrazia, la pace, la giustizia sociale.
Abbiamo avanzato molto nell’integrazione dell’America latina e dei Caraibi come priorità per il nostro inserimento internazionale. La nostra regione è un esempio per il mondo. Abbiamo raggiunto un sistema di stato di diritto, superando la stagione dei regimi autoritari e lo stiamo preservando e rafforzando. Per noi la democrazia va sempre difesa. Unasur e Mercosur sono fermi nel difenderla. Integrazione regionale e democrazia sono principi inseparabili. Riaffermiamo il nostro impegno a mantenere libera la regione da armi di distruzione di massa, in un mondo che invece ne possiede in gran quantità e minaccia tutta l’umanità. Svuotino gli arsenali e riempiano i granai.

Infine, signor presidente, voglio parlare di un paese fratello per tutta l’America latina: Cuba.
Cuba sta realizzando un aggiornamento del proprio modello economico. Per avanzare in questo aggiornamento ha bisogno dell’appoggio sia dei paesi vicini che di quelli lontani. Cuba è danneggiata dall’embargo economico da decenni. È ora di far finire questo anacronismo condannato dalle Nazioni Unite.

Signor presidente il Brasile ospiterà le Olimpiadi tra quattro anni e i Mondiali tra due anni. In quelle occasioni l’umanità sembra risvegliare valori che dovremmo rispettare sempre. Nell’inaugurare questa assemblea propongo di farsi guidare dai valori olimpici. Oggi il multipolarismo apre una nuova prospettiva storica. È necessario lavorare per questa, per fare prevalere la cooperazione sullo scontro e il dialogo sulla forza per rendere le nazioni unite più partecipative e pertanto più efficaci.

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Hugo Chavez e l’era dell’alternativa

L’elezione a presidente della Repubblica di Hugo Chavez, nel 1998 e l’approvazione della nuova Costituzione venezolana nel 1999 hanno certamente aperto una nuova era per il Venezuela e l’America Latina. Epoca segnata da importanti affermazioni dei diritti sociali e della partecipazione democratica. Fatto sta che mai come negli anni dal 1998 ad oggi in Venezuela si è votato per elezioni presidenziali, politiche, locali, referendum costituzionali e revocatori e sempre Chavez ne è uscito vittorioso, con l’unica eccezione del referendum del dicembre 2007, perso per un’incollatura, probabilmente perché prospettava, insieme alla rieleggibilità, una serie di modifiche di troppo ampia portata.

Contemporaneamente sono cresciuti momenti di partecipazione popolare diretta ed è stato grazie alla mobilitazione del popolo venezolano che è stato sconfitto, poco più di dieci anni fa, il tentativo di golpe con il quale oligarchie locali, potere imperiale statunitense e governo spagnolo, fra gli altri, avevano tentato di far fare a Chavez la fine di Salvador Allende. Senza riuscirci.

Per questi motivi suonano un po’ patetiche le strida che si levano da qualche parte per denunciare la presunta natura dittatoriale del governo venezolano. Se per dittatore si intende, come si dovrebbe per dare un senso comune alle parole, qualcuno che governa contro la volontà del popolo, questo non è certamente il caso del presidente Chavez. Eletto più volte ad ampia maggioranza e fortemente amato da moltissimi venezolani. Non tutti ovviamente, perché c’è anche chi con Chavez ci ha rimesso, ma è la legge della democrazia e della lotta di classe, o stai da una parte o stai dall’altra. E Hugo ha deciso, in omaggio alle sue origini popolare e meticce, ai suoi studi approfonditi e fruttuosi all’Accademia militare, alle sue riflessioni di ufficiale patriottico, di stare dalla parte del popolo.

E il popolo lo ha capito. Per questo motivo è molto probabile che, nonostante i suoi problemi di salute, Hugo Chavez, come dicono anche i sondaggi, verrà rieletto presidente della Repubblica bolivariana di Venezuela alle elezioni del prossimo ottobre.

Ma la portata della sua esperienza non si ferma certo lì. Innanzitutto perché Hugo è uno dei protagonisti, insieme ad altri leader come l’ecuadoriano Rafael Correa, l’argentina Cristina Fernandez, la brasiliana Wilma Roussef, il boliviano Evo Morales, l’uruguayano Pepe Mujica, il nicaraguense Daniel Ortega, il cubano Raul Castro e altri, di una nuova stagione di integrazione e protagonismo dell’America Latina sulla scena mondiale, che segna un indubbio rinascimento di quel bellissimo continente dopo gli anni tristi delle dittature e del neoliberismo. Pur con sfumature differenti e sistemi che mantengono sensibili diversità, gli Stati dell’America Latina costituiscono oggi degli avamposti a livello mondiale nella lotta al liberismo e per una democrazia effettivamente partecipata. Essi sono inoltre definitivamente usciti da quasi due secoli di sudditanza nei confronti degli Stati Uniti. Cosa della quale Obama dovrebbe prendere finalmente atto anche per conferire maggiore forza d’attrazione alla sua candidatura, abbandonando ogni velleità imperialista e dedicandosi ai gravi problemi del suo Paese.

Ma anche perché l’esperienza venezolana, contrassegnata come detto da partecipazione popolare e diritti sociali, attraverso la formula inedita delle misiones nei campi di salute, istruzione, abitazione, lavoro, alimentazione, ecc. va studiata e applicata anche nell’Europa oggi soggetta a un preoccupante declino della sua coesione e dei suoi livelli di civiltà, nel segno delle privatizzazioni dei beni pubblici e del dominio incontrastato della finanza.

E sul piano politico? Anche qui si possono cogliere alcuni parallelismi tra la storia del Venezuela, nel quale ogni progresso sociale e democratico è stato a lungo pregiudicato dal patto di Punto Fijo tra forze solo apparentemente alternative come il democristiano COPEI e il socialdemocratico Ad, e quella italiana degli ultimi mesi, con il patto bipartisan che sostiene il governo Monti e che durerà ancora a lungo. In Venezuela l’era dell’alternativa è cominciata quando è emerso l’elemento in grado di scardinare il governo del pensiero unico, un leader carismatico sostenuto da un movimento popolare. E in Italia?

ilfattoquotidiano.it

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Tornano i golpe in America Latina? Destituito Lugo in Paraguay

Sembra una reviviscenza del vecchio golpismo pro-statunitense, come anticipato ieri da una nostra corrispondenza da Asuncion.

        Il Paraguay ha un nuovo capo dello Stato. Il vicepresidente Federico Franco ha preso il posto del presidente Fernando Lugo, che è stato destituito ed ha accettato di lasciare il potere al termine del via libera del Senato ad un processo di impeachment approvato dal Senato.

Franco, 49 anni, ha giurato nella notte ad Asuncion poche ore dopo l’approvazione dell’impeachment di Lugo, un ex vescovo di sinistra di 61 anni. Lugo era stato accusato di «inettitudine e mancanza di decoro»; in particolare gli veniva imputata una responsabilità per l’aumento della violenza nel paese, sfociata la settimana scorsa negli scontri tra polizia e contadini che occupavano una fattoria, con un bilancio di 17 morti, tra i quali 8 agenti.

Il testo che era stato presentato al Senato contro Lugo dall’estrema destra contiene però alcune argomentazioni molto esplicite chiare, come la presunta responsabilità del presidente per «l’insicurezza» nel paese e il fatto di aver favorito «un clima di confronto politico» ad Asuncion. Come si sa, a destra il “confronto” è una bestemmia; meglio se comandano loro, senza mezzi termini.

L’impeachment è stato approvato con 39 voti favorevoli e 4 contrari. Il giorno prima la destituzione era stata votata a larga maggioranza anche dalla camera bassa del Congresso. Entrambe le camere del parlamento sono dominate dall’opposizione a Lugo.

Poco dopo la destituzione, nella centrale Piazza delle Armi di Asuncion, dove fin dal mattino si erano radunati migliaia di simpatizzanti del capo dello Stato, per lo più contadini, sono scoppiati scontri con la polizia intevenuta per “proteggere” il nuovo presidente dal “suo” popolo.

In un discorso alla nazione, anche per evitare un bagno di sangue, Lugo ha annunciato di aver accettato di lasciare il potere.

Il vicepresidente Federico Franco, ex alleato di Lugo, era diventato negli ultimi tempi il suo principale avversario. L’impeachment è stato intanto respinto dal’Unione delle Nazioni Sudamericane (Unasur). Il venezuelano Ali Rodriguez ha avvertito che i paesi dell’Unasur potrebbero applicare la ‘clausola democratica’ prevista dall’organismo, e non riconoscere quindi il governo che prenderà il posto dell’esecutivo di Lugo.

Il presidente dell’Ecuador, il socialista Rafael Correa, ha assicurato che «l’unico governo legittimo che Quito riconosce in Paraguay è quello presieduto da Fernando Lugo». Correa ha precisato la propria posizione via Twitter, poco dopo il giuramento ad Asuncion del nuovo capo dello Stato.

http://www.contropiano.org/it/esteri/item/9806-tornano-i-golpe-in-america-latina?-destituito-lugo-in-paraguay

L’editoriale. La lezione di Syriza – di Paolo Ferrero

Il risultato delle elezioni greche segna una svolta nella situazione europea. Per la prima volta dopo la vittoria del neoliberismo, dopo gli anni ’80, una forza di sinistra, dichiaratamente antiliberista e anticapitalista, raggiunge una percentuale del 27%. Lo fa in nome di un’altra Europa, di una Europa democratica basata sui diritti sociali e civili, dove il rovesciamento delle attuali politiche europee non è finalizzato ad un nuovo nazionalismo ma ad una Europa dei popoli e dei lavoratori.
Dopo tante chiacchiere sull’importanza dei partiti socialisti, il punto vero, sul piano politico, lo sta ponendo Syriza in Grecia, cioè l’anello più debole della catena. Ed il punto è semplice: visto il palese fallimento delle politiche recessive basate sulla distruzione del welfare e dei diritti dei lavoratori, è sufficiente oggi per uscire dalla crisi affiancare a queste politiche un po’ di investimenti come chiedono i socialisti? E’ del tutto evidente che la risposta è no, mille volte no. Non solo perché il Fiscal Compact condannerebbe l’Europa ad una recessione senza fine, ma perché la crisi – innescata dalla speculazione – ha le sue radici in una ingiusta distribuzione del reddito e nei meccanismi di fondo di funzionamento della globalizzazione e dell’Unione Europea. Se non si mette mano alle questione di fondo, semplicemente dalla crisi non si esce.
Per questo la Grecia è importante, perché Syriza (che fa parte del Partito della Sinistra Europea come Rifondazione Comunista, il Front de Gauche, Izquierda Unida, la Linke) ha posto i nodi di fondo che l’Europa deve affrontare. Dicendosi indisponibile ad accettare il memorandum che sta demolendo l’economia greca, ha posto la questione centrale per il nostro futuro ed ha su questo raccolto il 27% dei consensi.
Va anche sottolineato che Syriza è il primo partito in tutte le città e tra le persone con meno di 55 anni. Nuova Democrazia ha vinto grazie al voto dei contadini e dei centri rurali dove la crisi ha meno sconvolto i legami sociali e anche il tenore di vita. Dove i legami sociali e le clientele passate hanno continuato ad agire anche oggi. Il voto di Nuova Democrazia è quindi il rimasuglio di cosa c’era prima mentre il voto a Syriza è il voto sull’oggi, sulla nuova situazione determinatasi con la crisi. Quello che abbiamo davanti non è quindi un risultato definitivo ma solo la prima tappa di un percorso di cambiamento.
Voglio sottolineare che il risultato di Syriza non era iscritto nella situazione oggettiva, non era un fatto dovuto. Fino a poco prima delle elezioni Syriza era data a percentuali attorno al 6-7% e la parte del leone nei sondaggi la faceva Sinistra Democratica, una formazione nata pochi anni fa da una scissione da destra di Syriza – su motivazioni del tutto analoghe a quelle della scissione che abbiamo subito come Rifondazione tre anni fa – che proponeva l’alleanza con il Pasok. Le elezioni hanno ribaltato questo risultato e poi Syriza è arrivata addirittura al 27%. Questo è stato possibile perché il suo gruppo dirigente, a partire da Alexis Tsipras, ha tenuto ferma la rotta, non ha accettato di andare al governo dopo le prime elezioni e ha riportato il paese alle elezioni. Syriza non ha avuto paura delle minacce. Syriza non ha avuto paura di mettere in gioco il suo 16% che aveva conquistato nelle prime elezioni: Syriza è andata fino in fondo come si confà ad un gruppo dirigente di rivoluzionari e non di quaquaraquà. Tanto di cappello a Syriza e al suo gruppo dirigente.
Il messaggio che ci viene dalla Grecia è quindi un messaggio di speranza perché ci parla della possibilità di ricostruire una sinistra vera e di massa a partire dalla lotta alle politiche neoliberiste. Ci parla della possibilità di rovesciare le politiche europee. Sarebbe infatti sbagliato pensare che la vicenda greca sia chiusa con queste elezioni. Oggi, in virtù di una legge elettorale maggioritaria Nuova Democrazia può formare il governo ma non si tratta certo di una situazione stabilizzata. Tra qualche mese, quando sarà chiaro che la situazione è destinata a peggiorare, tutto si rimetterà in movimento. Anche perché la Merkel ha già pensato bene di spiegare a tutti che non farà sconti al governo greco. Come abbiamo visto nel caso spagnolo, questi delinquenti che governano l’Europa sono disponibili a mettere risorse (100 miliardi) per salvare le banche, ma non sono disponibili a permettere alla Bce di salvare gli stati, cioè i popoli. Le banche vengono salvate, le famiglie no.
La situazione greca è quindi tutt’altro che stabilizzata e nei prossimi mesi Syriza è nelle condizioni di costruire – da sinistra – una opposizione sociale, politica e culturale alle politiche europee, ponendo le condizioni per un deciso cambio di marcia. In altre parole la Grecia ci dice che è possibile anche in Europa avviare un percorso come quello imboccato negli ultimi decenni dall’America Latina, in cui le politiche neoliberiste sono state sconfitte e con esse buona parte delle forze politiche che le proponevano. Il punto è di non lasciare isolata la sinistra greca. La Grecia da sola non può cambiare l’Europa, serve il contributo di tutti, a partire dal nostro. Per questo è necessario costruire anche negli altri paesi europei una sinistra antiliberista che abbia due caratteristiche fondamentali.
In primo luogo di essere molto netta nelle posizioni contro le politiche di austerità europee. Non si tratta di fare qualche emendamento – come propongono il Pd e i partiti socialisti – ma di rovesciare radicalmente l’impostazione economica e sociale dei governi europei. Occorre demolire la speculazione, ridistribuire reddito, costruire un intervento pubblico in economia finalizzato alla riconversione ambientale e sociale dell’economia, ridurre l’orario di lavoro. Si tratta di costruire una sinistra che individuando chiaramente l’avversario da battere nella finanza e nelle multinazionali, riesca a raccogliere i disoccupati, i pensionati, i lavoratori e le lavoratrici, gli artigiani, i commercianti, i piccoli imprenditori. Si tratta cioè di fare una sinistra che individui chiaramente l’avversario nel 10% di ricchi e di potenti e operi per aggregare su una piattaforma anticapitalista il restante 90%. Come dicevamo a Genova: voi G8, noi 6 miliardi!
Noi ci poniamo l’obiettivo di aggregare la maggioranza della popolazione. Per aggregare oggi la maggioranza della popolazione occorre non solo essere autonomi dal Pd ma occorre avere un progetto politico chiaramente alternativo al socialiberismo che caratterizza i partiti dell’Internazionale socialista. Occorre tradurre in un programma di governo, di alternativa, la nostra impostazione anticapitalista.
In secondo luogo si tratta di fare una sinistra che superi i confini delle attuali organizzazioni politiche. Per questo penso che il nostro compito sia quello di costruire una Syriza italiana, di dar vita ad un processo di aggregazione paritario tra tutti coloro che ritengono necessario costruire questo polo di sinistra, autonomo dal Pd e dal centro sinistra. Oggi entrare in Rifondazione Comunista o nella Federazione della Sinistra è considerato un passo molto impegnativo, come scalare un muro. La maggioranza dei compagni e delle compagne di sinistra, che lavorano nei sindacati, nei comitati, nelle associazioni, non sono iscritti a nessun partito di sinistra. Occorre dar vita ad una aggregazione politica di tipo federato, partecipato, democratico, che permetta di coinvolgere le centinaia di migliaia di compagni e compagne che oggi non sono iscritti a nessun partito. Occorre abbattere il muro della separatezza tra chi è impegnato in un partito e chi no: noi non dobbiamo edificare un castello ma dobbiamo costruire un villaggio, uno spazio pubblico di sinistra che permetta la partecipazione e il protagonismo popolare. Che permetta di fare come in America Latina.
Perché oggi, nel fallimento del capitalismo, non c’è tempo da perdere, l’alternativa è tra socialismo o barbarie.

La fabbrica siriana delle news

Cuba ha di nuovo chiesto all’Onu una commissione di inchiesta sui bombardamenti Nato in Libia e ha denunciato la guerra mediatica in atto contro la Siria. Alla narrazione sulla violenza che insanguina il Paese da parte mezzi d’informazione internazionali Martin Hatchoun, inviato cubano di Prensa Latina, in Siria da sei mesi, non crede. Come non ci credono le due organizzazioni internazionali, il World Peace Council e la World Federation of Democratic Youth (Wfdy), che nei giorni scorsi hanno visitato la Siria su invito dell’Unione nazionale degli studenti (Nuss), con 29 delegati proveniennti da 24 paesi (Cuba, Venezuela, Sudafrica, India, Nepal, Russia, Belgio, Italia, ecc.). Martin Hatchoun racconta alcuni episodi che danno l’idea della grande confusione. Anche terminologica: «Gli oppositori sono sempre chiamati attivisti per i diritti; e anche se sono armatissimi, sono sempre messi nella categoria dei civili». Le bugie che circolano sono di tutti i tipi e contano sul fatto che una volta dette, rimangono depositate ed è difficile smentirle. «Nel quartiere Mezzeh nel quale abitavo – racconta Hatchoun un’operazione molto precisa delle forze di polizia contro un appartamento che ospitava cellule armate e che è stato l’unico danneggiato dalle sparatorie, è diventata sui media internazionali – primo lancio Reuters – una manifestazione repressa nel sangue. Per massacri come quello di Karm Zeitoun a Homs è stata attribuita la responsabilità all’esercito, ma la notizia che questo in realtà era falso non è mai circolata». Oppure – prosegue il giornalista – « Al Jazeera intervista un “osservatore dell’Onu” il quale spiega della grande crudeltà del regime. Ma se la stessa Lega Araba smentisce il ruolo dell’uomo, chi se ne accorge?». Bugie di tutti i tipi Un caso che ha colpito molto i media è stato quello della piccola Afef, di pochi mesi soltanto: secondo l’opposizione e molti mezzi d’informazione era morta in carcere per le torture. «Solo che la madre, di Homs, ha spiegato pubblicamente che la bambina era in ospedale ed è morta di malattia e ha mostrato il certificato medico». Un altro caso è stato quello di Suri, otto anni: piccola vittima dei miliziani di Assad con scandalo internazionale annesso? Così pareva, «invece la madre nel video urlava disperata che se lì ci fosse stato l’esercito il bambino forse sarebbe ancora vivo». Hatchoun cita ancora le foto dell’Afghanistan spacciate per siriane, il video dei maltrattamenti di presunti prigionieri, che in realtà si riferiva al Libano del 2008. E il giorno del referendum, «che io ho visto svolgersi tranquillamente – dice – e invece il canale della Bbc per il mondo latino parlava – come se fosse stata qui – di bombardamenti dell’esercito con morti. Un siriano – aggiunge – che all’inizio della crisi stava con l’opposizione, quando è scappato in Turchia si è trovato di fronte a una specie di fabbrica del falso approntata nel Centro per i media; tornato in Siria ha raccontato tutto». Non per niente, ricorda Hatchoun, «un giorno una suora ha pensato che fossi un giornalista occidentale come gli altri, in visita dopo un attentato a Sidnaya, e mi ha detto dura: “però devi scrivere la verità”».

http://www.controlacrisi.org/notizia/Politica/2012/4/29/22083-la-fabbrica-siriana-delle-news/

Del Boca: la Libia è una nuova Somalia

Intervista allo storico italiano. “L’autonomia armata dell’Est getta il Paese, già diviso dalle fazioni che hanno deposto Gheddafi, nel caos a tre mesi dal voto di giugno. Per l’Onu i diritti umani sono violati. Interessi italiani a rischio”

Tommaso Di Francesco – Il manifesto

Una assemblea delle tribù e delle milizie della Cirenaica riunito a Bengasi due giorni fa ha dato vita al Consiglio provvisorio di Barqa (Cirenaica) chiedendo la piena autonomia della regione da Tripoli. Mustafa Abdel Jalil, presidente del Cnt fino alle prossime elezioni di giugno, ha definito l’iniziativa la «sedizione dell’est» accusando non meglio precisati «paesi arabi» di avere fomentato la «cospirazione» e, ieri, ha minacciato: «Devono sapere che gli infiltrati e i fedelissimi dell’ex regime tentano di utilizzarli e noi siamo pronti a dissuaderli. Anche con la forza». E anche Hamid Al-Hassi, capo militare del Consiglio di Barqa ammonisce: «Siamo pronti a dare battaglia. Siamo dunque a quel rischio di guerra civile che lo stesso Jalil paventava di fronte all’anarchia delle milizie che spadroneggiano in Libia. Ne parliamo con Angelo Del Boca, storico della Libia e del colonialismo.

La Libia sembra diventata quella «nuova Somalia», in preda alle milizie islamiche» che profetizzava Gheddafi, linciato solo nell’ottobre scorso, poche settimane prima della fine della guerra aerea della Nato fatta «per proteggere i civili»…

In un certo senso sì, proprio una nuova Somalia. Per 42 anni Gheddafi era riuscito, più con le cattive che con le buone, a tenere insieme il Paese e a guidarlo in mezzo a burrasche non da poco. Morto lui sembra che tutto vada nel disastro. Perché le milizie non mollano le armi, il governo provvisorio fa di tutto per raccoglierle ma non ce la fa. Siamo arrivati addirittura al pronunciamento da Bengasi per dividere il paese, fatto non in maniera provvisoria, perché a capo di questo fantomatico governo c’è addirittura Ahmed Al Senussi, pronipote d re Idris. Quindi non è solo una divisione amministrativa ma soprattutto politica. Al Senussi è un personaggio poco noto perché sono passati tanti anni dal colpo di stato con cui Gheddafi depose re Idris, è stato per molti anni nelle galere del raìs per avere tentato un golpe contro di lui nel 1970, poi è stato liberato negli anni Ottanta. Ma certo rappresenta almeno la memoria della monarchia libica. Non dimentichiamo che in Cirenaica la rivolta l’hanno fatta con la bandiera dei Senussi, della monarchia. Lì è scoppiata la vera resistenza che ha dato filo da torcere agli italiani e alla fine, quando gli inglesi hanno deciso di consegnare la Libia a un personaggio di rilievo, l’hanno messa nelle mani di Al Senussi, re Idris, nato e vissuto a Tobruq. Inoltre la Senussia oltre ad essere stata una organizzazione politica è anche una confraternita religiosa con più di cento anni di vita.

Che cos’è la Cirenaica quanto a interessi petroliferi della Libia?

Diciamo che i porti più importanti sono proprio in Cirenaica che presenta il più alto numero di giacimenti e di raffinerie, a Ras Lanuf con 220mila barili al giorno, a Marsa el Brega e a Tobruq. Certo ce ne sono anche in Tripolitania e nella Sirte, molti pozzi sono anche in mare, ma la parte principale di queste «oasi del petrolio» sono proprio in Cirenaica. Ricca, non dimentichiamolo, anche di acqua. Il grande progetto di Gheddafi, il famoso River, il fiume sotterraneo – che anche gli insorti chiesero alla Nato di non bombardate – scorre da Kufra fino al mare, prosegue lungo tutta la costa e risale da Tripoli verso Gadames. È costato circa 30 miliardi di dollari e non si sa quanto durerà quest’acqua. È una enorme bolla sotterranea dalla quale attingono tutte le aree vicine, così gigantesco che è stata costruita una fabbrica per allestire manufatti addatti alla canalizzazione. È il rubinetto della Cirenaica e della Libia. Chi lo controlla controlla il Paese. Qundi non ci sono solo gli introiti petroliferi ma questo «rubinetto» di una fonte come l’acqua decisiva quanto s enon più del petrolio. Un’acqua che ha creato una fertilità che da tempo ha dato quasi l’autonomia alimentare alla Libia, trasformando il litorale nell’orto che produce per i sei milioni di abitanti.

Quale «paese arabo» potrebbe esserci «dietro»questo pronunciamento della Cirenaica? Shalgam, l’autorevole ambasciatore all’Onu della Libia, prima con Gheddafi e poi passato agli insorti, ripete che non vuole «una Libia controllata dal Qatar»…

Indubbiamente il Qatar è interessato. C’era un inserto straordinario di Le Monde la scorsa settimana tutto dedicato ai nuovi interessi strategici della petromonarchia del Qatar, sul Medio Oriente, in Africa e nel mondo intero dove ha comprato terre ovunque. Il Qatar punta ad avere riserve di petrodollari enormi. E non dimentichiamo che fra le milizie che combattevano contro Gheddafi c’erano alcune centinaia – migliaia per altre fonti – di militari del Qatar. E hanno anche capacità d’intelligence e di forniture di armi.

L’unico accordo possibile in Libia è sull’Islam, che finirà nella nuova Costituzione. Per il resto, le milizie spadroneggiano in armi e cresce il ruolo degli integralisti islamici con il capo militare di Tripoli Belhadj…

Peggio. Il rapporto dell’Onu conferma le denunce di Amnesty International, le stragi contro i vinti, le carcerazioni arbitarie, con quasi 8.000 i detenuti, la pratica diffusa della tortura contro i civili lealisti. Mi chiedo come in questo enorme disordine si potrà arrivare alle elezioni di giugno, così vicine. E si aprono problemi per l’Italia che sta cercando nuovi scambi industriali e di recuperare investimenti e ruolo. Dopo le mega-promesse di Gheddafi, nulla sarà più facile. E poi c’è la questione della famosa litoranea che dovevamo costruire in 25 anni: adesso i nuovi dirigenti della Libia chiedono che venga fatta in cinque anni e con un esborso enorme di finanziamenti.

Fonte: http://nena-news.globalist.it

9 Marzo 2012

http://www.perlapace.it/index.php?id_article=7889&PHPSESSID=3fe40fd1ae796de0b1befd1b07e60a59

Honduras: 59 assassini politici nel 2011 e la copertura di Obama al governo golpista.

Immaginate che un attivista dell’opposizione venga assassinato in piena luce del giorno in Argentina, Bolivia, Ecuador o Venezuela da pistoleros mascherati, o sequestrato e assassinato da guardie armate di un notissimo sostenitore del governo. Sarebbe una notizia di primo piano nel New York Times e in tutti i notiziari televisivi. Il Dipartimento di Stato degli USA emetterebbe un’energica dichiarazione sui gravi abusi dei diritti umani. Se qualcosa di simile succedesse.

Ora immaginate che 59 assassini di questo tipo siano avvenuti fino ad ora quest’anno, e 61 l’anno scorso. Molto prima che il numero delle vittime sia arrivato a questo livello, questo fatto si sarebbe trasformato in un importante tema della politica estera statunitense, e Washington avrebbe già richiesto sanzioni internazionali.

Però stiamo parlando dell’Honduras, non della Bolivia o del Venezuela. Per questo, quando il presidente honduregno Porfirio Lobo si è recato a Washington recentemente, il presidente Obama lo ha salutato calorosamente e ha dichiarato:

“Due anni fa abbiamo assistito a un golpe in Honduras che ha minacciato di allontanare il paese dalla democrazia, e in parte per la pressione dell’opinione pubblica, ma anche per il forte impegno democratico e la leadership del presidente Lobo, ciò che vediamo è la restaurazione delle pratiche democratiche e un impegno per la riconciliazione che ci dà molte speranze”.

Non va dimenticato che il presidente Obama si è anche rifiutato di incontrarsi con il presidente democraticamente eletto che era stato rovesciato dal golpe menzionato, nonostante tale presidente sia stato tre volte a Washington cercando aiuto dopo il golpe. Era Mel Zelaya, il presidente di centro-sinistra rovesciato dai militari e dai settori conservatori dell’Honduras dopo aver varato una serie di riforme per le quali aveva votato la gente, come l’aumento del salario minimo e leggi di stimolo alla riforma agraria.

Ma ciò che più aveva fatto infuriare Washington era stato l’avvicinamento di Zelaya ai governi di sinistra dell’America del Sud, compreso il Venezuela. Non era più vicino al Venezuela di quanto lo fosse al Brasile o all’Argentina, ma ciò venne considerato un crimine inopportuno. Pertanto quando i militari honduregni rovesciarono Zelaya nel giugno 2009, il governo di Obama fece tutto il possibile nei sei mesi seguenti per assicurarsi che il golpe avesse successo. La “pressione della comunità internazionale” a cui ha fatto riferimento Obama nella dichiarazione riportata è arrivata da altri paesi, specialmente dai governi di sinistra dell’America del Sud. Gli USA stavano dall’altra parte, lottando – alla fine con successo – per legittimare il governo golpista attraverso “elezioni” che il resto dell’emisfero non ha voluto riconoscere.

Nel maggio di quest’anno Zelaya ha dichiarato pubblicamente ciò che aveva previsto la maggioranza di coloro che hanno seguito da vicino gli avvenimenti: che Washington si trovava dietro il golpe e che ha fatto in modo che si perpetrasse. Sebbene sia probabile che nessuno si prenda il fastidio di indagare il ruolo degli USA nel golpe, ciò è sufficientemente plausibile, vista la straordinaria evidenza delle circostanze.

Porfirio Lobo ha assunto il potere nel gennaio 2010, ma la maggioranza dei paesi dell’emisfero si è rifiutata di riconoscerne il governo perché la sua elezione era avvenuta attraverso gravi violazioni dei diritti umani. Nel maggio del 2011 si è arrivati finalmente ad un accordo a Cartagena, in Colombia, che ha permesso il rientro dell’Honduras nell’Organizzazione degli Stati Americani. Ma il governo di Lobo non ha rispettato la parte degli accordi di sua competenza, che comprendeva le garanzie per i diritti umani dell’opposizione politica.

Mi sembra opportuno menzionare due delle decine di assassini politici che sono avvenuti durante la presidenza di Lobo, secondo la lista compilata dal Chicago Religious Leadership Network on Latin America (CRLN):

“Pedro Salgado, vicepresidente del Movimento Unificato Contadino del Aguan (MUCA) è stato eliminato a colpi di arma da fuoco e successivamente decapitato approssimativamente alle 8 di sera nella sua casa dell’impresa cooperativa La Concepcion. Anche sua moglie, Reina Irene Mejia, è stata assassinata a colpi di arma da fuoco nella stessa occasione. Pedro aveva subito un tentativo di assassinio nel dicembre del 2010… Salgado come i presidenti di tutte le cooperative che rivendicano il diritto alle terre utilizzate dagli impresari dell’olio di palma africana nell’Aguan, era stato oggetto di continue minacce di morte dall’inizio del 2010”.

Il coraggio di questi attivisti e organizzatori davanti a tale violenza e orribile repressione è sorprendente. Molti degli assassini dell’anno scorso sono avvenuti nella Valle Aguan nel Nordest, dove i piccoli agricoltori lottano per i diritti alla terra contro uno dei proprietari terrieri più ricchi dell’Honduras, Miguel Facussé. Produce biocombustibile in questa regione di terre contese. E’ vicino agli USA e ha rappresentato un importante appoggio per il golpe del 2009 contro Zelaya. Le sue forze private di sicurezza, insieme a poliziotti e militari sostenuti dagli Stati Uniti, sono responsabili della violenza politica nella regione. L’aiuto degli USA ai militari honduregni è aumentato dal momento del golpe.

Recenti dispacci diplomatici USA pubblicati da WikiLeaks rivelano che i funzionari statunitensi sapevano dal 2004 che anche Facussé aveva trafficato con grandi quantitativi di cocaina. Dana Frank, professoressa dell’Università di Santa Cruz, esperta dell’Honduras, lo ha così riassunto per The Nation: “Fondi e addestramento della “guerra contro la droga” degli Stati Uniti, in altre parole, si stanno utilizzando per appoggiare la guerra di un noto narcotrafficante contro i contadini”.

Anche la militarizzazione della guerra contro la droga nella regione spinge l’Honduras sulla stessa pericolosa strada del Messico, un paese che ormai ha uno dei più alti tassi di assassini nel mondo. The New York Times informa che l’84% della cocaina che arriva negli Stati Uniti passa ora per l’America Centrale, in comparazione con il 23% del 2006, quando Calderon era arrivato alla presidenza del Messico e aveva lanciato la sua guerra contro la droga. Anche The Times riferisce che “i funzionari statunitensi sostengono che il golpe del 2009 ha spalancato la porta ai cartelli [della droga]” in Honduras.

Quando ho votato per Barack Obama nel 2008 non avrei mai immaginato che in America Centrale sarebbero ritornati al governo gli squadroni della morte, del tipo di quelli che Ronald Reagan aveva appoggiato così vigorosamente negli anni ottanta. Sembra invece che in Honduras sia avvenuto proprio questo.

Il governo ha ignorato fino ad ora la pressione di quei membri democratici del Congresso che hanno chiesto il rispetto dei diritti umani in Honduras. Tali sforzi continueranno, ma l’Honduras ha bisogno dell’aiuto del Sud. E’ stata l’America del Sud a guidare gli sforzi per respingere il golpe del 2009. Washington è riuscita a sventarli, ma non può abbandonare l’Honduras mentre gente non diversa dai suoi amici e sostenitori nel paese viene assassinata da un governo sostenuto dagli USA.

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Giovani Comunisti Russi

La clamorosa e per molti inaspettata sconfitta di Russia Unita, il partito di Putin, alle elezioni politiche della Federazione Russa, è una dato politico evidente, netto, che non può essere camuffato nonostante i numerosi brogli che hanno comunque consentito al padre padrone della Russia di riconquistare la maggioranza della Duma. Ironia della storia, è Putin che cosi come fu per Eltzin, che incarna la continuità con i tratti autoritari dell’ex sistema sovietico, mentre a difendere e a manifestare per la democrazia sono i comunisti russi, il Partito guidato da Ghennadi Zyuganov, l’unica forza politica popolare e di massa che in questi<a due decenni ha saputo resistere alle svolte autoritarie del regime e a presentarsi come alternativa possibile allo strapotere dei nuovi oligarchi di Mosca. In pochi ricordano che l’ascesa al potere di Eltzin prima e del suo delfino Putin poi sia stata aperta dalle cannonate contro il Parlamento russo. Zjuganov ha usato le seguenti parole per descrivere quanto successo: «Per quanto riguarda le elezioni stesse, devo dire che sono state senza precedenti per la quantità di brogli, per le pressioni esercitate e per la perfetta messa a punto delle falsificazioni, che hanno fatto impallidire tutti i successi di Eltsin con i suoi assistenti e maghi della pirotecnica». Secondo il PCFR infatti, i voti presi sarebbero oltre il 30 e non il 20 come assegnato dalla commissione elettorali.
Il potere di Putin si è consolidato nell’ultimo decennio grazie a un misto di populismo, di nazionalismo e di benefici dovuti più che a capacità di governo dell’economia, dall’aumento delle entrate statali dovuto all’aumento dei prezzi delle materie prime, come gas e idrocarburi, che Mosca ha per un periodo difeso da ulteriori privatizzazioni e che ha utilizzato per riassestare la disastrata situazione economica ereditata dalla shock terapy con cui Eltzin aveva svenduto il paese. Una terapia economica criminale, quella dei liberisti fondamentalisti, che secondo uno studio della rivista scientifica Lancet , ha prodotto nell’ex Urss circa un milione di morti.
Ma il tutto mantenendo una politica economica liberista, per cui la Russia di Putin e Mednenev ha mantenuto i tratti di una società profondamente diseguale. Pochi grandi ricchi e tantissimi poveri. Le disuguaglianze sociali rimangono enormi, così come il collasso dello stato sociale sovietico ha lasciato milioni di persone prive di quelli che erano diritti sociali garantiti dal sistema. La situazione si è aggravata nell’ultimo bienno con la crisi economica, che ha visto il prodotto interno della Russia crollare nel 2009, e crescere fra la popolazione il malcontento così come le preoccupazioni per il futuro, e per le quali non è bastata la retorica nazionalista ad evitare il crollo elettorale. Un crollo che ha come prima conseguenza la impossibilità per Putin di poter cambiare la Costituzione, non avendo la maggioranza qualificata necessaria per farlo da solo.
La vittoria dei comunisti non nasce inaspettata. Non può essere nemmeno derubricata, come fanno molti superficiali analisti di casa nostra, come semplice sentimento nostalgico dei tempi che furono. Anche in Russia, come nel resto d’Europa, ritorna con forza la questione e la domanda di giustizia sociale.
Sono tantissimi infatti i voti di giovani e giovanissimi al Partito comunista russo, di ragazzi e ragazze che non hanno vissuto nell’Unione Sovietica. Secondo il PCFR sette giovani su dieci hanno votato per i comunisti.
Ora la partita si sposta a Marzo, alle prossime elezioni presidenziali.
Quella che sembrava una passeggiata per Putin, si presenta invece ora come una sfida difficile. Il nervosismo del potere è evidente nella reazione poliziesca di queste ore. E a sfidare Putin e il suo blocco di potere ci sarà Zjuganov , ci saranno , ancora una volta, i comunisti.

Ricatti e disastri: il palmares del Fondo monetario internazionale

Sic transit gloria mundi, fu il commento – da brividi per cinismo – di Berlusconi alla notizia del linciaggio di Gheddafi a Sirte. Sic transit gloria mundi (o quantomeno dell’Italia) viene da dire ora dopo la notizia che sarà il Fondo monetario internazionale a vegliare sullo stato dei conti del nostro paese e sul rispetto degli impegni presi dal governo Berlusconi per evitare che la barca (e la banca) affondi.
Fino a 10-15 anni fa, e per i 20-30 anni precedenti, l’Fmi era il bulldog che, per conto dei «paesi centrali», sorvegliava e azzannava al minimo sgarro i paesi dell’ex Terzo mondo – periferici o emergenti, sottosviluppati o «in via di sviluppo» -, dell’est, dell’ovest, del sud. Russia, Thailandia, Corea, Messico, Brasile, Bolivia, Argentina… se li ricordano ancora quei distinti killer sociali in colletto bianco, il francese Michel Camdessus, il tedesco Horst Khöler, l’americana Anne Krueger, nomi oggi dimenticati ma che allora facevano il bello e il cattivo tempo dando i voti (e i crediti) e decidendo i destini di interi paesi. In nome, sempre, delle regole ferree dell’economia (neo-liberista) e dei creditori.
Oggi l’Fmi fa da bulldog ai paesi «sfigati» di quel Primo mondo – l’Italia, la Grecia, il Portogallo – di cui solo pochi anni fa era lo spietato cane da guardia. Sic transit gloria mundi. La gloria passa, ma la memoria resta.
Fmi e Banca mondiale, entrambe creature di Bretton Woods, portano la resposabilità storica di 20 anni almeno di liberismo sfrenato in America latina (o anche 30 se il fischio d’inizio si fa risalire ai Chigago boys cileni del generale Augusto Pinochet e del professor Milton Friedman) che portarono alla disintegrazione di strutture sociali di paesi appena usciti, e devastati, da qualche decennio di dittature militar-fasciste. In America latina quelle degli anni ’80 e ’90 del secolo scorso furono due «decadi perdute», un mix di ortodossia economica e macelleria sociale, come quello che adesso il girotondo – per mano dell’Fmi – riserverà all’Italia.
La ricetta dell’Fmi in America latina era sempre una sola e la stessa: gli «aggiustamenti strutturali», propinati alla metà degli anni ’80 dopo la prima grande crisi del debito estero nell’82 in Messico. Aggiustamenti che prescrivono – impongono – privatizzazioni di tutto ciò che è pubblico, mano libera ai capitali, al mercato delle merci e dei servizi, azzeramento del miserrimo welfare dove c’era (in Argentina e in Cile, per esempio) e della spesa sociale. L’America latina fu, a partire dal golpe cileno del ’73, il laboratorio sperimentale delle ricette del Fondo monetario. Terra di conquista dei capitali «voltures» o «golondrinas», avvoltoi o rondini, comunque speculazione pura benedetta dalle liberalizzazioni e dalle libertà portate – imposte – dall’Fmi e dalla filosofia che c’era dietro. Dopo le nuove crisi del debito degli anni ’90, l’inflazione divenne il tabù intoccabile del Fondo (come lo è adesso della Bce) a cui sacrificare tutto il resto, a cominciare dalla crescita economica e dal welfare sociale. E dove la crescita ci fu, come nel Cile pinochettista e post-pinochettista, fu al prezzo di diseguaglianze sociali scandalose, da cui solo adesso, sotto la spinta del movimento degli studenti, il paese sembra volersi riscattare.
Quegli anni di egemonia del Fondo furono un disastro per l’America latina. La crisi in Brasile del ’98, la dollarizzazione completa in Ecuador del ’99, la «guerra dell’acqua» contro la californiana Bechtel e il presidente Sánchez de Lozada in Bolivia del 2000… Un ciclo che ebbe la sua conclusione «logica» con il collasso, economico, sociale, politico e umano, in Argentina del 2001. Collasso che arrivò dopo il decennio sfrenato del peronista neo-liberista Carlos Menem, quello del parità 1-1 fra il dollaro e il peso, quello del liberismo assoluto. Fu lo stesso Fmi che alla fine diede il colpo di grazia all’Argentina, quando il giocattolo andò in pezzi, negando crediti al suo allievo prediletto, il fantasmagorico ministro dell’economia Domingo Cavallo e provocando il default.
Da allora, nel primo decennio del XXI secolo, l’Fmi è stato praticamente espulso dall’America latina. O di fatto, attraverso leader di sinistra o progressiti – Lula, Chávez, Morales, Correa, i Kirchner … – o di diritto – con il pagamento anticipato del debito e l’uscita del Fondo e delle sue interferenze da Brasile, Venezuela, Argentina … E – sarà un caso o sarà il «socialismo del secolo XXI» -, da allora l’America latina è l’unica area del mondo che è cresciuta a ritmo sostenuto, non solo economicamente ma anche socialmente, e l’unica che ha resistito bene all’impatto della crisi globale del 2008. Adottando politiche alternative, estranee e contrarie a quelle dell’Fmi.
Adesso tocca all’Italia a sperimentare le ricette cucinate dalla signora Lagarde. Viene quasi da rimpiangere che non ci sia più Strauss-Khan. Perché con Berlusconi avrebbero certo trovato altri interessi comuni anziché infernizzare ancor di più la nostra vita già così grama.

Maurizio Matteuzzi – il manifesto

Chi è Mahmoud Jibril, possibile successore di Gheddafi?

Scoprire chi è Jibril, nominato il 22 agosto capo del governo provvisorio dei ribelli libici, fa capire moltissime cose riguardo la guerra alla Libia. Un liberista che da tempo cercava di svendere l’economia libica a USA ed Inghilterra, ma che Gheddafi bloccò.
A governare la Libia del post-Gheddafi sarà Mahmoud Jibril, il distinto signore nei prossimi giorni Jibril sarà nuovamente ricevuto a Parigi da Sarkozy, facendo prima tappa in Italia per incontrare Berlusconi, forse a Milano.
Questo anonimo tecnocrate sessantenne, finora sconosciuto alle cronache, è stato per anni l’uomo chiave di Washington e Londra all’interno del regime del Colonnello Gheddafi. In qualità di direttore dell’Ufficio nazionale per lo sviluppo economico (Nedb) del governo libico, Jibril lavorava per facilitare la penetrazione economica e politica angloamericana in Libia promuovendo un radicale processo di privatizzazione e liberalizzazione dell’economia nazionale.
Dopo aver studiato e insegnato per anni ‘pianificazione strategica e processi decisionali’ nell’università statunitense di Pittsburgh, Jibril ha trascorso la sua vita a predicare il vangelo neoliberista in tutti i paesi arabi, per poi dedicarsi al suo Paese natale alla guida del Nedb, organizzazione governativa creata nel 2007 su impulso di “aziende di consulenza internazionali, prevalentemente americane e britanniche”.

Dai cablogrammi inviati a Washington dall’ambasciata Usa a Tripoli emerge il lavoro di lobbying che Jibril ha svolto negli ultimi quattro anni nel tentativo di convincere il regime di Tripoli – in particolare il figlio del colonnello, Said al-Islam – ad adottare radicali riforme economiche, a potenziare i rapporti economici con gli Stati Uniti (e la Gran Bretagna), congelati da decenni, e a formare una nuova classe dirigente filo-occidentale. Un lavoro che all’inizio sembrava promettente, ma che alla fine è stato bloccato da Gheddafi.

Un cablo del novembre 2008 rende conto di come Jibril suggerisca agli Usa di stare attenti alla “crescente competizione” per le risorse petrolifere libiche da parte di Europa, Russia, Cina e India, osservando che nei prossimi anni la Libia diverrà ”più preziosa” in ragione delle sue riserve petrolifere ancora non sfruttate. Il capo del Nedb invita Washington ad approfittare delle future privatizzazioni libiche per investire anche in infrastrutture, sanità e istruzione, e a formare giovani libici nelle università Usa. Non stupisce che, in un successivo cablo di fine 2009, l’ambasciata americana Usa a Tripoli descriva Jibril come “un interlocutore serio che sa cogliere la prospettiva Usa”.

Enrico Piovesana – Peacereporter

http://it.peacereporter.net/articolo/27574/Chi+%E8+Mahmoud+Jibril%2C+il+successore+di+Gheddafi%3F

Islanda, quando il popolo mette la mordacchia all’economia finanziaria.

di Paolo Ferrero – Segretario Nazionale Prc / FdS

Non ne parla nessuno, ma il popolo islandese, ha compiuto in questi anni unavera e propria rivoluzione, sia sul piano della democrazia che sul piano
economico. Una rivoluzione simile a quella avvenuta in Argentina ma ancora più
radicale.
Ne faccio qui di seguito un rapido riassunto fatto di copia e incolla di vari
articoli apparsi su internet, in modo  che tutti voi possiate informarvi, far
conoscere ai vostri amic* e compagn*, magari documentarvi di più, per spiegare
di come si può battere un capitalismo finanziario che ci vien presentato come
onnipotente e naturale.
L’Islanda è un’isola di sole di 320mila anime – il paese europeo meno
popolato se si escludono i micro-stati – privo di esercito. Una media città
spalmata su un territorio vasto 100mila chilometri quadrati, un terzo
dell’intera Italia.
15 anni di crescita economica avevano fatto dell’Islanda uno dei paesi più
ricchi del mondo. Ma su quali basi poggiava questa ricchezza? Il modello di
‘neoliberismo puro’ applicato nel paese che ne aveva consentito il rapido
sviluppo avrebbe ben presto presentato il conto. Nel 2003 tutte le banche del
paese erano state privatizzate completamente. Da allora esse avevano fatto di
tutto per attirare gli investimenti stranieri, adottando la tecnica dei conti
online, che riducevano al minimo i costi di gestione e permettevano di applicare
tassi di interesse piuttosto alti. IceSave, si chiamava il conto, una sorta del
nostrano Conto Arancio. Moltissimi stranieri, soprattutto inglesi e olandesi vi
avevano depositato i propri risparmi.
La Landsbanki fu la prima banca a crollare e ad essere nazionalizzata in
seguito al tracollo del conto IceSave.
Così, se da un lato crescevano gli investimenti, dall’altro aumentava il
debito estero delle stesse banche. Nel 2003 era pari al 200 per cento del
prodotto interno lordo islandese, quattro anni dopo, nel 2007, era arrivato al
900 per cento. A dare il colpo definitivo ci pensò la crisi dei mercati
finanziari del 2008. Le tre principali banche del paese, la Landsbanki, la
Kaupthing e la Glitnir, caddero in fallimento e vennero nazionalizzate; il
crollo della corona sull’euro – che perse in breve l’85 per cento – non fece
altro che decuplicare l’entità del loro debito insoluto. Alla fine dell’anno il
paese venne dichiarato in bancarotta.
Il Primo Ministro conservatore Geir Haarde, chiese l’aiuto del Fondo
Monetario Internazionale, che accordò all’Islanda un prestito di 2 miliardi e
100 milioni di dollari, cui si aggiunsero altri 2 miliardi e mezzo da parte di
alcuni Paesi nordici. Intanto, le proteste ed il malcontento della popolazione
aumentavano.
A gennaio, un presidio prolungato davanti al parlamento portò alle dimissioni
del governo. Nel frattempo i potentati finanziari internazionali spingevano
perché fossero adottate misure drastiche. Il Fondo Monetario Internazionale e
l’Unione Europea proponevano allo stato islandese di di farsi carico del debito
insoluto delle banche, socializzandolo. Vale a dire spalmandolo sulla
popolazione. Era l’unico modo, a detta loro, per riuscire a rimborsare il debito
ai creditori, in particolar modo a Olanda ed Inghilterra, che già si erano fatti
carico di rimborsare i propri cittadini.
Il nuovo governo, eletto con elezioni anticipate, era espressione della
sinistra e, pur condannando il modello neoliberista fin lì prevalente, cedette
da subito alle richieste della comunità economica internazionale: con una
apposita manovra di salvataggio venne proposta la restituzione dei debiti
attraverso il pagamento di 3 miliardi e mezzo di euro complessivi, suddivisi fra
tutte le famiglie islandesi lungo un periodo di 15 anni e con un interesse del
5,5 per cento.
I cittadini islandesi non erano disposti ad accettare le misure imposte per
il pagamento del debito.
Si trattava di circa 100 euro al mese a persona, che ogni cittadino della
nazione avrebbe dovuto pagare per 15 anni; un totale di 18mila euro a testa per
risarcire un debito contratto da un privato nei confronti di altri privati.
Einars Már Gudmundsson, un romanziere islandese, ha recentemente affermato che
quando avvenne il crack, “gli utili (delle banche, ndr) sono stati
privatizzati ma le perdite sono state nazionalizzate”. Per i cittadini d’Islanda
era decisamente troppo.
Fu qui che qualcosa si ruppe. E qualcos’altro invece si riaggiustò. Si ruppe
l’idea che il debito fosse un’entità sovrana, in nome della quale era
sacrificabile un’intera nazione. Che i cittadini dovessero pagare per gli errori
commessi da un manipoli di banchieri e finanzieri. Si riaggiustò d’un tratto il
rapporto con le istituzioni, che di fronte alla protesta generalizzata decisero
finalmente di stare dalla parte di coloro che erano tenuti a rappresentare.
Accadde che il capo dello Stato, Ólafur Ragnar Grímsson, si rifiutò di
ratificare la legge che faceva ricadere tutto il peso della crisi sulle spalle
dei cittadini e indisse, su richiesta di questi ultimi, un referendum, di modo
che questi si potessero esprimere.
La comunità internazionale aumentò allora la propria pressione sullo stato
islandese. Olanda ed Inghilterra minacciarono pesanti ritorsioni, arrivando a
paventare l’isolamento dell’Islanda. I grandi banchieri di queste due nazioni
usarono il loro potere ricattare il popolo che si apprestava a votare. Nel caso
in cui il referendum fosse passato, si diceva, verrà impedito ogni aiuto da
parte del Fmi, bloccato il prestito precedentemente concesso. Il governo inglese
arrivò a dichiarare che avrebbe adottato contro l’Islanda le classiche misure
antiterrorismo: il congelamento dei risparmi e dei conti in banca degli
islandesi. “Ci è stato detto che se rifiutiamo le condizioni, saremo la Cuba del
nord – ha continuato Grímsson nell’intervista – ma se accettiamo, saremo l’Haiti
del nord”.
I Cittadini islandesi hanno votato per eleggere i membri del Consiglio
costituente.
A marzo 2010, il referendum venne stravinto, con il 93 per cento delle
preferenze, da chi sosteneva che il debito non dovesse essere pagato dai
cittadini. Le ritorsioni non si fecero attendere: il Fmi congelò immediatamente
il prestito concesso. Ma la rivoluzione non si fermò. Nel frattempo, infatti, il
governo – incalzato dalla folla inferocita – si era mosso per indagare le
responsabilità civili e penali del crollo finanziario. L’Interpool emise un
ordine internazionale di arresto contro l’ex-Presidente della Kaupthing,
Sigurdur Einarsson. Gli altri banchieri implicati nella vicenda abbandonarono in
fretta l’Islanda.
In questo clima concitato si decise di creare ex novo una costituzione
islandese, che sottraesse il paese allo strapotere dei banchieri internazionali
e del denaro virtuale. Quella vecchia risaliva a quando il paese aveva ottenuto
l’indipendenza dalla Danimarca, ed era praticamente identica a quella danese
eccezion fatta per degli aggiustamenti marginali (come inserire la parola
‘presidente’ al posto di ‘re’).
Per la nuova carta si scelse un metodo innovativo. Venne eletta un’assemblea
costituente composta da 25 cittadini. Questi furono scelti, tramite regolari
elezioni, da una base di 522 che avevano presentato la candidatura. Per
candidarsi era necessario essere maggiorenni, avere l’appoggio di almeno 30
persone ed essere liberi dalla tessera di un qualsiasi partito.
Ma la vera novità è stato il modo in cui è stata redatta la magna charta. “Io
credo – ha detto Thorvaldur Gylfason, un membro del Consiglio costituente – che
questa sia la prima volta in cui una costituzione viene abbozzata principalmente
in Internet”.
L’Islanda ha riaffermato il principio per cui la volontà del popolo sovrano
deve prevalere su qualsiasi accordo o pretesa internazionale.
Chiunque poteva seguire i progressi della costituzione davanti ai propri
occhi. Le riunioni del Consiglio erano trasmesse in streaming online e chiunque
poteva commentare le bozze e lanciare da casa le proprie proposte. Veniva così
ribaltato il concetto per cui le basi di una nazione vanno poste in stanze buie
e segrete, per mano di pochi saggi. La costituzione scaturita da questo processo
partecipato di democrazia diretta verrà sottoposta al vaglio del parlamento
immediatamente dopo le prossime elezioni.
Ed eccoci così arrivati ad oggi. Con l’Islanda che si sta riprendendo dalla
terribile crisi economica e lo sta facendo in modo del tutto opposto a quello
che viene generalmente propagandato come inevitabile. Niente salvataggi da parte
di Bce o Fmi, niente cessione della propria sovranità a nazioni straniere, ma
piuttosto un percorso di riappropriazione dei diritti e della
partecipazione.

In conclusione
La rivoluzione islandese ha quindi un risvolto di partecipazione democratica
che rappresenta l’applicazione della democrazia partecipativa alla vita di una
intera nazione (sia pure di soli 300.000 abitanti) e un risvolto di rivolta
contro il neoliberismo che ha concretamente rovesciato i dettami neoliberisti.
Nei fatti gli islandesi hanno praticato una “ristrutturazione del debito”,
pagando i debiti delle banche insolventi ai cittadini islandesi e
sostanzialmente non restituendo i debiti al resto del mondo. Nonostante
l’Islanda non abbia l’esercito non è stata invasa da  eserciti stranieri.
Ovviamente non è possibile generalizzare questo esempio in modo meccanico, però
io credo che la strada che gli islandesi hanno segnato è la strada giusta:
bisogna mettere la mordacchia al capitale finanziario!

Perù, Ollanta Humala è il nuovo presidente

da http://www.peacereporter.net del 07/06/2011
Con qualche voto di scarto, l’ex amico di Chavez ha la meglio sulla figlia di Fujimori.
Il Perù ha scelto: Ollanta Humala, 48 anni e già una corsa alle presidenziali alle spalle, è il nuovo presidente della Repubblica. La sua prima promessa? Promuovere la crescita economica puntando tutto su politiche sociali che vadano
a sanare il disequilibrio di una società profondamente iniqua. Missione poveri pare essere la sua parola d’ordine.
Davanti a migliaia di fedelissimi, nella piazza Dos de Mayo a Lima, Humala ha celebratola sua vittoria stirata sulla figlia del famigerato dittatore di origine giapponese, in carcere per violazione dei diritti umani e delitti di lesa umanità, la quale è stata battuta con meno un punto percentuale: 50.7 contro 49.3. “Stanotte rinnovo il mio compromesso con il popolo peruviano. Cominceremo a lavorare dal prossimo 28
luglio. I risultati ci stanno mostrando un successo arrivato al culmine di una campagna elettorale dura. Adesso possiamo procedere con un governo di concertazione”, principio questo che ha intenzione di perseguire anche in politica estera, dove cercherà una integrazione del Perù con i paesi della regione latinoamericana.
Ma la priorità resta tutta interna. “La mia amministrazione affronterà politiche reali per risolvere i problemi di salute, educazione, infrastrutture, sicurezza, senza prestare il fianco alla corruzione”, ai soliti cartelli che cercano da sempre di manipolare il potere. Per questo il nuovo presidente convocherà i migliori quadri tecnici e intellettuali del paese, per formare un esecutivo ampio e di larghe vedute “dove nessuno si senta escluso e tutti si sentano rappresentati”. Il tutto in nome di un’economia aperta e di mercato, partendo dal rafforzamento del mercato interno.

“Trasformeremo l’agricoltura e l’industria, per ricavarne più posti di lavoro e più soldi da far girare nel paese”, ha precisato, con aria soddisfatta. Una vittoria, quella di Humala, che arriva anche grazie al supporto dell’ex presidente Alejandro Toledo, del presidente cileno Sebastián Piñera e dell’ex capo di stato brasiliano Lula, che hanno esercitato forti pressioni per assicurargli la vittoria su Keiko Fujimori, che ha avuto qualche difficoltà a metabolizzare la sconfitta. Fondamentale l’appoggio ricevuto dallo scrittore e premio Nobel della Letteratura Mario Vargas Llosa che a caldo ha dichiarato: “Sono molto contento, c’e stata una sconfitta del fascismo, in Perù la democrazia è salva”.Visto che le previsioni la davano quale vincitrice fino a pochi giorni prima del ballottaggio, la figlia del dittatore ci ha messo un po’ prima di riprendersi per poi dichiarare ai suoi rappresentanti che il fatto di aver comunque ottenuto quasi la metà del consenso le dava “molta allegria e soddisfazione”.

Concluso il VI congresso del PC cubano

Migliorare il nostro socialismo e non permettere mai il ritorno del regime capitalistico.

di Roberto Battiglia, redazione Nuestra America

Resterà sempre impresso nella giornata conclusiva del VI Congresso del Partito Comunista di Cuba, l’emozionante applauso con il quale i mille delegati hanno accolto il leader della Rivoluzione Fidel Castro, accompagnato da suo fratello Raul, al suo ingresso nel Palazzo delle Convenzioni dell’Avana. Il Comandante en Jefe aveva spiegato nelle riflessioni scritte la notte precedente perché il suo nome non sarebbe apparso tra i membri del nuovo Comitato Centrale, “Raúl sapeva che oggi io non avrei accettato nessun incarico nel Partito”. “Penso d’aver ricevuto troppi onori e non ho mai pensato di vivere tanti anni. Il nemico ha fatto tutto il possibile per impedirlo, un incalcolabile numero di volte ha cercato di eliminarmi e molte volte io ho “ collaborato” con loro”. Sempre nelle “riflessioni”, Fidel spiega come tra gli obbiettivi del Congresso ci fosse anche quello di realizzare un rinnovamento del Comitato Centrale incrementando la presenza delle donne, dei neri e dei meticci discendenti degli schiavi provenienti dall’Africa, le due componenti più povere e sfruttate quando Cuba era sotto il domino capitalista. E nell’intervento conclusivo del Congresso è Raul Castro, eletto Primo Segretario del Partito Comunista Cubano, a chiarire che “cambiare tutto ciò che deve essere cambiato” significa anche che “Per avere successo, la prima cosa che dobbiamo cambiare nella vita del partito è la mentalità… Sarà anche necessario correggere gli errori e conformare, sulla base della razionalità e della fermezza dei principi, una visione globale del futuro per il bene della conservazione e dello sviluppo del socialismo nelle attuali circostanze”. Prosegue Raul: “con l’elezione del nuovo Comitato centrale, il suo Segretariato e l’Ufficio Politico, presentato nella mattina di oggi, abbiamo fatto un primo passo verso il completamento che ci eravamo prefissi…Il Comitato Centrale è composto di 115 membri, di cui 48 sono donne, 41,7 per cento, più del triplo rispetto al tasso raggiunto nel congresso precedente, che era del 13,3 per cento. I neri e i meticci sono 36, in crescita del 10 per cento della loro presenza, che oggi ammonta al 31,3 per cento. Oltre ad eleggere i nuovi organismi dirigenti, i partecipanti alla riunione iniziata il 16 aprile, hanno discusso e approvato la relazione centrale presentata da Raul Castro al Congresso, il giorno di apertura e le linee guida della politica economica e sociale discusse nelle cinque commissioni e poi approvata in seduta plenaria. Un’altra importante decisione assunta dal VI Congresso è stata quella di limitare ad un massimo di due periodi consecutivi di cinque anni la durata degli incarichi politici e statali fondamentali. Questo cambiamento, come è scritto nella relazione centrale, “è reso possibile e necessario nelle attuali circostanze, ben distinte da quelle dei primi decenni della Rivoluzione ancora non consolidata ed inoltre sottoposta a costanti minacce e aggressioni”. L’esortazione a realizzare le linee guida, di lavorare con intensità e cambiare la mentalità dove questo rallenta lo sviluppo della società socialista, ha segnato la chiusura del sesto Congresso del partito comunista di Cuba. Nell’intervento conclusivo del Congresso, Raul ha ribadito che “L’attualizzazione del modello economico non è un miracolo che possa compiersi dalla notte alla mattina, come alcuni pensano, il suo pieno dispiegamento sarà raggiunto gradualmente nel corso dei cinque anni, sarà molto più lavoro di dettaglio, progettazione e coordinamento, sia sul piano giuridico quanto nella preparazione approfondita di tutte le misure necessarie per la sua attuazione pratica”. Fondamentale sarà il ruolo del partito in questo sforzo cruciale. Ciò richiederà una quantità enorme di lavoro, lo sforzo organizzativo ed un costante ed efficace lavoro ideologico, lontano dal formalismo, basato sul contatto permanente con la popolazione. Per questo la prossima tappa sarà la Conferenza Nazionale che il Congresso ha convocato per il 28 gennaio 2012, allo scopo di valutare con obiettività e senso critico, il lavoro svolto dal Partito, in questo lasso di tempo, insieme alla rinnovata volontà di determinare i cambiamenti necessari nelle attuali circostanze. I documenti che saranno presentati alla Conferenza Nazionale saranno discussi in precedenza dai militanti del partito e, dalle strutture della gioventù comunista (UJC) e in tutti i livelli delle organizzazioni di massa. Nel discorso di chiusura, il Primo Segretario Raul Castro ha ricordato che nella stessa data di ieri, 50 anni prima, l’imperialismo ricevette la sua prima sconfitta, nelle sabbie di Playa Girón, e che le Forze Armate Rivoluzionarie che ha avuto l’onore di guidare per 49 anni, mai rinunceranno a svolgere il loro ruolo al servizio della difesa del popolo, del Partito, del socialismo e della Rivoluzione. Come associazione e rivista Nuestra America, abbiamo creduto utile proporre una cronaca quotidiana dei giorni del Congresso, che rispettasse il lavoro dei compagni cubani fornendo notizie non manipolate o falsificate, come purtroppo è tradizione e costume degli organi di informazione nostrani. Nei prossimi giorni entreremo più nel merito delle importanti, storiche decisioni assunte dal Partito Comunista Cubano. Per oggi ci accontentiamo di salutare i nemici e i detrattori della Rivoluzione Socialista Cubana, con l’affermazione del Primo Segretario del Partito, il compagno Raul, al quale già in questa sede formuliamo i più fraterni auguri e la nostra totale vicinanza, che ha dichiarato “di assumersi la responsabilità di continuare a migliorare il nostro socialismo e non permettere mai il ritorno del regime capitalistico”. “Il Congresso è finito – ha concluso-” “ora, al lavoro”.
http://www.reblab.it/2011/04/migliorare-il-nostro-socialismo-e-non-permettere-mai-il-ritorno-del-regime-capitalistico/

L’ipocrisia del capitale e l’ennesima guerra umanitaria!

compagne e carissimi compagni,
Nucleare, acqua pubblica, sciopero generale, emergenza migranti, guerra umanitaria. Se il nostro mondo internauta, anche senza la presenza del medium, funzionasse a “tag”, le parole da me appena citate, costituirebbero i punti focali scaturiti dagli avvenimenti appena trascorsi.
Siamo talmente inseriti in questa logica di informazione immediata e globale che spesso non riusciamo a cogliere ed analizzare in maniera logica, tutti gli avvenimenti e le notizie di cui possiamo fruire.
Così mentre seguiamo un tomahawk americano, in tempo reale,che si abbatte su di un sito dove potrebbe sorgere il bunker del colonnello Mu’ammar Gheddafi, ci sfugge il livello d’allarme del reattore numero 2 di Fukushima, oppure ci risultano estranee le vicende dello Yemen e della Saria e ancora il battibecco Italia-Francia sul comando della no fly zone in Libia.
È troppo gravido di avvenimenti e prospettive questo periodo storico per perdersi in lunghissime diatribe sul senso o meno di un intervento militare in contrasto in quanto tale, con lo spirito di tutte quelle realtàterritoriali, le quali anche nel Nord dell’Africa chiedono democrazia e libertà.
La crisi del capitalismo che stiamo subendo giorno per giorno nei nostri luoghi di lavoro come negli atenei e nelle scuole pubbliche di questa Italia, ha reso la classe dirigente guardinga e spietata. È come se tra la borghesia aleggiasse uno strano fantasma che, da buon monito, ricorda il ticchettare della lancetta di un qualsiasi orologio prima di un esame o di una fase cruciale della nostra esistenza.
Il sistema che meticolosamente è stato costruito irretendo le coscienze dalla massa vacilla ogni volta che un Giappone qualsiasi riporta i nuclearisti con i piedi per terra, una guerra umanitaria è mascherata da misericordia da buoni civilizzatori e il petrolio non fa più la parte dell’idromele, ma del veleno qual’è.
Attuando la strada che ci hanno imposto anche questa volta i nostri bei stati sovrani, non potremmo far altro che vedere all’ordine del giorno sempre più guerre per il controllo di qualsiasi risorsa.
Ben lo sappiamo compagni, che questo metodo è rodato e funziona da anni. La pratica consiste nel non curarsi dei disastri compiuti dai dittatori amici purché continuino a siglare “trattati bilaterali” che possano far contenti i veri padroni di casa. È successo con i Somoza, come con i Mubarak i Ben Alì. Ogni qual volta ci si è presentata l’occasione di fare affari con i peggiori ceffi li si sono fatti.
Purtroppo capita a volte che i patti possano saltare, vuoi per una presa di coscienza del popolo, vuoi per una spinta rivoluzionaria, l’oppresso può tornare in auge (non è il caso specifico della Libia dove gli oppressi rimangono oppressi sia con il Raìs che con la Nato). Di solito quando l’oppresso torna in auge, non solo i tomahawk si levano, ma prima di tutto partono le bordate della propaganda. Ed allora ecco davanti agli schermi i La Russa di tutto il mondo imperialista che ci spiegano il pericolo del fondamentalismo (se ci riferiamo ai paesi arabi) e dei milioni e milioni di migranti (in questo caso con riferimento al Mediterraneo) che proveranno ad affacciarsi al nostro recinto.
Ma forse a mettere in crisi questo sistema non sono solo i nostri pari nord africani. Nella sola giornata di ieri, per esempio in Inghilterra ed Italia, Londra e Roma sono state attraversate da migliaia di persone. La prima ha visto sfilare fino ad Oxford street, 300.000 persone che dopo l’era Thatcher e Blair, cioè dopo bastonate e zuccherini al guttalax, riprendevano in mano il sindacalismo del regno unito. La seconda ha accalcato in Piazza San Giovanni il lancio della campagna referendaria per l’acqua pubblica ed il No al nucleare.
Certo non stiamo parlando di Piazza Tahrir, ma sarebbe da miopi, non cogliere che qualcosa, seppur con passi molto cauti, si muove anche tra i paesi civilizzatori.
La stessa nostra iniziativa, oggi, vuole porsi in questo segnale di cambiamento.
Riaprire questi conflitti, in un suolo dove la violenza si giustifica solo dalla parte dei nostri delatori, è qualcosa di potenzialmente vivo. Dire Stop alle bombe, non significa solo chiedere il rispetto di una risoluzione Onu, ma vale soprattutto per noi, che possiamo renderci coscienti di quante altre strade avrebbero potuto scegliere Francia, States, Italia, Canada, Inghilterra, Spagna e Barehin (per citare gli impegnati nella no fly zone libica) per interrompere la scellerata politica del Raìs.
Tutto ciò ci pone realmente davanti al problema nudo. Perché se gli stati sopraccitati avessero scelto di patteggiare per la diplomazia non avrebbero più potuto tacere su Israele, oppure avrebbero mancato il pleni potere sulle risorse petrolifere.
Le guerre non vengono orchestrate per salvare i civili dai dittatori più spietati del mondo (che tra l’altro fino a poco prima però erano i cari amici dell’occidente), semplicemente sono la via più breve per riportare l’ago della bilancia a favore di una certa idea e di un certo equilibrio globale.
Compagni entriamo ora più sullo specifico italiano.Come al solito siamo un paese incredibile.
Forse ancora un po’ troppo sbronzo dai festeggiamenti per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia (come sosteneva un nostro caro compagno durante le riunioni organizzative di questo evento), il Presidente delle repubblica Giorgio Napolitano, ha insistito in questi ultimi giorni nello specificare, quanto fosse brutta la guerra e quanto la missione libica non fosse tale conflitto armato.
Bene, è nostro dovere, ricordare a tutti quei politicanti, che utilizzano come reliquia o poster la Costituzione, che se veramente tengono ad essa, qualche volta dovrebbero applicarla alla lettera. Ma i dogmi di questa carta, sono anche i nostro valori morali trapiantati spesso dall’etica religiosa. Il famoso: “Non uccidere”, ripetuto in quasi tutti i culti, decade con l’ingresso di un Tornado in spazio aereo di sovranità altrui. Ma come ben sappiamo spesso alle divinità si mettono in bocca parole che nemmeno le divinità stesse si sognerebbero di dire.
É un po’ come il classico esempio di Dio, Patria, Famiglia.
Come possiamo dimenticarci del nostro passato coloniale, quando riscendiamo in Libia a quasi cento anni di distanza?
Se ci guardassimo alle spalle, potremmo riconoscere tutte le responsabilità che l’Italia ha nei confronti di questo paese. Infatti, il nostro El Cid campeador, Pietro Badoglio, durante la reconquista negli anni 30 di Cirenaica e Tripolitania, si distinse per l’accurato e diligente menefreghismo nei riguardi del trattato di Ginevra del 1925, il quale vietava l’utilizzo di aggressivi chimici sui civili durante le campagne militari. Il governatore generale di Libia (molto peggio in una classifica dei criminali di guerra italiani persino del buon Rodolfo Graziani) arrivò ad allestire 13 campi di concentramento per la detenzione di circa 40 mila civili insorti nella Marmarica, anche qui anticipando i tempi e “brevettando” un ottimo sistema di sfruttamento della manodopera a costo zero.
In ottant’anni, passando in piena rimozione della memoria, per re Idris II e Mu’ammar Gheddafi, comunque quel paese del Nord Africa è rimasto un “potentato” italiano. Almeno ciò lo possiamo intuire dalle partecipazioni del Raìs a percentuali patrimoniali importanti di Eni, Finmeccanica, Unicredit e alla celebrazione di vassallato durante i bacia mano del nostro Premier.
In quest’ottica di mutuo aiuto, Gheddafi ci garantiva la piena repressione dei civili in marcia dal corno d’Africa grazie all’internamento in specifici lager sovvenzionati dal nostro democratico stato italico. In cambio riceveva grandi fette di capitale nostrano anche per rinvigorire le sue guardie personali e quelle dei suoi figli.
Nel mentre di questi scambi economici, qualcosa però si è inceppato, la popolazione di Bengasi per prima ha iniziato a rumoreggiare e il governo libico ha risposto con la repressione violenta del dissenso (roba sperimentata in occidente intendiamoci).
Ora, non sono lontani quei giorni in cui Frattini, ancora amareggiato per la mancata estradizione di Battisti dal Brasile, tifando per Mubarak e poi per Gheddafi dovette fare un passo indietro.
Per salvare i trattati bilaterali siglati nel 2008 l’Italia iniziò a non curarsi e parlare di tutt’altro fuorché della Libia. Dopo una forte tirata d’orecchi da parte dei nostri superiori eccoci subito consegnare il nostro spazio aereo e ad aprire (in realtà non è che fossero chiuse) le basi militari nostrane.
Il resto è storia recente. Rimane il rammarico delle continue figure da fessi che ci tocca perpetrare ogni santa volta che avviene un diktat in casa Nato.
Fa sorridere comunque il vedere i nostri aerei, confezionati da Finmeccanica e quindi con la collaborazione conveniente di Gheddafi, cercare di radere al suolo gli ipotetici rifugi di Mu’ammar.
Ma forse questo è il solito effetto nefasto del Capitalismo, una sorta di cane che si mangia la coda.
Fermo restando che la condanna a questa guerra è il primo passo per richiedere un serio impegno ad un tavolo per la pace dove si possa trattare la transizione libica, come per altro auspicato da Brasile e Venezuela, concludo ricordando un pezzo di un articolo di un vecchio cubano: “Una persona onesta sarà sempre contro qualsiasi ingiustizia che si commetta con qualsiasi popolo del mondo, e la peggiore di queste, in questo istante, sarebbe stare zitti di fronte al crimine che la NATO si prepara a commettere contro il popolo della Libia”. Fidel Castro Ruz per il quotidiano Granma, 20 Febbraio 2011

Alce Nero

Libia, una rivoluzione telecomandata.

Rivelazioni sul coinvolgimento dei servizi segreti francesi nella pianificazione delle rivolte anti-Gheddafi e sulla presenza in Cirenaica di forze speciali angloamericane fin dalle prime fasi della ribellione, se non da prima
Se non fosse per l’aspro scontro diplomatico in atto tra Italia e Francia sulla Libia, difficilmente saremmo venuti a conoscenza degli imbarazzanti retroscena della ‘rivoluzione libica’ pubblicati ieri dalla stampa berlusconiana, che dimostrano come la rivolta popolare contro Gheddafi sia sta orchestrata da Parigi fin dallo scorso ottobre.Il quotidiano Libero, citando documenti riservati dell’intelligence francese (ottenuti dai servizi italiani) e basandosi su notizie pubblicate dalla newsletter diplomatica Maghreb Confidential, racconta come l’uomo più fidato del Colonnello, il suo responsabile del protocollo Nouri Mesmari (nella foto con Gheddafi), lo abbia tradito rifugiandosi a Parigi lo scorso 21 ottobre.
Lì, nel lussuoso hotel Concorde Lafayette, questo inquietante personaggio ha ripetutamente incontrato i vertici dei servizi francesi, fornendo loro informazioni politiche e militari utili per rovesciare il regime libico e contatti libici fidati per organizzare una rivoluzione.
In base a queste indicazioni, il 18 novembre agenti francesi al seguito di una missione commerciale a Bengasi hanno incontrato il colonnello dell’aeronautica Abdallah Gehani, pronto a disertare. Gheddafi scopre qualcosa e dieci giorni dopo chiede alla Francia di arrestare Mesmari, ma lui chiede asilo politico e continua a tessere le sue trame.
Il 23 dicembre arrivano a Parigi altri tre libici: Faraj Charrant, Fathi Boukhris e Ali Ounes Mansouri, ovvero al futura leadership della rivoluzione libica. Mesmari, sempre sorvegliato/protetto dai servizi francesi, si incontra con loro in un lussuoso ristorante degli Champs Elysèe.
Subito dopo Natale arrivano a Bengasi i primi “aiuti logisitici e militari” francesi.
A gennaio Mesmari, soprannominato dagli 007 francesi ‘Wikileak’ per tutte le informazioni che rivela, aiuta Parigi a predisporre i piani della rivolta assieme al colonnello Gehani. Ma i servizi segreti libici scoprono le intenzioni di quest’ultimo e lo arrestano il 22 gennaio.
Qui finiscono le rivelazioni di Libero, ma cominciano quelle sull’arrivo di commando di forze speciali britanniche e statunitensi a Bengasi.
Tra il 2 e il 3 febbraio, secondo “informazioni raccolte in ambienti ben informati” dal blog Corriere della Collera (del massone Antonio De Martini, ex responsabile del movimento repubblicano di destra ‘Nuova Repubblica’), uomini delle Sas e delle Delta Force sarebbero giunti in Cirenaica per inquadrare e addestrare i futuri ribelli.
Il 17 febbraio scoppia la rivolta in Cirenaica.
Secondo fonti di stampa vicine ai servizi segreti israeliani e pachistani, una settimana dopo, nelle notti del 23 e 24 febbraio, sbarcano a Bengasi e a Tobruk centinaia di soldati delle forze speciali britanniche, statunitensi e anche francesi per aiutare i rivoltosi a sostenere la dura reazione militare del regime di Gheddafi: i gruppi ribelli vengono organizzati in unità paramilitari e addestrati all’uso delle armi pesanti catturate dai depositi governativi.
La consistente presenza di forze militari inglesi in Cirenaica fin dalle prime fasi della rivolta anti-Gheddafi (almeno da fine febbraio) verrà successivamente confermata dal giornale britannico Sunday Mirror.
I primi di marzo, secondo il settimanale satirico francese Le Canard enchainé, i servizi segreti francesi della Dgse hanno fornito ai ribelli libici un carico di cannoni da 105 millimetri e batterie antiaeree camuffato come aiuto umanitario e accompagnato da addesratori militari.
I mesi di pianificazione portata avanti dall’intelligence francese e il tempestivo, se non preventivo, sostegno militare anglo-americano-francese sul terreno, gettano nuova luce sulla natura della ‘rivoluzione libica’.
peacereporter.net

Wisconsin, il ricatto e la minaccia

Proponiamo qui di seguito un articolo in cui è descritto ciò che sta accadendo in Wisconsin, Stati Uniti. Nel silenzio generale dei media “mainstream”, nello stato americano si sta assistendo ad un vero e proprio attacco padronale nei confronti dei lavoratori, mostrando come il conflitto di classe sia più attuale che mai, soprattutto nella patria del capitalismo.
Il governatore Walker intima ai Democratici: venite a votare o vi arresto. Preannunciati 1.500 licenziamenti
Per snidare i senatori riottosi, il governatore del Wisconsin prepara arresti e licenziamenti e usa l’arma del ricatto. Con due risoluzioni approvate ieri dal Senato dello Stato, il Repubblicano Scott Walker alza la posta in gioco e fissa la deadline: se l’Aventino dei Democratici non cessa, via agli arresti (se i senatori transfughi vengono individuati nel territorio dello Stato) e agli esuberi di impiegati (1.500, per “risanare il bilancio”). Sono oltre mezza dozzina i membri della Camera alta del Wisconsin espatriati in Stati frontalieri per evitare che si raggiunga il quorum necessario alla votazione di una contestata legge: il Bill 11, approvato dal Congresso del Wisconsin ma in stallo al Senato proprio a causa della fuga di quattordici Democratici, decisi all’ostruzionismo a oltranza in ragione della anti-sindacalità del provvedimento. Quest’ultimo prevede infatti l’eliminazione della contrattazione collettiva, l’onere per il dipendente pubblico del pagamento di metà dei contributi pensionistici e del 12,6 percento dei contributi sanitari. Misure che Walker ha definito ‘modeste’ in rapporto a quelle previste per il settore privato. Tali provvedimenti sono ‘necessari’ per risanare il bilancio dello Stato, che rischia la bancarotta con un buco da 3,6 miliardi di dollari. Il governatore Repubblicano ha fretta di approvare la legge.
Così, Walker ha fatto passare ieri una risoluzione che prevede una multa di cento euro per ogni giorno di assenza dalle attività del Senato e la licenza, per la polizia statale, di arrestare i senatori rintracciati sul territorio del Wisconsin. Ma anche i Repubblicani si rendono conto che non c’è modo di far applicare una simile risoluzione dalla forze dell’ordine. Più preoccupante il ricatto ai danni di 1.500 lavoratori, che rischiano di perdere il posto per l’interminabile braccio di ferro politico tra le due parti politiche. Walker vuole difendere il dettato liberista della minima interferenza del governo nel mercato a spese della massima invadenza nel settore sociale. Gli oppositori del Bill 11 sostengono che il bilancio è in rosso perché Walker ha promesso tagli drastici all’imposizione fiscale sulle imprese per almeno due anni.
I senatori Democratici hanno cominciato una protesta insieme ai sindacati che ha portato all’occupazione del Capitol, sede del Congresso, sgomberato nei giorni scorsi e oggi sottoposto a severissime restrizioni. Ieri un presidio di poliziotti è stato posto agli ingressi nel salone circolare, che sono stati limitati a un numero stabilito per evitare il caos che ha semi-paralizzato i lavori dei legislatori nell’ultimo mese. Per protestare, alcuni membri Democratici del Congresso hanno spostato le loro scrivanie nel prato del Capitol e si sono messi a lavorare lì.

Luca Galassi

peacereporter.net

Verso un’altra guerra “umanitaria”

di Tommaso Di Francesco (il manifesto del 25/02/2011)

Siamo ai prodromi di un’altra guerra umanitaria. Che andrebbe ad aggiungersi a quella già sul campo. Stavolta in Libia. La Nato dichiara che «non è all’ordine del giorno, per ora», l’Unione europea che «nemmeno ci pensa», il ministro della difesa italiano La Russa che «non è nei nostri pensieri, però…». Ma ci stanno pensando, ci ragionano, e soprattutto si attivano forze e strumenti istituzionali di copertura. Sanzioni, no fly zone.
Diciamo questo perché, ben al dilà del disfacimento evidente del regime di Gheddafi, delle sue drammatiche responsabilità e del suo delirio, emerge la disinformazione. Si rende cioè evidente un significativo livello di menzogne da parte dei media ancora una volta embedded: fosse comuni che appaiono, quando in realtà sono fosse individuali; un salto improbabile in 12 ore dalle mille alle diecimila vittime, secondo l’americanissima televisione Al Arabya; flash di foto di corpi senza vita; l’invenzione di un inesistente membro libico della Corte penale internazionale rigorosamente antiregime che moltiplica per 50mila il numero delle vittime e dei feriti.
Quasi un déjà vu balcanico: per il Kosovo, quando ci fu poi la verifica sul campo dei medici legali del Tribunale dell’Aja risultò falso il numero delle vittime e inventata la strage di Racak. Ma fu ben utile, nell’immediato, per 78 giorni di bombardamenti aerei della Nato che provocarono 3.500 vittime civili. Volute, non «effetti collaterali», denunciò un’inchiesta di Amnesty International. Dimenticate, anzi cancellate da ogni memoria. Giacché la guerra doveva essere «umanitaria». E a quell’enfasi di menzogne partecipò un’intera schiera di media.
Ci stanno pensando alla «missione». Gridando al cielo che «no, è infame bombardare i civili», si sdegnano le cancellerie occidentali. Dimenticando il massacro dei civili e degli insorti se sono iracheni o afghani. Già l’amministrazione Usa parla di una delega all’Italia e alla Francia, paesi ex coloniali che dovrebbero guidare l’eventuale «missione». Del resto lo strumento militare operativo di Africom della Nato è già pronto, come da mandato, per l’intervento proprio in quell’area. E tutti sono avvertiti della presenza sul campo non di Al Qaeda che soffia sul fuoco, ma di un integralismo islamico reale e storico in Cirenaica.
Eppure non sanno ancora come motivarlo l’intervento. Se avessero a cuore davvero la vicenda umanitaria, non avrebbero dovuto sottoscrivere accordi di compravendita di armi con il Colonnello. E se l’Italia è davvero attenta all’umanità non avrebbe dovuto ratificare in modo bipartisan un Trattato che, pur riconoscendo finalmente le nostre malefatte coloniali, ha chiesto a Gheddafi di istituire campi di concentramento per fermare la fuga dei migranti disperati dalla grande miseria dell’Africa dell’interno e del Maghreb.
Non lo dicono, né lo diranno mai. Ma come per l’enfasi e la falsificazione sul numero delle vittime, c’è l’esagerazione interessata sui «milioni di profughi» dalla Libia e dalla Tunisia, «250mila» ha detto il gommoso Frattini, senza alcuna vergogna.
Non lo dicono, ma sono terrorizzati davvero per il pericolo che corrono gli approvvigionamenti di petrolio e metano. Per i nostri consumi, il nostro intoccabile modello di vita.
Per questo alla fine interverranno. Non per un ruolo umanitario da subito degli organismi delle Nazioni unite, non per un corridoio umanitario che porti soccorso a chiunque, insisto chiunque, soffra – giacché la crisi libica si rappresenta più come guerra civile che come rivolta secondo il modello di Tunisi e del Cairo. Interverranno perché, qualsiasi sia il potere che arriverà dopo Gheddafi, svolga per noi la stessa funzione del Colonnello: elargire petrolio per i consumi dell’Occidente e impedire l’arrivo dei disperati relegandoli in un nuovo sistema concentrazionario.

Al via la nuova spartizione del Continente Africa

di Manlio Dinucci su il manifesto – 25 febbraio 2011

A fuggire dalla Libia non sono solo famiglie che temono per la loro vita e poveri immigrati da altri paesi nordafricani. Vi sono decine di migliaia di altri «profughi» che vengono rimpatriati dai loro governi con navi e aerei: sono soprattutto tecnici ed executive delle grandi compagnie petrolifere. Non solo l’Eni, che realizza in Libia circa il 15% del suo fatturato, ma anche altre multinazionali soprattutto europee: Bp, Royal Dutch Shell, Total, Basf, Statoil, Rapsol. Sono costretti a lasciare la Libia anche centinaia di russi della Gazprom e oltre 30mila cinesi di compagnie petrolifere e di costruzioni. Una immagine emblematica di come l’economia libica sia interconnessa all’economia globalizzata, dominata dalle multinazionali.
Grazie alle ricche riserve di petrolio e gas naturale, la Libia ha una bilancia commerciale in attivo di 27 miliardi di dollari annui e un reddito procapite medio-alto di 12mila dollari, sei volte maggiore di quello egiziano. Nonostante le forti disparità, il livello medio di vita della popolazione libica (appena 6,5 milioni di abitanti in confronto ai quasi 85 dell’Egitto) è quindi più alto di quello dell’Egitto e degli altri paesi nordafricani. Lo testimonia il fatto che lavorano in Libia circa un milione e mezzo di immigrati per lo più nordafricani. L’85% delle esportazioni energetiche libiche è destinato all’Europa: al primo posto l’Italia che ne assorbe il 37%, seguita da Germania, Francia e Cina. L’Italia è al primo posto anche nelle importazioni libiche, seguita da Cina, Turchia e Germania.
Tale quadro ora salta in aria per effetto di quella che si caratterizza non come una rivolta di masse impoverite, tipo le ribellioni in Egitto e Tunisia, ma come una vera e propria guerra civile, dovuta a una spaccatura nel gruppo dirigente.
Chi ha fatto la prima mossa ha sfruttato il malcontento contro il clan di Gheddafi, diffuso soprattutto fra le popolazioni della Cirenaica e i giovani nelle città, nel momento in cui l’intero Nord Africa è percorso da moti di ribellione. A differenza che in Egitto e Tunisia, però, l’insurrezione libica appare preordinata e organizzata.
Emblematiche sono le reazioni in campo internazionale. Pechino si è detta estremamente preoccupata degli sviluppi in Libia e ha auspicato «un rapido ritorno alla stabilità e normalità». Il perché è chiaro: il commercio cino-libico è in forte crescita (circa il 30% solo nel 2010), ma ora la Cina vede messo in gioco l’intero assetto dei rapporti economici con la Libia da cui importa crescenti quantità di petrolio. Analoga la posizione di Mosca.
Di segno diametralmente opposto, invece, quella di Washington: il presidente Obama, che di fronte alla crisi egiziana aveva minimizzato la repressione scatenata da Mubarak e premuto per una «ordinata e pacifica transizione», condanna senza mezzi termini il governo libico e annuncia di aver approntato «la gamma completa di opzioni che abbiamo per rispondere a questa crisi», comprese «le azioni che possiamo intraprendere e quelle che coordineremo con i nostri alleati attraverso istituzioni multilaterali». Il messaggio è chiaro: vi è la possibilità di un intervento militare Usa/Nato in Libia, formalmente per fermare il bagno di sangue. Altrettanto chiare sono le ragioni reali: rovesciato Gheddafi, gli Stati uniti potrebbero rovesciare l’intero quadro dei rapporti economici della Libia, aprendo la strada alle loro multinazionali, finora quasi del tutto escluse dallo sfruttamento delle riserve energetiche libiche. Gli Stati uniti potrebbero così controllare il rubinetto energetico, da cui dipende in gran parte l’Europa e si approvvigiona anche la Cina.
Ciò avviene nel grande gioco della spartizione delle risorse africane, che vede un crescente braccio di ferro soprattutto tra Cina e Stati uniti. La potenza asiatica in ascesa – presente in Africa con circa 5 milioni di manager, tecnici e operai – costruisce industrie e infrastrutture, in cambio di petrolio e altre materie prime. Gli Stati uniti, che non possono competere su questo piano, fanno leva sulle forze armate dei principali paesi africani, che addestrano attraverso il Comando Africa (AfriCom), principale loro strumento di penetrazione nel continente.
Entra ora in gioco anche la Nato, che sta per concludere un trattato di partnership militare con l’Unione africana, di cui fanno parte 53 paesi. Il quartier generale della partnership Nato-Unione africana è già in costruzione a Addis Abeba: una modernissima struttura, finanziata con 27 milioni di euro dalla Germania, battezzata «Edificio della pace e sicurezza».

Gli States e la loro politica estera

L’editoriale de “Il Manifesto” di ieri (giovedì 3 febbraio, Marco d’Eramo), azzardava un paragone inquietante: l’Egitto come il Nicaragua.Somoza come Mubarak dunque.

Niente di più lontano forse per le nostre memorie fallaci. Probabilmente se chiedessimo a qualcuno di indicarci il Nicaragua su di una cartina, faticherebbe non poco a trovarlo.
Panama, Honduras, Costa Rica, El Salvador, Guatemala e Nicaragua appunto, storicamente erano il reame della United Fruit Company, una maledetta compagnia americana che tutto poteva e tutto faceva su quei territori, persino evitando di pagare i propri dipendenti con moneta sonante, sostituita ad hoc con buoni da utilizzare solo all’interno della rete commerciale dell’azienda (non che Auchan ed Esselunga non facciano altrettanto con i precari italiani).
Ma che c’entra una multinazionale americana e soprattutto i paesi dell’america centrale con l’Egitto e il 25 gennaio scorso?
Bhe questo velleitario parallelismo non l’ho di certo sfoderato io, diciamo che però mi stuzzicava l’intenzione di approfondire una buona idea.
Gli egiziani (intesi come i generali travestiti da premier che si sono succeduti negli ultimi decenni sullo scranno più alto del parlamento che in teoria dovrebbe essere eletto dal popolo), nel Risiko mondiale, sono un potentato americano nonché i migliori amici di Israele nel mondo arabo.
Da anni firmano contratti bilaterali con i compari della casa bianca soprattutto per quanto riguarda gli aiuti militari. Invero grazie a Washington l’esercito egiziano ha fatto un grande salto di qualità. Miliardi di dollari, in parte condonati da Bush senior come ringraziamento per l’ingresso in guerra a fianco degli USA nel “primo golfo” contro l’Iraq, per carri armati (i tank di ultima generazione che abbiamo visto immobili nelle strade del Cairo mentre l’esercito raccoglieva la spazzatura che era rimasta per terra dopo le manifestazioni dei giorni scorsi), aerei F-16 (mi pare sia la nomenclatura di quelli di ultima generazione però non ne sono sicuro), armamenti vari (per dirla tutta spesso di seconda mano, passati da quelle esperte dei Marines a quelle del popolo del Nilo dopo che i primi cambiavano fuciloni e mitra) e tutti quei gingilli da guerra cari agli esportatori della democrazia.
Favori militari secondi solo a quelli israeliani, legittimi se pensiamo alla fatica che fanno entrambi i governi (Mubarak e Netanyahu) a contenere i “cattivoni” palestinesi nella striscia di Gaza.
Quindi il quadro frettoloso si chiude delineando un imperatore che regna da 35 anni con il benestare gringo, amico di occidente e sionisti vari, messo a capo di un avamposto insieme ad Arabia Saudita e (prima di questo gennaio) paesi del Maghreb, con veci di mutuo soccorso riguardo alla difesa degli interessi di Israele contro i cattivissimi palestinesi, i ribelli libanesi e i terroristi iraniani.
Logico quindi, pensare che con una disoccupazione crescente, i continui rincari sui generi alimentari di prima necessità, una primavera rivoluzionaria in atto in Tunisia e i problemi di democrazia di Algeria e Yemen abbiano condotto anche la Piazza egiziana al surriscaldamento.
Ora passiamo l’oceano Atlantico.
Gli Stati Uniti ad inizio del secolo scorso, occuparono militarmente il Nicaragua, cacciarono l’allora presidente Zelaya (omonimo del presidente legittimo dell’Honduras, ma questa è storia di soli due anni fa), propiziarono il ritorno al governo dei conservatori e misero sul trono un loro amicone: Anastasio Somoza, correva l’anno 1936.
Esattamente due anni prima il generale Augusto Cesar Sandino leader della resistenza contro l’esercito statunitense veniva assassinato.
Privata di un grande e stimato personaggio popolare, l’opposizione borghese e liberale, diveniva territorio fertile per la dittatura dei Somoza che si protrasse fino al 1979 quando la rivoluzione sandinista vinse.
Parliamo di circa 43 anni di ingerenze statunitensi (senza contare quelli dell’occupazione), otto in più rispetto a quelli di Mubarak.
Somoza, assassinato nel 1956, lasciò ai suoi due figli il compito di vegliare sulla monarchia/protettorato USA del Nicaragua. Oggi Mubarak vorrebbe lasciare al suo “figlioccio”, Suleiman, il compito di ricostruire un governo che soddisfi una parte delle piazze di questi giorni e gli Stati Uniti.
Qui però lo scenario a mio parere cambia, rispetto al Nicaragua, ricordando di più l’Iran, visto che siamo nel mondo arabo.
A Managua trionfò la rivoluzione sandinista (ora, per certi versi, è un triste ricordo anche lì). A Teheran, invece, dopo la caduta dello Scià di Persia, fantoccio imposto dagli States, si è sviluppato un sistema di gestione del potere islamista/anti-occidentale (ciò non vuol dire che per forza debba essere condannato come è anche nostro sport nazionale il farlo).
I fratelli musulmani sono una minoranza nelle piazze egiziane, che si sono distinte anche per aver lasciato fuori da questa primavera le religioni, ma se gli USA scegliessero di appoggiare il cambiamento a favore di Suleiman, siamo sicuri che il popolo non si radicalizzerebbe nella direzione opposta?
Hezbollah ed Hamas sono un esempio concreto dell’ingerenza statunitense in queste zone.
Eppure analizzando la transizione delle ultimi ore dell’Egitto (che a quanto pare non dispiace agli yankee) possiamo notare un esercito che non è mai stato vicino ai manifestanti come volevano farci credere all’inizio, una polizia segreta autoproclamatatsi reggente di centinaia di stipendiati lanciatori di sassi e molotov, che a suon di schiaffoni hanno bandito i giornalisti dalle zone calde dello scontro al Cairo, ed infine un Suleiman sobillatore della parte borghese dell’opposizione di piazza, intenzionato a spaccare il fronte unitario anti-Mubarak.
Senza dimenticarci dell’uscita pubblica di Robert Gibbs (portavoce della casa bianca): “L’Egitto non deve fermare il progresso di mutamento in atto”.
Sicuri che si stia percorrendo la strada migliore?
Sarà anche un figlio di puttana, ma è il nostro figlio di puttana! (Franklin Delano Roosevelt riferendosi a Somoza).

Bielorussia: Lukashenko rieletto presidente. I diritti sociali in primis.

Il 19 dicembre 2010 si sono svolte in Bielorussia le elezioni presidenziali, con la riconferma di Aleksandr Lukashenko alla guida del paese. Lukashenko, ex-direttore di una fattoria collettiva socialista ai tempi dell’URSS, è salito al potere nel 1994 come antagonista del candidato borghese Shushkevich che aveva privatizzato i beni pubblici seguendo l’esempio di Boris Eltsin nella Russia post-sovietica gettando sul lastrico milioni di cittadini. Lukashenko ha adottato al contrario una politica che ha impedito agli speculatori del capitalismo europeo ed americano di accaparrarsi le risorse del paese, ha ri-nazionalizzato le aziende dei settori strategici dell’economia e ha ricostituito alcuni spazi di gestione operaia sui posti di lavoro, dando tutta una serie di prerogative ai sindacati, che sotto la guida di Leonid Kozik hanno voltato le spalle alla Confederazione Sindacale Internazionale (CSI) di tendenza social-liberale, per aderire invece alla storica Federazione Sindacale Mondiale (FSM) fondata dai comunisti nel 1945. Sul fronte internazionale, poi, la Bielorussia è oggi un partner strategico di tutti i paesi anti-imperialisti, come la Cina, l’Iran e i paesi in transizione al socialismo latinoamericani come il Venezuela di Chavez e la Bolivia di Morales. Il governo rivoluzionario di Cuba ha addirittura insignito il presidente Lukashenko di una medaglia al valore per i suoi meriti nella difesa di un modello di sviluppo sociale basato sulla sovranità e l’indipendenza e a favore di un mondo multipolare.

Il ruolo dei comunisti bielorussi
Lukashenko è candidato indipendente, così come formalmente senza partito sono la maggioranza dei deputati in parlamento che lo sostengono. L’unica realtà organizzata che ha sostenuto la candidatura presidenziale era il Partito Comunista di Belarus (KPB), organizzazione marxista-leninista che non solo dispone di un gruppo parlamentare all’assemblea nazionale della repubblica ex-sovietica ma addirittura di una rappresentanza nel gabinetto governativo di Lukashenko, di cui è organico alleato. La posizione dei comunisti – spiega Igor Karpenko, primo Segretario del comitato cittadino di Minsk del KPB – è dettata dal fatto che, sotto la presidenza di Lukashenko, la Bielorussia è stata in grado di far fronte alla crisi economica, garantendo uno sviluppo sostenibile e moderno del paese, di mantenere legalità contro le organizzazioni mafiose, preservare l’unità della nazione difendendola dalle minacce dell’imperialismo USA (ricordiamo che Bush aveva tentato di organizzare una “rivoluzione colorata” ai danni di Lukashenko (diffamato come “ultimo dittatore d’Europa”) e, soprattutto di prevenire una grande disparità nella distribuzione del reddito. L’esponente comunista, che ha messo in guardia dal tentativo di alcune forze liberali e nazionaliste di “gettare il paese nella tempesta”, ha inoltre affermato che la politica del governo è “indirizzata al rafforzamento del modello di sviluppo sociale ed economico bielorusso, che ha permesso il miglioramento del livello di vita della popolazione”. Al fianco di Lukashenko vi era anche l’organizzazione giovanile di massa del paese, l’Unione della Gioventù Repubblicana, imponente organizzazione con cellule in tutte le scuole del paese ed erede del “Komsomol”, il nome che aveva la Gioventù Comunista ai tempi del socialismo.

La sinistra alleata della …destra
La sinistra in Bielorussia, escludendo il Partito Comunista Bielorusso che non a caso non fa alleanze in questo senso, non gode affatto di sostegno fra le classi popolari, bensì quasi esclusivamente fra gli intellettuali di estrazione borghese: al di là dei socialdemocratici che considerano il governo di Lukashenko troppo poco … “liberale”; si trova all’opposizione, in un’alleanza a cinque con la destra economica, conservatrice e ultra-nazioanlista di stampo fascista, anche l’ex-Partito dei Comunisti Bielorussi, guidato dal segretario Kalyakin, che il 25 ottobre 2009 – come riportava con grande enfasi due giorni più tardi da una mai neutrale “Radio Free Europe” – ha modificato il proprio nome assumendo quello di “Partito della Sinistra (Mondo equo)” pur mantenendo la falce e il martello nel simbolo. Il partito di Kalyakin viene inspiegabilmente riconoscono come proprio partner da partiti europei come la LINKE tedesca e alcuni settori di Rifondazione Comunista in Italia. Inspiegabilmente, perché “Mondo equo” non ha proprio le caratteristiche per essere definito di sinistra: il suo leader infatti, oltre ad essere un “ultras” dell’europeismo, è noto per essere stato ospite nel febbraio 2007 delle due camere del parlamento statunitense, alle quali ha chiesto di influenzare le dinamiche politiche interne al suo paese: insomma ci mancava poco che chiedesse l’intervento contro il suo stesso Paese, al fine di esportare (sic!) la “democrazia”.

Che succede in Irlanda?

IRLANDA, LO SINN FEINN GUIDA LA RIVOLTA CONTRO L’AUSTERITY
sinistra.ch
Anche in Irlanda, dopo la Grecia le forze della sinistra radicale trovano vigore contro le politiche di austerity imposte dalle oligarchie finanziarie. Nella crisi la nuova lotta di classe sta strutturandosi in chiave nazionale, un segno caratteristico di queste formazioni della sinistra radicale è la piena ostilità alle politiche di Bruxelles e al nuovo patto di stabilità. Un fattore questo oramai sempre più comune in Europa, un fattore che dovrebbe essere guardato con una certa attenzione anche nel nostro paese dalle formazioni della sinistra che dovrebbero riflettere su questo senza schemi ideologici. Alla luce della nuova cornice istituzionale introdotta dal semestre europeo e dalla modifica del patto di stabilità, che obbligheranno i governi a politiche lacrime e sangue, ha poco senso sperare di costruire l’Europa sociale se prima non facciamo saltare quella dell’Austerity. Lo Sinn Fein che su questo ha una linea chiara, risulta favorito dalla crisi economica che sta affondando il paese, perchè identifica nelle banche e ne governo il nemico principale assieme alla BCE. I sondaggi danno il partito di Gerry Adams vincente nelle elezioni suppletive del 25 novembre del collegio di Dounegal South West, una storica ed inespugnabile roccaforte del partito di governo Fianna Fail. La campagna elettorale dello Sinn Feinn è alimentata da un programma anti-banche e anti-corporation in linea con il pensiero del blocco sociale rappresentato da gerry Adams che, in caso di elezioni nazionali anticipate, si candiderà dimettendosi dal seggio occupato al parlamento di Belfast. «Come leader di Sinn Fein – riportano le agenzie – voglio essere parte della battaglia contro le cattive politiche economiche e per una società equa e giusta per tutto il popolo irlandese» lanciando un programma politico che dia «una alternativa concreta al consenso dei tagli portati avanti dall’altra parte».

controlacrisi.org

IN IRLANDA VINCE LE ELEZIONI IL SINN FEIN

UNO SPETTRO SI RIAGGIRA PER L’EUROPA


Altro che sinistra di Governo, altro che gendarmi dell’austerity, in Irlanda come in Grecia le elezioni confermano la vittoria delle formazioni che si oppongono chiaramente alle politiche dell’Austerity, uno spettro incompatibile si riaggira per l’Europa, una sinistra con la quale tutti i governi dovranno fare i conti. Il Sinn Fein ha ricevuto il 40% dei voti alle elezioni per assegnare un seggio a Donegal. Lo scrivono le agenzie Bloomberg. I primi risultati del voto, con il 51% delle schede scrutinata che sembrano anticipare la probabile sconfitta del partito di governo Fianna Fail, rischiano di destabilizzare – così scrivono le agenzie – ulteriormente la già traballante coalizione al governo. La destabilizzazione di un governo che salva le banche, che non alza le tasse alle imprese e toglie i sussidi di disoccupazione è una buona notizia.
Speriamo che destabilizzazioni di questo tipo diventino sempre più frequenti. Controlacrisi.org abbraccia i compagni irlandesi
STAND UP FIGHT BACK!

http://www.controlacrisi.org/joomla/index.php?option=com_content&view=article&id=9711&catid=39&Itemid=68

La vittoria del KKE
Voto in Grecia: successo dei comunisti.

I greci premiano il Kke, un’analisi del voto. Il risultato elettorale consacra il Kke, unico partito a crescere sia elettoralmente che in termini assoluti. Crollano tutti gli altri, portando la percentuale di astensione ad oltre il 40%.

Il risultato elettorale consacra il Kke, unico partito a crescere sia elettoralmente che in termini assoluti. Crollano tutti gli altri, portando la percentuale di astensione ad oltre il 40%.

Il 7 novembre scorso c’è stata in Grecia un’importante tornata elettorale vissuta con particolare interesse dai vari partiti che hanno potuto così misurare il proprio consenso in questa fase tanto difficile della politica greca, risucchiata da una crisi economica vertiginosa. Si è tenuto infatti il primo turno delle elezioni regionali e comunali e l’elettorato greco è stato chiamato alle urne dopo appena un anno dalla scelta del nuovo parlamento e del nuovo governo. È davvero curioso prendere nota di come la grande stampa abbia letto il responso delle urne, sia in Italia che all’estero. In tutti i principali organi di informazione viene celebrata la vittoria del Pasok, i socialisti ellenici. Eppure basterebbe partire dalla lettura dei dati nella loro incontrovertibile oggettività per rendersi conto che il vero grande vincitore di questa consultazione elettorale è il Kke, il Partito Comunista di Grecia. Nella competizione bipolare che vede contrapporsi (sempre più nelle campagne elettorali ma sempre meno nelle politiche economiche) i socialisti del Pasok con i conservatori di Nuova Democrazia, i primi hanno avuto la meglio sui secondi. Tuttavia in una tornata elettorale caratterizzata dal 40% di astensionismo, l’unico partito che non perde voti in termini percentuali e, soprattutto, in voti assoluti è il Kke. Non solo: i comunisti greci sono gli unici che aumentano il proprio consenso elettorale. Tutti gli altri perdono voti, anche quando si registra un aumento percentuale.

E questo la dice lunga sulla forza ed il consenso popolare di questa organizzazione politica su cui spesso si sono concentrati pruriginosi commenti dei media nazionali ed internazionali, inclusi quelli nostrani, tesi a descrivere il Kke come una forza destinata ad un lento ed inesorabile declino, incapace (per il suo profilo politico ed ideologico, per i riferimenti culturali e storici, per la sua identità) di leggere la complessità della società moderna. Ma i fatti, ancora una volta, mandano in frantumi queste analisi disegnando un quadro completamente diverso, quando non decisamente antitetico. Ma andiamo con ordine.

Le elezioni del 7 novembre in parte hanno rappresentato una novità per il contesto ellenico. Per la prima volta infatti si votava oltre che per le amministrazioni comunali, anche per il livello regionale istituito con la legge Kalikratis (buon governo) che ha così diviso la Grecia in 13 macro regioni, suddivisi a loro volta in differenti collegi elettorali. In Grecia si vota con una legge proporzionale (simile al modello tedesco) con soglia di sbarramento al 3% e premio di maggioranza di 40 deputati per il primo partito. Così basta che una forza politica raccolga il 40,02% dei voti per diventare autosufficiente, ma gli eletti sono individuati per l’87% in modo proporzionale. Fatto questo che permette agevolmente ad una forza radicata ed organizzata come il Kke di presentare propri candidati in contrapposizione a tutti gli altri partiti in tutti i comuni ed in tutti i collegi delle varie regioni. La legge greca però vieta ai partiti nazionali di partecipare alle elezioni locali, così il Kke vi ha partecipato attraverso la lista “Raduno del popolo”, che ha concorso nelle 13 regioni e in 260 municipalità locali. L’omogeneità dei risultati elettorali tra voto nazionale e locale (stesso sistema elettorale) e l’assenza di precedenti consultazioni regionali, ci spinge ad usare come raffronto i dati delle elezioni politiche del 2009.

Complessivamente il Pasok conquista il 34,67%, Nd il 32,66%, Syriza/Synaspismos il 4,49%, il Laos (formazione nazionalista di estrema destra) il 4,04% mentre la lista Ecologisti Verdi ha conseguito il 3,15%. Il Kke è la terza forza politica del paese, con il 10,87%. Ma sono i voti assoluti che ci permettono di capire l’andamento effettivo di questo voto. Il Pasok perde oltre 1milione e 100mila voti, Nd perde oltre mezzo milione di voti, Il Synaspismos perde oltre 72mila voti, il Laos perde quasi 170mila voti mentre i Verdi perdono quasi 3mila voti, nonostante l’esposizione mediatica senza precedenti ed ingiustificata, per una forza da poco costituita, ma che ha avuto una presenza televisiva maggiore dello stesso Kke. Questo, a seguito di una precisa campagna di oscuramento, ha avuto un minutaggio ben al di sotto della quota legittima, stabilita dai regolamenti statali. Ciononostante, il Pc greco ha conseguito quasi 72mila voti in più delle scorse consultazioni, marcando un trend di crescita positivo (quasi 110mila voti in più rispetto alle elezioni del 2006, dove raggiunse una media del 7,22%).

In questa tornata elettorale si è assistito ad un fiorire di liste con candidati tra loro in competizione ma provenienti dallo stesso partito. In alcuni casi per contrasti all’interno della formazione politica (come nel caso dello scontro in atto all’interno del Synaspismos, la coalizione della sinistra, dei movimenti e dell’ecologia, aderente alla Sinistra Europea, tra la “vecchia guardia” guidata da Alavanos e la “nuova guardia” del presidente Tsipras, che ha portato alla presentazione di più candidati in concorrenza tra loro) oppure per lucido calcolo elettorale. Infatti, così come alcuni anni fa in Italia i partiti più grossi presentavano alle elezioni le così dette “liste civetta”, il Pasok e ND hanno presentato diversi candidati del loro stesso partito per drenare una probabile perdita di consensi verso altre formazioni. Il Pasok soprattutto, per evitare un travaso di voti verso il Kke ha presentato in diversi casi più candidati, alcuni dei quali si dichiaravano contrari alle misure draconiane del governo per combattere la crisi. Così facendo l’elettorato socialista deluso portava il suo voto al candidato percepito come “più a sinistra”, senza abbandonare il Pasok e convinto di lanciare un segnale forte al proprio partito. Questa differenziazione è durata però l’arco di una campagna elettorale perché, ad urne chiuse, tutti questi “candidati indipendenti” si sono affrettati a dichiarare che i voti raccolti erano da computare a carico del partito di provenienza.

La regione più popolosa è quella di Attika, che comprende la città metropolitana di Atene e dove vive il 40% della popolazione di tutta la Grecia. Proprio in questa regione si è registrato il tasso di astensione più alto. Qui il Pasok ha preso il 24,06% (aveva il 40,26%) passando da 788.660 a 337.831 voti, Nd invece il 20,43% (27,98%) passando da 548.084 a 286.864 voti, Syriza/Synaspismos passa dal 6,82 al 6,23% perdendo 46mila voti e il Laos perde un punto percentuale e 50mila voti (attestandosi al 6,57% con 92.305 voti). In questa regione il Kke ha raccolto il 14,43% dei consensi, contro il 10,22% delle politiche del 2009 e passa da 200.192 voti a 202.612.

Anche a Creta, storica roccaforte del Pasok (regione di provenienza della famiglia Papandreu), dove il partito conserva un suo tradizionale insediamento, si registra un calo nei consensi: 165.726 voti (50,3%) contro i 236.043 (58,77%) di appena un anno fa. Anche in questo caso il Kke cresce, passando da 18.488 voti (4,6%) a 22.843 (6,93%).

Ma questa tendenza non si registra soltanto nelle aree dove è forte il Pasok, partito al governo che quindi paga lo scotto delle misure impopolari degli ultimi mesi e della scelta di aver firmato il memorandum voluto dal Fondo Monetario Internazionale che comporta per la politica greca una perdita di indipendenza e sovranità. In una regione tradizionalmente conservatrice come la Macedonia Centrale, infatti, si osserva come ND passa da 453.883 voti (37,6%) a 421.558 (43,2%), mentre il Kke passa dal 7 al 9%, conquistando 3mila voti in più delle ultime consultazioni. E questo è particolarmente significativo, visto che la Macedonia confina con i Balcani e la regione è quindi fortemente investita dal fenomeno migratorio e dalla instabilità politica dei paesi confinanti, aspetti questi che tradizionalmente favoriscono le politiche demagogiche dei partiti di destra e conservatori.

Tra le altre regioni dove il Kke ha conseguito tra i risultati più consistenti ricordiamo il Nord Egeo col 15,74% (era il 12,58%), le Isole del Mar Ionio col 15,3% (era l’11,67% : qui il Kke ha una tradizionale forza e consenso, a causa del radicamento tra i lavoratori portuali; oggi queste isole vivono una crisi molto forte dovuta al calo del turismo nazionale ed internazionale ed il problema dei porti che rischiano di essere privatizzati), la Tessaglia col 13,1% e un aumento di 4,4 punti percentuali e 11.700 voti. A queste è interessante aggiungere anche la regione della Grecia Ovest dove si sono quasi raddoppiati i voti, passando dal 5,91 all’11,14% (da 29,462 a 43.322 voti). Questi dati acquistano un valore ancora più significativo se si tiene presente che l’aumento dei voti al Kke avviene in un conteste generale di aumento dell’astensionismo: pur a fronte ad una riduzione di votanti, si registra un aumento dei consensi.

Ma questa tornata elettorale è importante anche per il livello amministrativo. È nella città di Atene che si registra un segnale di controtendenza per i risultati del Pc greco, non perché negativi (in città il Kke passa dal 9,55% del 2009 al 13,73%) ma perché si registra una piccola flessione in termini di voti assoluti (-3000 voti), ben poca cosa in confronto ai 56mila voti persi del Pasok (quasi il 50% rispetto all’anno scorso) ed alla flessione (attorno al 60%) di Syriza/Synaspismos che ottiene il 5,79% (era il 7,96%) con 10.667 voti (erano 24.173) proprio nella città che, assieme a Patrasso, è una delle sue maggiori e storiche roccaforti. Nd cala in voti ma aumenta in percentuale (34,97%) ma qui riceve l’appoggio e i voti del Laos.

Nel Pireo (la zona del porto di Atene) si registra una forte avanzata della destra nazionalista del Laos (al 18,84%) ed una crescita importante del Kke sia in voti che percentualmente (è al 14,79%), Syriza/Synaspismos cala in voti ma aumenta percentualmente (fermandosi al 7,57%) mentre sia il Pasok che Nd dimezzano i loro voti calando notevolmente dal punto di vista percentuale. E questi dati ci portano a fare un’importante considerazione. Il Pireo infatti è il più grande porto della Grecia, il maggiore d’Europa per numero di passeggeri e il terzo del mondo. È inoltre uno dei più grandi porti commerciali d’Europa nonché il maggiore dell’est del Mediterraneo per traffico di container. Qui la crisi è molto forte e il governo greco sta seriamente pensando di vendere il porto alla Cina o ad altri acquirenti, svendendo così uno dei punti di forza dell’economia e delle infrastrutture elleniche. Il voto dimostra che l’elettorato, confuso e disorientato è stato abbagliato dai proclami nazionalisti e populisti della destra e che l’unico freno a questa tendenza è stato messo dal lavoro di massa fatto dal Pc greco nei mesi scorsi, capace in questo modo di diventare un punto di riferimento per la rabbia dei lavoratori e ponendo un argine ad una deriva reazionaria, qualunquista o plebiscitaria.

Altri risultati importanti si sono conseguiti a Kallitea (18,40%), Corfù (26,9%), Nikaia (18,38%), Keratsini (19,36%) e Ilion-Kamatero (20,16%).

È interessante anche osservare cosa è successo nell’isola di Ikaria, nel nord Egeo. Chiamata così perché, secondo la mitologia, questo è il luogo in cui Icaro è caduto ed è stato sepolto dopo essere volato troppo vicino al sole, è diventata tristemente nota durante la Seconda Guerra Mondiale e durante la Guerra Civile, perché qui vennero creati i campi di prigionia per i combattenti comunisti. L’attività di questi militanti, nonostante le restrizioni imposte dalla prigionia, creò le condizioni per un radicamento molto importante dei comunisti tra la popolazione, al punto che ancora ora sono in voga forme di autogestione operaia, iniziate in quegli anni. Qui quindi il Kke è molto forte e da questa isola provengono anche tanti dirigenti del partito. Al primo turno il candidato del Kke ha raccolto il 43,92%, contro lo sfidante che ha raggiunto il 45,17%. La particolarità però sta nel fatto che, in quest’isola simbolo della persecuzione contro i comunisti, si sia creata una “santa alleanza” contro il Kke che vede addirittura convergere il Synaspismos coi nazionalisti di destra del Laos, coalizzati tutti assieme con Pasok e Nd contro il candidato comunista. Il secondo turno chiarirà chi esprimerà il sindaco (anche se la competizione è molto difficile) sia in quest’isola, sia a Petroupolis, dove pure la lista del Kke andrà al ballottaggio.

Il bilancio di questo primo turno per i comunisti è l’elezione di 40 consiglieri regionali e 500 consiglieri nella amministrazioni locali.

Il fatto che il Pasok sia ancora il partito più votato non attenua la forza del risultato di questo voto che lo penalizza pesantemente. Anche in Italia è accaduto qualcosa di simile quando Berslusconi ottenne un discreto risultato alle elezioni regionali, molto al di sopra del normale senso comune che lo dava in rovinosa caduta. Questo si spiega (oltre che con le peculiarità proprie di ciascun paese e di ciascun contesto) al fatto che un elettore che ha votato una lista pochi mesi prima e a cui è stato presentato un piano di uscita dalla crisi, tende a votare nuovamente o ad astenersi (non votando quindi neanche altri partiti) in attesa di poter giudicare l’operato del partito scelto. In questo contesto la tecnica della presentazione di più candidati o della costruzione di coalizioni attorno ad un candidato unico è stata molto importante nella determinazione dei risultati finali. E questa pratica delle alleanze a geometria variabile (a destra e a sinistra) è stata molto diffusa, non solo nella già citata Ikaria. Basti pensare al fatto che il Synaspismos ha appoggiato tantissimi candidati del Pasok e che il Laos il tre regioni ha sostenuto Nd, mentre in una il Pasok. Operazioni queste fatte con una spregiudicatezza unica, mettono in luce come il sistema bipolare (dato dall’alternanza storica tra socialisti e conservatori) sia in crisi oppure come questo sia vissuto dalla popolazione come l’espressione di una sorta di consociativismo, al punto che i risultati di Nd ci dicono esplicitamente che questa forza non è stata percepita dall’elettorato greco come una valida alternativa al governo a Papandreu. Un po’ per la sua debolezza, un po’ per la condivisione sostanziale delle scelte di austerity fatte dal governo.

«Siamo ben consapevoli – ha dichiarato la segretaria Aleka Papariga ad urne chiuse – che questo risultato non è sufficiente ad appagarci e per sentirsi soddisfatti. Occorre ancora lottare contro i nostri limiti per adempiere al compito più importante: contribuire all’unità popolare, alla mobilitazione e condurre la lotta quotidiana per evitare il peggio e per creare le condizioni perché questo risultato elettorale sia acceleratore di dinamismo popolare». E rivolge un appello a chi si è astenuto: «ci rivolgiamo a chi si è astenuto, convinto di condannare le politiche di Nd e del Pasok, e li esortiamo a ripensarci: avete l’opportunità di manifestare la condanna in modo attivo e positivo all’interno del movimento e nelle urne in tutte le future tornate elettorali, così come al ballottaggio». L’analisi fatta dal Comitato Centrale, poi, ha messo in evidenza come i voti al Kke provengono prevalentemente dai grandi agglomerati urbani dove vivono migliaia di lavoratori, nei quartieri popolari, nelle zone in cui gli agricoltori e piccoli imprenditori hanno molti problemi, nelle aree dove c’è una forte solidarietà di classe tra operai, lavoratori autonomi ed agricoltori di piccole e medie imprese.

Un ragionamento a parte merita l’altissimo tasso di astensione, che raggiunge la soglia record del 40% (era il 30% un anno fa). In questo risultato ci sono moltissimi fattori che si sommano, non ultimo la difficile crisi economica che attanaglia le famiglie e che ha disincentivato tanti lavoratori emigrati nelle zone più industrializzate a ritornare nei comuni di provenienza per poter votare. Ma sono prevalentemente politici i fattori che hanno reso possibile questo risultato. L’aumento dell’astensionismo in Attica, tra elezioni europee e regionali, si spiega con la volontà popolare di condanna alla politica del Pasok e Nd. Contemporaneamente c’è una quota di astensionismo che riguarda una fascia consistente dell’elettorato giovanile e dei lavoratori che non hanno preso parte alle mobilitazioni degli ultimi mesi, spiegabile con un crescente fenomeno di individualismo e ricerca di soluzioni personali alle difficoltà ed alla crisi.

Anche per rispondere a questo bisogno di elevare la coscienza popolare ed organizzare la lotta dei lavoratori – ancor più necessaria in previsione di un aumento della crisi in tutta l’Unione Europea –il Kke ha indetto per 15 novembre una nuova giornata di lotta contro la riforma economica e la politica dell’Unione Europea. Così come pure ha invitato i suoi elettori al secondo turno delle elezioni a fare scheda nulla o bianca, per marcare politicamente la propria disapprovazione nei confronti di quei partiti che, in Grecia, si fanno interpreti della politica europeista e monetarista di Maastricht e del Trattato di Lisbona. Ricordiamo infatti che il Kke, unico partito ellenico ad aver votato contro Maastricht e l’ingresso nella moneta unica, oggi propone a tutte le forze alternative del continente di adottare una politica di forte critica nei confronti dell’Ue. Questa istituzione, dicono, non può essere riformata o migliorata e continua a perpetuare una logica di sfruttamento dei paesi più poveri (come la Grecia) a vantaggio di quelli più ricchi (la Germania). L’unica alternativa possibile per la realizzazione dell’Europa dei popoli è la fuoriuscita da questa Ue. La Grecia, del resto, confina con la Turchia (la cui crescita del Pil oggi è seconda solo a quello cinese) ed ha un ruolo preminente nel Mediterraneo, su cui si affacciano paesi dal rapido e vigoroso sviluppo economico. Se fino a pochi anni fa, infatti, poteva sembrare irrealistico che un paese come la Grecia potesse sganciarsi dall’euro e ritornare ad una moneta nazionale, oggi la proposta di uno sganciamento consecutivo di diverse economie dall’area euro e l’istituzione di forme di cooperazione economica e commerciale tra loro e tra le economie emergenti contigue, diventa una proposta tutt’altro che velleitaria.

Non so se questo progetto possa essere fatto proprio anche dalle forze di alternativa del nostro paese. Di sicuro ci vorrebbe più coraggio e determinazione nella lotta contro questa Ue, cambiando radicalmente atteggiamento e smettendo di considerare questa Europa come un feticcio intangibile ed un destino ineluttabile. Anche in questo i comunisti greci, hanno il merito di aver spostato la discussione in avanti.

http://www.lernesto.it/index.aspx?m=77&f=2&IDArticolo=19864

Stravince Dilma, il Brasile rimane a sinistra.
Mondo Alegre. E’ Dilma la nuova presidente del Brasile

«Yes, a woman can». E’ Dilma la nuova presidente. Nulla hanno potuto gli appelli al cambiamento della classe dirigente lanciati dallo sfidante socialdemocratico José Serra, né il tentativo di ingerenza della chiesa cattolica, preoccupata per il futuro del divieto di aborto imposto alle donne brasiliane. Dal prossimo primo gennaio – dopo otto anni di governo illuminato di Luiz Inacio Lula da Silva -, Dilma Rousseff assumerà la carica di presidente del Brasile. La prima donna presidente della storia del paese, ottava potenza economica mondiale, quinto per grandezza.
Della sua vittoria, in fondo, non c’era da dubitare. Troppo esigue politicamente le figure degli sfidanti – con l’eccezione del successo inatteso in quella misura della sfidante verde al primo turno Marina Silva, segno che nel Partito dei lavoratori si nasconde qualche macchia, in particolare nelle scelte ambientali. Troppo importante il peso del suo padrino Lula. Poca la voglia degli elettori di cambiare quelle politiche di successo che hanno fatto crescere il Brasile a ritmi impressionanti nonostante la crisi finanziaria ed economica mondiale (per il 2010 si prevede un +7% del pil). E che hanno tirato fuori dalla povertà 24 milioni di persone e portandone 31 milioni nella classe media. «Ho votato Dilma perché voglio continuità», ha spiegato Severino da Silva, un quarantaduenne di Sao Paulo guidatore di carrelli elevatori. «Lula ha portato più lavoro, ha stabilizzato l’economia. E ora voglio che Dilma faccia ancora di più».
Domenica nelle urne la sessantaduenne Dilma ha conquistato il 56% dei consensi, contro il 44% dello sfidante del Psdb Serra, ex governatore dello stato di Sao Paulo. La nuova presidente è una figura relativamente poco carismatica, dal passato tumultuoso, quasi sconosciuta alle grandi folle prima che Lula la incoronasse alla corsa per la sua successione. E’ salita nella scala del potere di governo in governo, da ministro dell’energia nazionale a capo dello staff di Lula, senza mai passare per un’elezione prima delle presidenziali. Ma quale sarà ora la sua cifra politica? Cosa la distinguerà dal suo predecessore? Secondo David Fleischer, uno degli autori del settimanale di politica Brazil Focus, a differenza del suo mentore Dilma tenderà ad accentrare le scelte su di sé, limitando la tendenza alla delega esercitata da Lula. Il futuro ex presidente era solito avvalersi di «persone che lo rappresentassero. E Dilma tra queste aveva il ruolo di una sorta di primo ministro, o presidente aggiunto. E’ nota per essere una manager», ha detto Fleischer.
Criticata da qualcuno per non essersi data durante la campagna elettorale, un profilo netto, per non essere uscita dall’ombra della fama di Lula, nel discorso di domenica sera Dilma ha finalmente cominciato ad aprire la strada del suo primo mandato: sradicare la povertà dal Brasile rimarrà la sua priorità. «Ho detto in campagna elettorale che tutti quelli che hanno bisogno di aiuto – bambini, giovani, disabili, disoccupati, anziani – avranno la mia attenzione. E ora riconfermo il mio impegno». Dilma vuole un Brasile più aperto alle donne, sogna che un giorno «i genitori possano guardare negli occhi le figlie per dirgli che “sì, una donna può”».
Per realizzare quanto promesso Dilma potrà valersi delle due solide maggioranze della coalizione di dieci partiti guidati dal Pt, che contano su 58 seggi su 81 nella camera alta e più di 300 su 513 in quella bassa. L’aiuto delle camere le servirà per tentare di risolvere i gravi problemi che affliggono ancora il paese, dalla debolezza del sistema sanitario, scolastico, universitario, alla corruzione che funesta quello giudiziario. Per finire con gli alti tassi di criminalità e la realizzazione delle necessarie infrastrutture, anche in vista dei mondiali di calcio del 2014 e delle olimpiadi del 2016.

Matteo Alvitiin data:02/11/2010

http://www.liberazione.it/news-file/Mondo-Alegre—LIBERAZIONE-IT.htm

Ha ancora senso assegnare i nobel?

Pubblichiamo volentieri una riflessione dei compagni GC di Torino. Un articolo che dovrebbe trovare l’approvazione di chiunque voglia ragionare con la propria testa e non con quella degli ideologi dell’imperialismo.

Sembrerà strano, ma il nostro articolo di commento alle ultime assegnazioni dei Nobel parte dal resoconto di un trascurabile episodio avvenuto oggi su un autobus di Torino. Il fatto in sé vi lascerà ancora più perplessi. Un bimbo sui cinque anni si divertiva a tirare i capelli alla sorellina, di qualche anno più giovane. Manco a dirlo il pianto dirotto ha attirato in pochi istanti l’attenzione della mamma, che di fronte alle scuse poco convinte ha sbottato ironicamente: “guarda, ti daranno il Nobel per la Pace”. Una robetta durata 10 secondi, risoltasi con uno scapaccione e una battuta.

E allora dove sarebbe la rilevanza dell’episodio? Iniziamo col tralasciare che il senso di giustizia delle mamme torinesi è certo diverso da quello degli accademici svedesi, che finora hanno dato prova di schierarsi sempre dalla parte dei più forti. Per il momento non è questo che interessa alla nostra analisi. Piuttosto, ciò che  interessa appurare è se le assegnazioni degli ultimi anni abbiano svuotato o meno di significato  il Nobel per la Pace, con implicazioni addirittura per l’istituzione stessa del Nobel. Insomma, quel riconoscimento che per la mamma torinese (e per il senso comune) mantiene ancora una valenza largamente positiva, e che vuole essere premiati dal Nobel i migliori, i capaci, i meritevoli.

Per analizzare questo concetto partiamo per semplicità dal Nobel per la Pace 2009, di cui è possibile verificare e passare al vaglio l’operato nel corso di quest’anno.  Abbiamo specificato “per semplicità” perché preferiremmo trascurare i Nobel assegnati a Kissinger, a Carter fino al Dalai Lama. Insomma, assegnazioni a persone che non sono esattamente la personificazione dei metodi nonviolenti e pacifici, la cui trattazione però meriterebbe un articolo a parte.

Ma torniamo piuttosto ad Obama, con cui nell’ ultimo anno si sono potute osservare  un escalation di crisi geopolitiche. Veri e propri momenti di tensione diplomatica anche piuttosto intensa che esulano dai concetti di “Soft power” e risoluzione delle controversie tramite la diplomazia, concetti propagandati dalla Casa Bianca come “Main Goal”.  Le destabilizzazioni operate in Iran, nella penisola di Corea  e nelle aree sino-uigure vanno anzi in senso completamente opposto, aprendo scenari da Guerra Fredda vera e propria. In tutti e tre i casi, infatti, gli stati coinvolti dispongono, o sono in procinto di dotarsi, di testate nucleari. E se persino un grande protagonista di quel periodo storico come Fidel Castro mette in guardia da scenari apocalittici e olocausti nucleari forse sarebbe davvero il caso di una riflessione più approfondita.

Contemporaneamente in altre aree proseguono o si rafforzano propositi di sovversione democratica, in totale continuità con l’era Bush jr. Sono le aree dove il “Soft power” si traduce in aiuti finanziari e logistici, in qualche caso militari, alle forze legate alle oligarchie più retrive del pianeta. Haiti, Equador, Honduras, Venezuela, Colombia e Bolivia. La rinuncia ad accettare un mondo multipolare sta ritrasformando tradizionali aree calde in zone effettivamente guerreggiate, con gli Stati uniti a difendere con le unghie e con i denti le vecchie quote di potere detenute fino ad anni recenti.

Tutto ciò mentre anche le aree già di conflitto (Iraq, Afghanistan, Pakistan)  non hanno visto una diminuzione né quantitativa né qualitativa, ma tuttalpiù un ridislocamento per motivi strategici.

Anche la tanto sbandierata retorica dei “diritti umani” –che secondo Obama: “dovrebbero essere garantiti ad ognuno”- in realtà ha mostrato tutta la propria ipocrisia. Nell’appoggio al criminale blocco sionista su Gaza, ma anche con la conferma della versione statunitense di quel blocco,contro Cuba. Soprattutto nell’ignorare un ingiustizia di cui si riterrebbe capace solo il più spregevole dei regimi dittatoriali. Il caso dei moderni Sacco e Vanzetti: dei cinque antiterroristi cubani detenuti ingiustamente negli States.

Sicuramente sarà difficile per Liu Xiaobo, premio Nobel 2010, inanellare una così lunga serie di insuccessi. Sarà difficile farlo anche perché si trova in una cella, condannato a farsi 11 anni di carcere per incitamento alla sovversione dello Stato. E magari proprio a questo motivo si deve il motivo della sua scelta. Una scelta sicura, di un uomo che non deve affrontare sfide. Si tratta di una carta difensiva, tramite cui viene rimpallata la necessità di agire al governo cinese: liberarlo o non liberarlo? Chavez non ha dubbi, e si è affrettato ad esprimere solidarietà a Hu Jintao. Liu Xiaobo si presterebbe insomma come utile idiota: le condizioni di isolamento non permetterebbero nemmeno passi falsi, le dichiarazioni non sarebbero  verificabili (Do you remember Sakineh?). L’uomo perfetto per far dimenticare la delusione Obama. Delusione talmente clamorosa da essere avvertita persino da chi non si interessa correntemente di politica estera.

Ma che importa, il Nobel viene assegnato tutti gli anni, a quanto pare secondo le esigenze del dipartimento di stato USA. Prima un bel premio per la Pace al presidente neoeletto, per consacrare la favola dello Zio Tom che salverà l’America e il Mondo, l’anno successivo un bel premio anche a chi potrebbe essere un problema per i miei nemici. Ad un candidato al Nobel arrivato al momento opportuno, proprio mentre il colosso asiatico minaccia l’egemonia dell’imperialismo statunitense. Premiato proprio mentre il segretario al tesoro americano “suggeriva”  la rivalutazione dello Yuan come misura anticrisi e magari non aveva la più misera idea di come diavolo fare pressioni aggiuntive.

D’altra parte anche il Nobel per la Letteratura, assegnato a Vargas Llosa, è stato da più parti accusato di essere un atto politico piuttosto che una decisione di carattere artistico. Sia chiaro, non perché a tale scrittore manchino i requisiti in campo letterario. Piuttosto perché la stampa internazionale offre pari risalto alle sue opinioni su Cuba e Venezuela e ai suoi scritti. Perché fra gli scrittori latinoamericani noti è sicuramente il più liberista, con tanto di passato nella sinistra che consente di criticare a ragion veduta. Siamo davvero arrivati al punto in cui uno scrittore possa venire prescelto in ragione alla sua utilità politica? La nostra risposta è contenuta nel commento a caldo dello stesso Vargas Llosa, appena dopo la vittoria:

“Spero che me lo abbiano dato per le mie opere letterarie e non per le mie opinioni politiche”

Se persino un “Nobel” se lo chiede, almeno non siamo gli unici a pensar male…

Carlo Lingera – GC Torino 2.0

http://giovanicomunistitorino.blogspot.com/2010/10/ha-ancora-senso-assegnare-i-nobel.html

C’era una volta la “White Supremacy” razzista e americana…

Gli Usa si scusano: infettarono il Guatemala con la sifilide

[Immagine: 060427guatchurch.jpg]

“Un atto vergognoso”, recita oggi il comunicato congiunto di Hillary Clinton e del ministro della salute americano: ma non è ancora previsto nessun risarcimento a favore delle vittime.

Negli anni ‘40 gli Stati Uniti D’America cercavano un vaccino per debellare le malattie sessualmente trasmissibili. Gonorrea e sifilide erano un problema: allora pensarono bene di prendere un’intero paese in qualità di cavia 060427guatchurch Gli Usa si scusano: infettarono il Guatemala con la sifilideumana.

INFEZIONE DI MASSA – Il fortunato prescelto fu il Guatemala che, in due anni, venne infettato in massa con la gonorrea perchè i medici statunitensi potessero testare il funzionamento della penicillina sulla patologia. “I medici usavano prostitute con la sifilide per infettare i pazienti, oppure usavano direttamente l’inoculazione del virus”, scrive la BBC: centinaia di guatemaltechi così contagiati da una malattia devastante, che può portare a “problemi cardiaci, cecità, insanità mentale e perfino alla morte”. Non si sa neanche quante di queste 700 “cavie” siano sopravvissute, sebbene ognuna di esse sia stata medicalmente curata.

TANTE SCUSE – Lo scandalo è stato scoperto da un professore dell’università locale. Oggi gli Stati Uniti chiedono ufficialmente scusa: con un comunicato congiunto, il segretario di Stato Hillary Clinton e il ministro della Salute Kathleen Sebelius scrivono che “sebbene tutto questo sia avvenuto più di 60 anni fa, ci fa orrore che una talmente criticabile sia potuta avvenire con la scusa della sanità pubblica. Siamo profondamente spiaciute che tutto ciò sia avvenuto”, continuano i due ministri, “e chiediamo scusa a tutti gli individui coinvolti in tali abominevoli pratiche di ricerca“. Sta per partire un’inchiesta governativa: ma per ora nessuno ha promesso alcun tipo di risarcimento, fanno notare i media inglesi.

http://www.giornalettismo.com/archives/85490/usa-guatemala-sifilide/

C’è la mano americana dietro il tentato golpe in Ecuador?

Un rapporto confermato: l’intelligence degli USA è penetrata a fondo nella polizia ecuadoriana

Jean-Guy Allard- Diario Granma – http://www.aporrea.org
01/10/10 – http://www.aporrea.org/actualidad/n166677.html

Traduzione di l’Ernesto online

La sollevazione di elementi della polizia ecuadoriana contro il Presidente Rafael Correa conferma un rapporto allarmante sull’infiltrazione della polizia ecuadoriana da parte dei servizi di intelligence nordamericani diffuso nel 2008, in cui si segnalava come molti membri dei corpi di polizia si trovavano in una condizione di dipendenza nei confronti dell’ambasciata degli Stati Uniti nel paese sudamericano.

Il rapporto precisava che unità della polizia “conservano una dipendenza economica informale con gli Stati Uniti, per quanto riguarda la paga degli informatori, le capacità, l’equipaggiamento e le informazioni”.

L’uso sistematico delle tecniche di corruzione da parte della CIA per ottenere la “buona volontà” di ufficiali della polizia è stato descritto e denunciato numerose volte dall’ex agente della CIA Philip Agee, che, prima di abbandonare le file dell’agenzia, era stato assegnato all’ambasciata degli Stati Uniti a Quito.

Nel suo rapporto ufficiale, diffuso alla fine di ottobre 2008, il ministro ecuadoriano della Difesa, Javier Ponce, rivelò come diplomatici americani si sono dedicati a corrompere la polizia ed anche ufficiali delle Forze Armate.

Nel confermare l’accaduto, il comando della Polizia ecuadoriana annunciò di voler sanzionare gli agenti che hanno collaborato con Washington, mentre l’ambasciata statunitense proclamava la “trasparenza” del suo sostegno all’Ecuador.

“Noi lavoriamo con il governo dell’Ecuador, con i militari, con la Polizia, per fini molto importanti per la sicurezza”, aveva dichiarato l’ambasciatrice statunitense a Quito, Heather Hodges.

Naturalmente, la diplomatica dichiarò ai giornalisti che non ci sarebbero stati commenti in tema di intelligence.

Da parte sua, l’addetta stampa, Marta Youth, si era rifiutata nel modo èpiù assoluto di commentare le denunce del governo ecuadoriano, che indicavano la partecipazione della CIA in una operazione con la Colombia, che è sfociata nell’attacco militare contro la guerriglia delle FARC, in territorio ecuadoriano il 5 marzo di quell’anno.

Il capo dell’intelligence dell’esercito, Mario Pazmiño, era stato destituito per aver nascosto le informazioni relazionate all’attacco contro le FARC.

Negli ultimi mesi funzionari nordamericani hanno fatto la loro apparizione in Ecuador, con il pretesto dell’approfondimento delle relazioni tra Ecuador e USA.

Il segretario aggiunto per l’Emisfero Occidentale del Dipartimento di Stato, Arturo Valenzuela, si è recato in Ecuador e si è incontrato con il presidente Correa, in previsione di una visita della cancelliera Hillary Clinton in questo paese.

Valenzuela era accompagnato da Tedd Stern, “delegato speciale per i cambiamenti climatici”, anch’egli noto per la sua vicinanza alla CIA.

http://www.lernesto.it/index.aspx?m=77&f=2&IDArticolo=19733

Ecuador: sventato il golpe contro il governo socialista!
Ecuador: arrestati tre colonnelli; otto morti bilancio golpe

Quito – Tre colonnelli arrestati, otto morti, tra cui due poliziotti, e 274 feriti. È l’ultimo bilancio del fallito golpe in Ecuador di due giorni fa secondo i resoconti fatti dalle autorità giudiziarie e dal ministero della Sanità. Tre morti sono stati registrati nella città di Quito, altri cinque a Guayaquil. Secondo i media locali i tre ufficiali sarebbero stati invece identificati come Manuel Rivadeneira, Julio Cesar Cueva e Marcelo Echeverria. I tre compariranno oggi davanti alla Giustizia con l’accusa di “tentato omicidio del capo dello Stato.
Intanto l’esercito ha ristabilito una relativa calma a Quito dopo il fallito colpo di stato cominciato con la protesta di una frazione ribelle della polizia contro i tagli agli stipendi. Il presidente Rafael Correa è stato liberato dall’assedio in un blitz all’interno dell’ospedale dove si era rifugiato. Correa era stato ricoverato dopo essere stato ferito durante una manifestazione ma si era poi trovato nella condizione di ostaggio per circa dodici ore. Il capo della polizia ecuadoriana ha annunciato ieri le sue dimissioni. La situazione sta tornando normale e il palazzo Carondelet, sede del governo, è presidiato da un massiccio schieramento di militari.
Correa ha annunciato un repulisti del corpo della Policia Nacional, e ha assicurato che non perdonerà nè dimenticherà quanto accaduto. Il procuratore generale Washington Pesantez ha aperto una inchiesta ipotizzando una “cospirazione ordita dall’esterno degli ambienti istituzionali». «Non è stata una protesta per la riduzioni dei benefici salariali, ma un chiaro esempio di cospirazione», ha detto Correa in un comunicato stampa diffuso dopo la liberazione in cui ha accusato il leader dell’opposizione, Lucio Gutierrez. Erano “legati” a lui e ben conosciuti, ha spiegato il presidente, gli uomini che hanno fatto irruzione nei locali del canale pubblico Ecuador Tv, «con l’obiettivo di interrompere le trasmissioni».
(AGI)

http://www.liberazione.it/news-file/Ecuador–arrestati-tre-colonnelli–otto-morti-bilancio-golpe—LIBERAZIONE-IT.htm

Chavez, vittoria!

Il PSUV, il Partito Socialista del presidente Hugo Chavez, ha ottenuto la maggioranza dei seggi in Parlamento, ma non e’ riuscito a conquistare la maggioranza dei due/terzi (110 deputati) necessaria per far passare le leggi piu’ importanti nell’Assemblea Nazionale. Questo il primo risultato parziale dell’importante test elettorale, svoltosi domenica in Venezuela. L’opposizione a Chavez ha conquistato oltre un terzo dei seggi, il che rendera’ piu’ difficile il cammino delle riforme socialiste cui punta Chavez prima della sua rielezione nel 2012.
Secondo questi primi risultati, quando ancora devono essere assegnati 14 seggi, il Partito Socialista ha conquistato 95 seggi. Hugo Chavez ha definito il risultato del suo partito (il Partido Socialista Unido de Venezuela, PSUV) nelle elezioni di domenica “una nuova vittoria del popolo”. Il presidente venezuelano – che da aprile usa e gestisce personalmente Twitter, seguito da 850mila utenti- ha scelto il popolare social network per il suo primo commento dopo il risultato elettorale. “Bene, miei cari compatrioti. E’ stata una grande giornata e abbiamo ottenuto una solida vittoria. Sufficiente per continuare il consolidamento del Socialismo Bolivariano e Democratico”, ha scritto dal suo
account personale chavezcandanga. “Abbiamo bisogno di continuare a rafforzare la Rivoluzione! Una nuova vittoria
popolare, mi congratulo con tutti”. Prima dell’annuncio del Consiglio Nazionale Elettorale, il Capo dello Stato aveva chiesto ai suoi sostenitori, sempre attraverso Twitter, di “accettare i risultati”. Lungo tutta la campagna elettorale, il presidente venezuelano aveva chiesto ai suoi proseliti di lavorare per ottenere almeno i due terzi del parlamento unicamerale, una quota di deputati che gli avrebbe garantito -secondo quanto aveva spiegato – di proseguire nel
processo di riforme socialiste che conduce in Venezuela dal 1999. Aristobulo Isturiz, il capo della campagna di Chavez, ha ammesso pubblicamente che il PSUV non ha raggiunto l’obiettivo dei 110 deputati, che avrebbe garantito la maggioranza qualificata. “La meta era di 110 deputati; non e’ stato possibile raggiungerla, tuttavia abbiamo ottenuto 95 deputati. Una maggioranza importante, una vittoria notevole”, ha detto Isturiz, parlando all’esterno del palazzo presidenziale di Miraflores.
‘«Festeggiamo la vittoria elettorale del Partito Socialista Unido di Chavez in Venezuela». E’ quanto afferma in una nota il segretario nazionale del Prc/Federazione della Sinistra, Paolo Ferrero. «In America Latina continua cosi’ la rivoluzione democratica e antiliberista che in questi anni ha cambiato il volto di quel continente – osserva Ferrero – La rottura con le politiche neoliberiste attuate quasi in tutto il continente ha portato grandi vantaggi agli strati popolari piu’ poveri, combattendo l’analfabetismo, con l’assistenza sanitaria di base, con la redistribuzione del reddito. La sinistra latinoamericana ha democraticamente e con il consenso popolare impedito lo sfruttamento delle materie prime a solo vantaggio delle multinazionali e ha ricostruito una prospettiva di cambiamento sociale che viene giustamente chiamata Socialismo del XXI secolo».

da Liberazione del 27/09/10

Il “caso” Sakineh e l’indigazione a comando.

In queste settimane abbiamo assistito ad una grande mobilitazione da parte dei mass media occidentali per la situazione di Sakineh, donna iraniana condannata alla lapidazione per adulterio secondo i nostri giornalisti “senza bavaglio”.

Riportiamo qui un articolo de “La Stampa” dove si cerca mettere da parte la propaganda occidentale, entrando nel merito della questione. Si analizza il sistema giudiziario iraniano e si scopre che in realtà le cose non stanno come ce le avevano raccontante.

Come spesso accade, andando leggermente in profondità riguardo alle questioni sui “diritti umani”, si scopre che non sono altro che campagne mediatiche create ad arte per indirizzare negativamente l’opinione pubblica contro un determinato stato che in quel momento è inviso al potere imperialista statunitense.

A confermare questa tesi è il “caso” Teresa Lewis, donna americana con problemi mentali, condannata a morte per delle accuse simili a quelle rivolte a Sakineh. Nel caso di Teresa Lewis i media non si sono mobilitati, a Roma non è apparsa nessuna sua gigantografia e non si sono fatte pressioni sugli Stati Uniti per evitare la condanna a morte della donna. Ecco dunque spiegato il perchè del nostro titolo, “indignazione a comando”.

L’articolo de “La Stampa”:

Sakineh: è se fosse stata una bufala?

Il caso dell’adultera iraniana tra realtà e propaganda.
“Salviamo Sakineh”. Il bel volto di Sakineh Mohammadi-Ashtiani che spunta dallo chador lo abbiamo visto per giorni in tv e perfino per strada, su striscioni e manifesti. “Condannata alla lapidazione per adulterio”, la donna iraniana rappresentava l’ultimo emblema della disumanità e dell’ arretratezza del peggior “Stato canaglia”. Per impedire quell’orrore,  che evoca antichi fantasmi religiosi,  il presidente francese Sarkozy non aveva esitato a lanciare una massiccia mobilitazione dell’opinione pubblica, e il nostro ministro degli Esteri Frattini lo aveva seguito a ruota. “La sorella di tutti noi”, l’aveva chiamata il primo ministro francese Fillon. Facendo propria la richiesta del filosofo Bernard Henry Lévi, che aveva lanciato una petizione online per premere sulle autorità iraniane . La lapidazione è tornata in auge con Ahmadinejad, l’esecuzione è stata sospesa per il Ramadan, è stata rinviata grazie alle pressioni occidentali, scandiva via via il bollettino di Lévi (e il tam tam mediatico). Finché la vicenda è scomparsa dai radar.
Ma è stato davvero così o si è trattato di un caso distorto a fini di propaganda ? Ahmadinejad ovviamente propende per la seconda. Intervistato proprio ieri dalla rete tv americana Abc, ha sostenuto che la donna “non è mai stata condannata alla lapidazione” e ha detto che l’accusa nei suoi confronti” non era di adulterio ma di omicidio, in concorso con altre persone”. Definendo scorrette e false le informazioni messe in giro ad arte, a suo dire, per attaccare l’Iran. E fin qui: cosa aspettarsi di diverso dal presidente iraniano, se non ribadire quanto già dichiarato venti giorni fa dal suo portavoce?Dubbi ben più concreti sulla vicenda vengono da un articolo postato tre giorni fa sul sito francese Voltairenet.org, già ripreso dal blog Comedonchischiotte.it. Dove si forniscono sia una versione dei fatti diversa, sia informazioni sul sistema giudiziario in vigore nel famigerato regime religioso iraniano.Il sistema giudiziario.
La Repubblica islamica, succeduta alla dittatura dello Shah Reza Pahlavi – viene spiegato – ha mirato a  creare uno Stato di diritto mettendo fine all’arbitrarietà. Per i reati da giudicare in corte d’assise, già da lungo tempo è previsto l’appello. La Corte di Cassazione viene automaticamente interpellata per verificare la legittimità della procedura.
Ciò nonostante le condanne sono rimaste particolarmente dure ed esiste la pena capitale. Piuttosto che ridurre il “quantum” delle pene, la Repubblica islamica ha scelto di limitarne l’applicazione. Il perdono delle vittime, o dei loro familiari, è sufficiente per annullare l’esecuzione delle pene (Questa disposizione ci fa sorridere e vorremmo saperne di più, ndr).
Proprio per l’applicazione diffusa di questa disposizione non esiste l’istituto della grazia presidenziale. La Costituzione dell’Iran si basa sul principio della separazione dei poteri. La magistratura è un potere indipendente e il presidente Ahmadinejad non può interferire con le decisioni dei tribunali, qualunque esse siano.
La pena di morte è comminata spesso, ma applicata poi molto raramente. Il sistema  prevede una dilazione di circa 5 anni tra la sentenza e la sua esecuzione, nella speranza che la famiglia della vittima conceda il perdono, con la conseguente grazia e il rilascio del condannato. In realtà le esecuzioni capitali riguardano principalmente i grossi trafficanti di droga, i terroristi, e gli omicidi di bambini. L’esecuzione è eseguita per pubblica impiccagione.Il caso Sakineh
1. Questa signora non è stata processata per adulterio, ma per omicidio. In Iran non è prevista la condanna per adulterio. Sebbene, piuttosto di abrogare questa incriminazione, il codice penale abbia posto delle condizioni praticamente impossibili da soddisfare: perché qualcuno possa essere condannato per adulterio deve essere stato visto nell’atto di avere rapporti sessuali da quattro testimoni contemporaneamente.
2.La Repubblica islamica non riconosce lo Sharia, la legge coranica, ma solo la Legge emanata dai rappresentanti del popolo in Parlamento (sic).
3. Madame Mohammadi – Ashtiani ha drogato il marito e l’ha fatto uccidere nel sonno dal suo amante, Issa Taheri. Entrambi sono stati giudicati in primo e secondo grado e sono stati condannati a morte in entrambi i gradi del giudizio. La Corte non ha fatto distinzioni di sesso nel pronunciare la condanna degli accusati. Nell’atto di accusa, non si fa menzione della relazione adultera tra i due assassini, proprio perché non è provata secondo i requisiti della legge iraniana, anche se i parenti la dichiarano come un fatto certo.
4. La pena di morte potrà essere eseguita attraverso l’impiccagione. La lapidazione, in vigore sotto lo scià e per qualche anno ancora dopo la sua deposizione, è stata abolita.
5. La sentenza è ora all’esame della Corte di Cassazione, che ha il compito di verificare la correttezza di tutta la procedura. Se questa non è stata scrupolosamente rispettata, sarà annullata la decisione. La procedura di riesame sospende il processo e, poiché il giudizio non è ancora definitivo, l’imputato gode della presunzione di innocenza e non si è mai prospettata la possibilità di una esecuzione alla fine del Ramadan.
6. Javid Houstan Kian, presentato come l’avvocato della Signora Mohammadi – Ashtiani, è legato al figlio dell’accusata, ma non ha ricevuto alcun mandato da lei e non ha avuto alcun contatto. E’ membro dei Mujahedeen del popolo, un’organizzazione responsabile di molti attentati dinamitardi contro cittadini iraniani. (Per la cronaca, è stato lui a riferire che Sakineh era stata frustata in carcere,  oppure che l’avevano torturata per costringerla a dire il falso nelle interviste televisive, precisa un altro sito italiano,  secondo il quale lui e il figlio sarebbero le prime “fonti” delle notizie arrivate iin Europa) .
7. Il figlio della donna vive tranquillamente a Tabriz. E’ libero di esprimersi senza impedimenti, e spesso telefona a Mr Levy maledicendo il suo paese.Così conclude il post, aggiungendo: “Forse, Levy ha rilanciato in buona fede delle accuse false utili alla sua crociata contro l’Iran”.
A firmare la petizione di Lévi era stato anche Dieudonné M’Bala M’Bala, (personaggio peraltro ambiguo, oggi vicino alla destra francese lepennista e antisionista, oltre che attore e commediografo). Questi, trovandosi a Teheran per lavoro e volendo intercedere per la condannata, ha chiesto di poter parlare con le autorità ed è stato ricevuto da Ali Zadeh, vice presidente del Consiglio giudiziario e portavoce del Dipartimento della Giustizia. Lo riferisce Thierry Meyssan, l’autore del post,  sottintendendo che le affermazioni della fonte ufficiale iraniana riportate sono riferibili a questo colloquio. Giornalista e scrittore, Meyssan è presidente del Reseau Voltaire, un sito serio e solitamente ben documentato, ancorché di parte. Ma le due cose non si escludono, almeno all’estero. http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=305&ID_articolo=22&ID_sezione=693&sezione

La nuova Cina che abbiamo sottovalutato.
di Vladimiro Giacchè

su Il Fatto quotidiano del 14/08/2010
http://www.esserecomunisti.it/index.aspx…colo=32894

Su “Il fatto quotodiano” del 14 agosto è stato pubblicato questo resoconto sulla Cina di Vladimiro Giacché. Vi consigliamo dunque la lettura di questo interessante articolo.

Sino a non molto tempo fa un viaggio in Cina era l’occasione per misurare le molte distanze tra “noi” e “loro”. Oggi se ne misura soprattutto un’altra: quella tra l’immagine della Cina offerta dai nostri media e la realtà di quel Paese.

La Cina che ho incontrato a luglio in un viaggio che ha toccato Pechino e diverse altre città, nel corso del quale ho potuto visitare numerose imprese e impianti industriali e discutere (molto apertamente) con esponenti del mondo della politica e dell’economia, è molto distante da quell’immagine. Soprattutto dal punto di vista economico.

La competizione non è più sul costo

Cominciamo dalla competitività delle imprese cinesi. Noi continuiamo a pensare che sia basata esclusivamente sul bassissimo costo del lavoro. È senz’altro vero che la Cina, con una popolazione di oltre 1 miliardo e 300 milioni di persone, ha potuto giovarsi per anni di abbondante manodopera a basso costo. È stato questo che ha attratto le 690 mila imprese straniere (400 le grandi multinazionali) che oggi hanno uffici e soprattutto fabbriche in Cina. In questi anni la crescita dell’economia è stata spettacolare. Ma lo è stata anche quella del reddito disponibile per la popolazione: nel 2009 è stato più che doppio nelle città rispetto a quello del 2002, e nelle campagne i poveri sono scesi dai 250 milioni del 1978 ai 20 milioni attuali. Inoltre quest’anno scioperi e proteste hanno investito molte fabbriche. E sono stati coronati da successo: alla Foxconn, gli aumenti salariali sono stati del 40%, cifre non molto inferiori sono state ottenute alla Honda e alla Omron.

La stampa ufficiale (il “Quotidiano del popolo” e il “China Daily”) ha preso apertamente posizione per gli scioperanti, e lo stesso hanno fatto diversi esponenti del partito comunista. La cosa non sorprende. Questi aumenti infatti non rispondono soltanto ad ovvie logiche di equità: sono funzionali alla creazione di un mercato interno. Puntare sul suo sviluppo è fondamentale per ridurre la dipendenza dell’economia cinese dalle esportazioni, ed è un obiettivo esplicito del governo. Non è un caso che negli ultimi mesi siano state più volte rilanciate dalla stampa ipotesi di un progetto governativo per un raddoppio delle retribuzioni in 5 anni.

Yao Jian, portavoce del Ministero del commercio, già adesso non ha dubbi: “la forza lavoro a buon mercato non è più il maggiore vantaggio comparato della Cina per attrarre gli investimenti stranieri”. Dopo aver visto come funzionano alcune aree di attrazione di quegli investimenti, penso che abbia ragione.

Beibei, per esempio, è uno dei nove distretti della municipalità di Chongqing (33 milioni di abitanti), e si trova nella parte centro-occidentale della Cina, tuttora in ritardo di sviluppo rispetto all’est e alla zona costiera. I potenziali investitori ricevono un volume con dettagliate informazioni sul distretto, i suoi istituti universitari, le tipologie di imprese già presenti negli 8 parchi industriali dell’area (oltre 2000, 345 delle quali di grandi dimensioni), le infrastrutture attuali e quelle che si stanno costruendo, i prezzi dei vari fattori di produzione (costo medio dei salari, ma anche prezzo di acqua, elettricità, gas) e le agevolazioni previste per chi investe. Nell’area è presente letteralmente di tutto: da grandi estensioni di terreno dedicate all’agricoltura biologica a un centro di acquacoltura gestito da una cooperativa agricola di produzione e vendita; da industrie farmaceutiche a fabbriche di motori e automobili.

L’ossessione per l’energia verde

Ho visitato la fabbrica di automobili Lifan. Privata, fondata nel 1992 con 9 dipendenti e un investimento di appena 200.000 renminbi (1 euro è pari a circa 8 rmb), oggi impiega 13.200 persone e costruisce auto, motori, motociclette, fuoristrada e autocarri. Nel 2009 il fatturato è stato di 13,3 miliardi di rmb, con profitti pari al 10% del fatturato. I suoi prodotti sono esportati in 160 nazioni, e quest’anno nel suo settore la Lifan è stata seconda solo a Chery quanto ad esportazioni. Lifan ha già anche numerose fabbriche all’estero: in Vietnam, Thailandia, Turchia, Russia, Egitto ed Etiopia. Gli investimenti in ricerca e sviluppo sono pari al 4% del fatturato e in questi anni hanno consentito alla società di registrare qualcosa come 4448 brevetti. L’impianto di assemblaggio non ha nulla da invidiare a quelli occidentali, tanto in termini di macchinari utilizzati quanto di condizioni di lavoro.

Stessa musica a migliaia di chilometri di distanza, nella zona di sviluppo per industrie hi-tech di Weifang, nella penisola di Shandong: anche in quest’area di 39 kmq specializzata in elettronica, software e servizi avanzati, dove sono già insediate 130 imprese, ho trovato industrie di avanguardia.

La Goer-Tek produce componentistica audio per imprese quali Nokia, Samsung, LG, Panasonic, Harman. Fondata nel 2001, fatturato e profitti sono decuplicati dal 2005 al 2008. In questo caso l’utile netto è superiore al 10% del fatturato. Ha numerosi centri di ricerca e sviluppo, e quest’anno stima di riuscire a registrare 200 nuovi brevetti. La AOD (Advanced Optronic Devices) è invece specializzata in sistemi di illuminazione avanzata. Il Vicepresidente e Chief Operating Officer, Keen Chen, mi spiega che la società è stata fondata nel 2004 da un cinese residente all’estero, grazie alle particolari agevolazioni statali previste per il rientro degli espatriati. Oggi l’organico è di 600 persone. Le lampade a led prodotte da AOD consentono un risparmio di energia sino al 70% e durano cinquanta volte di più di una lampada normale (e 10 volte di più delle usuali lampade a basso consumo). L’illuminazione stradale che mi aveva colpito al mio arrivo a Weifang è tutta a led ed è il risultato delle lampade di AOD. È facile immaginare cosa questo significhi in termini di risparmio energetico per una città di 8 milioni e 700 mila abitanti.

L’attenzione a produzioni eco-compatibili accomuna le imprese del parco tecnologico di Weifang. Nella direzione generale della Weichai Power, società che costruisce motori diesel per automezzi, navi e generatori di energia (ma anche autocarri e componentistica per auto), ad esempio, un’intera sala è dedicata al motore “verde” a basse emissioni messo in produzione nel 2005. La Weichai Power è una società a prevalente partecipazione pubblica: quotata alle borse di Hong Kong e di Shanghai, ha lo Stato come primo azionista, con il 14% delle azioni. Esporta in Europa dagli anni Ottanta e nel 2009 ha acquisito una società francese, la Moteurs Baudouin. L’utile netto atteso per il 2010 dovrebbe superare il 12% dei ricavi (15 miliardi di rmb).

È invece privato il capitale della Byvin, un’impresa che costruisce biciclette, motocicli e auto con motore elettrico. Queste produzioni non sono un’eccezione. La Chery, il maggiore produttore cinese di automobili, sviluppa automezzi ibridi dal 2001, e dal 2009 ha prodotto la sua prima macchina completamente elettrica. Lo stesso ha fatto la Byd (che ha Warren Buffett tra i suoi azionisti).

Sempre nello Shandong, a Qingdao, si trovano la direzione generale e gli stabilimenti di Haier. Si tratta di una grande multinazionale cinese, quotata a Hong Kong ma tuttora di proprietà pubblica. Fondata nel 1984, ha cominciato ad internazionalizzarsi nel 1998. Oggi ha 29 impianti industriali nel mondo, di cui 24 all’estero, anche se i tre quarti del fatturato provengono dalla Cina. Nel 2009 è risultata prima al mondo nella vendita di elettrodomestici bianchi (frigoriferi e lavatrici), con una quota del 5,1% del mercato mondiale, battendo la Whirlpool. Han Zhendong, membro del consiglio di sorveglianza, mi spiega che Haier ha raggiunto una quota di mercato del 10% nelle vendite di frigoriferi in Francia, ma – cosa molto più importante – nel 2009 ha accresciuto del 50% la quota di mercato dei propri prodotti di punta in Cina, grazie a 100.000 (!) punti vendita nelle campagne. Ha otto centri di ricerca e sviluppo tecnologico. Per la sua attenzione ai problemi ambientali ha ricevuto già nel 2000 il “Global Climate Award”dal programma UNDP dell’Onu. Produce tra l’altro lavatrici a basso consumo di acqua e di energia, pannelli solari per riscaldamento e condizionatori d’aria a energia solare.

Obiettivo: attirare capitali esteri

Una prima conclusione: in Cina, a differenza di quanto siamo portati a credere, l’emergenza ambientale è presa molto sul serio. E non soltanto da parte delle imprese più avanzate. Anche la skyline di diverse città cinesi lo conferma. Dal treno ad alta velocità che mi riportava da Weifang a Pechino ho notato che praticamente tutte le case della città di Dezhou avevano il tetto coperto di pannelli solari: e in effetti il 95% delle abitazioni di quella città è dotato di scaldabagni ad alimentazione solare. Il produttore di pannelli è una società locale, la Himin Solar Energy. La superficie della sua produzione ha già superato i 2 milioni di mq di pannelli, ossia il totale dei pannelli solari in uso nell’intera Unione Europea.

Anche le multinazionali che operano in Cina sono state chiamate a fare la loro parte. Il 13 aprile scorso il governo ha pubblicato le “Opinioni su come continuare a fare un buon lavoro nell’utilizzo degli investimenti esteri”. Il titolo del documento, come spesso accade in Cina, è piuttosto generico e indiretto: ma vi si delinea una vera e propria nuova politica nei confronti degli investimenti esteri in Cina. Si intende incoraggiare gli investitori stranieri ad investire in produzioni manifatturiere di qualità, nei servizi, nell’energie alternative e nella protezione ambientale, e al contempo esercitare serie restrizioni sulle produzioni che comportano “inquinamento elevato, alto consumo di energia e elevata dipendenza dalle risorse naturali”.

Siamo insomma di fronte ad una complessiva strategia nei confronti del problema ambientale. Che può essere riassunta in uno slogan: trasformare il problema in opportunità. Si vuole fare della questione ambientale una leva per accelerare il progresso tecnologico, creare occupazione e accrescere la competitività. Per questo una parte non piccola dello stimolo economico messo in campo tra 2008 e 2009 contro la crisi è stata destinata a progetti ambientali, e adesso l’Amministrazione Nazionale dell’Energia ha fissato un piano di investimento nelle energie alternative per 5.000 miliardi di rmb tra il 2011 e il 2020. Si tratta di una cifra enorme, che consentirà di dotare la Cina, ed in particolare le sue aree di nuova industrializzazione, di tecnologie e infrastrutture di avanguardia a livello mondiale. In questo campo, del resto, la Cina vanta già dei primati: i 6.920 km di linee ferroviarie ad alta velocità, ad esempio, sono già superiori a quelli di ogni altro Stato del mondo, ma li si vuole raddoppiare entro il 2012 con un investimento di 800 miliardi di rmb; i treni sono già i più veloci del mondo (350 km/h), ma nei prossimi anni la velocità massima sarà portata a 380 km/h.

L’opportunità della crisi

Sul volo che mi riporta in un aeroporto del terzo mondo (Fiumicino) provo a tirare le somme di quello che ho visto. Crescente utilizzo di alta tecnologia a basso impatto ambientale, competitività sempre più basata sulla elevata produttività del lavoro anziché sul basso costo della forza-lavoro, manodopera qualificata, aumenti salariali al fine di creare un grande mercato interno, efficienza delle infrastrutture fisiche e amministrative (come lo sportello unico per le imprese che ho visto nel Comune di Qingdao: un solo interlocutore e 8 giorni per avviare un’impresa). In una parola: il contrario di quanto sta accadendo da noi. La Cina ha trasformato la crisi mondiale in opportunità per ridurre la propria dipendenza dalle esportazioni e puntare sulla crescita accelerata del mercato interno, così come sta rovesciando il problema ambientale in opportunità per conquistare un primato tecnologico.

Conclusione: la nostra immagine di una Cina che vince grazie al basso costo del lavoro e all’uso irresponsabile delle risorse naturali non è soltanto sbagliata, ma pericolosa. Perché ci impedisce di capire su quali nuovi terreni si gioca oggi la competizione globale.

Molte imprese tedesche hanno capito la situazione e stanno riemergendo dalla crisi proprio grazie alle esportazioni in Cina. Da noi, invece, c’è ancora qualcuno che pensa di recuperare competitività abbassando i salari e peggiorando le condizioni di lavoro, anziché aumentando gli investimenti in ricerca. O producendo automobili in Serbia (a spese della Bers e del governo di Belgrado) per venderle in Italia. Tanti auguri.

L’incomprensione del socialismo della “sinistra” italiana.
Proponiamo un bellissimo articolo di Gianni Minà apparso su Latino Americana.

Non mi stupisco che l’onorevole Fassino, ex segretario di coloro che si dicevano comunisti, sia stato il primo ad aderire all’appello di Pierluigi Battista sul Corriere della Sera perché venga intensificato l’assedio che gli Stati uniti, continuando la linea decisa da Bush Jr, hanno recentemente inasprito nei riguardi di Cuba, usando l’ambiguo argomento dei diritti umani.
Fassino, come buona parte di quella che era la sinistra italiana, non ha mai capito molto dell’America latina, nè dei diritti delle popolazioni del Sud del mondo e delle loro battaglie per la sopravvivenza, per scrollarsi di dosso la prepotenza del mondo occidentale.
Quando nell’ottobre del 2003 guidò la delegazione italiana al congresso dell’Internazionale socialista a San Paolo del Brasile, la prima cosa che Fassino fece, per esempio, prima ancora di proporre una strategia di indipendenza e di riscatto per i Paesi del Sud del mondo, fu quella di sollecitare un documento di critica alla rivoluzione cubana. Fece una figuraccia, perché fu lo stesso Lula Inacio da Silva, padrone di casa perché eletto un anno prima presidente del Brasile, a dire: “Non se ne parla nemmeno. Cuba, per noi latinoamericani è stata ed è, pur fra tante contraddizioni, un esempio di resistenza e dignità in un continente dove il neoliberismo ci costringe a lottare per la sopravvivenza.”
Fassino d’altronde si era solo adeguato alla logica perdente del suo partito, quello dei democratici di sinistra. Una logica ben incarnata, tre anni prima, dal perspicace Massimo D’Alema che a una riunione di partiti socialdemocratici messa in piedi in pompa magna a Firenze, invece di invitare Lula, allora da quasi vent’anni leader di 50 e più milioni di brasiliani che votavano progressista, scelse di far venire Fernando Enrique Cardoso, ex sociologo della sinistra diventato nel frattempo il presidente eletto del centrodestra brasiliano, cioè anche dei latifondisti e delle loro guardie bianche che assassinavano sindacalisti, sem terra o estrattori di caucciù. Non fu, evidentemente, una scelta lungimirante.
Nel frattempo, infatti, Lula non solo è stato eletto per due mandati alla presidenza del Brasile e ha finalmente affrontato, con il piano Fame Zero, l’endemica indigenza di 60 dei 200 milioni di suoi concittadini che ora hanno garantiti tre pasti al giorno. Il presidente ex operaio ha addirittura rilanciato come potenza economica internazionale il suo Paese, arrivando perfino a ottenere l’organizzazione dei Mondiali di calcio del 2014 e delle Olimpiadi del 2016, e ha anche recentemente sconfitto gli Stati uniti in una fondamentale controversia sorta nell’Organizzazione mondiale per il commercio [Wto]. Questa vittoria, non a caso ignorata dai mezzi di informazione italiani, sancisce il pieno diritto del governo di Brasilia ad applicare sanzioni commerciali contro gli Usa, rei da sempre di assistere indebitamente la propria industria e in particolare la propria agricoltura, falsando i mercati mondiali con l’ipocrisia del libero commercio. Ora il Brasile avrà il diritto di aumentare i dazi su prodotti come automobili, cotone, frutta fresca o latte in polvere fino al 50%, e nel caso del cotone, prodotto nevralgico per i coltivatori del Sud degli Stati uniti, addirittura del 100%.
Non c’è quindi solo la Cina ad avere la forza economica e politica per scegliere il proprio cammino e a disegnare un mondo multipolare dove gli Usa non sono più in grado di imporre sempre la propria volontà.
Fassino tutto questo non lo sa o fa finta di non saperlo. Pierluigi Battista, inguaribile paladino dei diritti dei più forti e delle cause più arroganti, infatti, gli ha solo fatto sapere che incredibilmente Lula, il giorno dopo il summit a Cancun dei paesi del continente latinoamericano, ha fatto tappa a l’Avana, come avevano fatto nel corso dell’anno passato tutti i capi di stato latinoamericani [tutti evidentemente simpatizzanti per i tiranni] e si è fatto fotografare tanto con Fidel che con Raul Castro. E questo proprio nei giorni della campagna mondiale, sollecitata dalla potente lobby cubana di Miami e dal gruppo Prisa, editore dello spagnolo el Pais, dopo la morte di Orlando Zapata, detenuto per reati comuni che da qualche tempo si era avvicinato alle Damas en blanco.
Queste rappresentanti della sparuta dissidenza cubana sono state cantate ancora recentemente, nei nostri media, sempre su suggerimento di el Pais [un giornale vicino ai socialisti in casa, ma con tentazioni neocoloniali quando parla di America latina], come paladine della democrazia, dopo una manifestazione per le strade del centro de l’Avana dove erano state insultate da una folla di “fans del regime”.
Sarebbe facile liquidare tutto in questo modo. Sono 50 anni che la grande stampa occidentale lo fa, evidentemente senza successo, ma la realtà è che lo scontro non è più ideologico, anche se Pigi Battista o addirittura Mario Vargas Llosa (che periodicamente detta a El Pais la linea sull’America latina) tentano pateticamente di sostenerlo. Lo scontro, ormai, è di principio, di giustizia, di elementare diritto a scegliere. Perché, infatti, un grande Paese che lo fa da cinquant’anni, gli Stati uniti, dovrebbe continuare ad avere il diritto di sovvenzionare, a suon di milioni di dollari, una strategia della tensione continua in un altro Paese, un’isola come Cuba? E tutto questo solo perché la stessa isola, a un certo momento della sua storia, ha commesso il peccato di aver scelto di amministrarsi in un modo diverso da come vorrebbe il vicino più potente, infastidito dal messaggio di indipendenza che il Paese più piccolo ha trasmesso e trasmette a un continente che si sta affrancando da una storica dipendenza.
Cosa diremmo noi se, per esempio, la Spagna di Zapatero o la Gran Bretagna di Gordon Brown sovvenzionassero un’eversione in Italia contro il governo di Berlusconi, con 140 milioni di euro, ridotti quest’anno a 55 milioni solo per la crisi, ma non cancellati?
Certo, molti di questi soldi, come ha confermato un’indagine interna ordinata dal presidente Obama, vengono rubati da questi cosiddetti comitati per la libertà a Cuba, ma molti sono invece investiti nel progetto di cambiare faccia all’isola e sicuramente sono impegnati ad accendere malessere e tensioni.
La maggior parte dei “dissidenti” incarcerati nel 2003 quando il governo Bush tentò la spallata finale contro Cuba favorendo tre dirottamenti aerei e persino il sequestro del ferry boat di Regla carico di turisti per far rotta verso Miami, sono persone condannate per aver preso dei soldi dal governo di Washington, elargiti direttamente dall’Ufficio d’interesse degli Stati uniti a l’Avana.
Questo, a parti invertite, negli Stati uniti procurerebbe un arresto e un’accusa di alto tradimento con diversi anni di carcere. Qualunque giornalista minimamente serio lo sa, anche se nelle nostre cronache sui “giornalisti” arrestati a Cuba nel 2003 si insiste sul fatto che sono stati puniti per presunti reati d’opinione e si elude il fatto che, invece, sono stati ingaggiati e retribuiti dal nemico storico che tiene l’isola sotto embargo da cinquant’anni.
Molti di questi gruppi, come le stesse Dame in bianco, erano e sono tenuti in piedi da terroristi come Santiago Alvarez che recentemente, in un processo in Florida dove è stato condannato a due anni e mezzo di carcere per possesso di esplosivi e armi che secondo lui dovevano servire per attentati nell’isola, ha rivelato che proprio Michael Parmly, ex capo dell’ufficio di rappresentanza Usa a Cuba, si era offerto di anticipare le sovvenzioni alle Dame nei mesi in cui lo stesso Alvarez sarebbe stato presumibilmente in galera.
Anche Battista dovrebbe convenire che è difficile assegnare la dignità di dissidenti a gruppi come questi, ed è evidente che una politica simile, sostenuta da tutti i Fassino d’Italia e d’Europa, non possa produrre libertà e democrazia.
Eppure perfino il Fatto quotidiano, che non risparmia il sarcasmo alle posizioni berlusconiane del vicedirettore del Corriere della Sera, si allinea alle sue teorie quando tuona contro Cuba, Venezuela e America latina che cambia.
Recentemente, dopo aver elevato alla gloria degli altari la bloguera Yoani Sanchez che informa il mondo sui malesseri della società cubana aiutata da un server tedesco con un’ampiezza di banda 60 volte più grande rispetto a qualunque altra utilizzata a Cuba dagli utenti internet, proprio il Fatto ha pubblicato un articolo di El Pais che si domandava candidamente perché il Paese di Zapatero non criticasse adeguatamente il regime cubano.
A volerla dare davvero, la risposta sarebbe stata semplice. José Maria Aznar, predecessore di Zapatero alla guida del governo spagnolo quando era in mano al Partito popolare, oltre ad aver avuto sovvenzioni per la sua campagna elettorale dai famigerati dirigenti della Fondazione cubano-americana di Miami, fautori del terrorismo contro Cuba e con i quali si è fatto anche fotografare, è da sempre uno dei membri di quelle ambigue associazioni che si riuniscono ciclicamente, col patrocinio magari della Fondazione Adenauer, per decidere, senza nessun imbarazzo, le strategie di ingerenza nella vita di Cuba e fare lobby ogni volta che alla Comunità europea sono in piedi iniziative per rendere più aspro l’isolamento e l’esclusione della Revolucion. E’ una questione di mentalità e di concezione della democrazia.
Non a caso nel 2002 il governo spagnolo di Aznar fu il primo, per esempio, ad approvare pubblicamente il colpo di Stato tentato e poi fallito in Venezuela contro il presidente Chavez, prima ancora degli Stati uniti di George W Bush. E’ stato lo stesso Miguel Angel Moratinos, attuale ministro degli Esteri spagnolo, a rendere pubblico quest’estemporaneo “atto di democrazia” di Aznar, una vergogna che ancora adesso giustifica la diffidenza della nuova America latina verso molte scelte della Comunità europea. Un organismo spesso ipocrita, disposto a concedere la patente di democrazia alla violenta Colombia di Uribe, ma pronto a condannare “l’intransigenza” di Cuba senza mai chiedere agli Stati uniti la ragione di un embargo e di un assedio che dura da mezzo secolo e ha già ricevuto 18 condanne di seguito dall’Assemblea delle Nazioni unite.
Sarebbe più coerente chiedere al Corriere della Sera e al Fatto perchè non abbiano mai chiesto la liberazione dei cinque componenti dell’intelligence cubana, da dodici anni in carcere negli Usa dopo un giudizio farsa del tribunale di Miami, smentito cinque anni fa dalla Corte di appello di Atlanta. Perchè l’unica colpa dei cinque è quella di aver smascherato le centrali terroristiche che dalla Florida preparavano gli attentati a Cuba.
Così questi esseri umani, detenuti senza diritti, sono ancora in carcere solo perché il Dipartimento della giustizia degli Stati uniti, prima sotto Bush, ma purtroppo anche sotto Obama, non ha ancora trovato il tempo di inviare ai giudici competenti per la sicurezza nazionale i dossier raccolti dalla Cia sull’argomento. Forse perchè l’agenzia di intelligence spesso ha protetto quegli attentati?
Dov’è l’etica in tutta questa storia?

WASHINGTON ORGANIZZA RETI STUDENTESCHE CONTRO VENEZUELA, CUBA E IRAN.
di Eva Golinger su altre testate del 08/07/2010

fonte http://tercerainformacion.es/spip.php?article16185

Traduzione a cura de l’Ernesto online

Nell’ultimo anno, diverse agenzie di Washington si sono impegnate a finanziare, promuovere e organizzare gruppi di giovani e di studenti in Venezuela, Iran e Cuba, per creare movimenti di opposizione contro i loro governi. I tre paesi, due dei quali sono considerati “nemici” dal governo statunitense, sono stati vittime dell’intensificazione delle aggressioni di Washington, che cerca di provocare un cambiamento di “regime” favorevole ai propri interessi.

Nelle ultime settimane, l’offensiva è continuata con la visita effettuata dal dirigente studentesco venezuelano Roderick Navarro in territorio statunitense. Navarro, presidente della Federazione dei Centri Universitari dell’Università Centrale del Venezuela (FCU-UCV), si è recato anche a Miami, per “incontrare il movimento studentesco venezuelano all’estero” e lavorare alla creazione di “una rete internazionale che comprenda gli studenti di Iran e Cuba”. Secondo Navarro, la rete verrà creata “perché il mondo sappia delle violazioni dei diritti umani che avvengono nei nostri paesi”.

Durante la sua visita, Navarro ha incontrato rappresentanti della Fondazione per la Difesa dei Prigionieri, Esiliati e Familiari (Fundaprefc) di Miami, un piccolo gruppo di venezuelani anti-chavisti che risiedono a Miami; la Rete degli Studenti Venezuelani Uniti (Revu), un altro piccolo gruppo di venezuelani che studiano negli USA; e membri del Direttorio Democratico Cubano, organizzazione di cubani a Miami finanziati da USAID, da National Endowment for Democracy (NED) e da altre agenzie di Washington.

Dal 2005, Washington ha stanziato risorse attraverso NED e USAID per il settore studentesco in Venezuela. Dei 15 milioni di dollari investiti e canalizzati da queste agenzie statunitensi in Venezuela, più del 32% è indirizzato ai giovani. Il suo programma principale mira all’ “abilitazione all’uso delle nuove tecnologie che faciliti l’organizzazione politica delle reti sociali”, si legge nei rapporti di USAID sul suo lavoro in Venezuela.

L’offensiva imperiale

Nell’agosto 2009, Washington ha avviato un’offensiva internazionale utilizzando gli studenti venezuelani come “portavoce” dell’opposizione al Presidente Chávez. Da agosto a settembre, il Dipartimento di Stato ha organizzato la visita negli Stati Uniti di otto giovani politici venezuelani, per denunciare il governo venezuelano e stringere rapporti fra i giovani repubblicani di questo paese e la destra venezuelana. Gli otto giovani venezuelani sono stati selezionati dal Dipartimento di Stato nell’ambito del programma “La democrazia per i giovani leaders politici” del progetto di interscambio “Líderes Visitantes Internacionales – Venezuela”, utilizzato dal governo di Washington per reclutare e formare agenti politici che in seguito promuovano i programmi nordamericani per il Venezuela.

I giovani venezuelani, pagati e accompagnati durante la loro visita negli USA, hanno rilasciato dichiarazioni alla stampa statunitense, attaccando, denunciando e cercando di screditare il presidente Chávez e la politica del governo venezuelano.

Subito dopo la loro visita negli USA, è stata organizzata una manifestazione attraverso Facebook, dal titolo “Mai più Chávez”, che si proponeva di incitare all’odio e di promuovere la destabilizzazione e il rovesciamento del Presidente Chávez.

Un mese dopo, il 15 e 16 ottobre 2009, Città del Messico è stata la sede del secondo Vertice dell’Alleanza dei Movimenti Giovanili (AYM, la sigla in inglese). Patrocinato dal Dipartimento di Stato, l’evento ha contato sulla partecipazione della Segretaria di Stato Hillary Clinton e di vari “delegati” invitati dalla diplomazia statunitense, come i venezuelani Yon Goicochea (Primero Justicia), il dirigente dell’organizzazione Primera (gruppo fondato da Goicochea), Rafael Delgado, e la ex dirigente studentesca Geraldine Álvarez, ora militante della Federazione Futuro Presente, organizzazione creata da Yon Goicochea con finanziamenti dell’Istituto Cato degli Stati Uniti. Hanno partecipato anche Marc Wachtenheim di Cuba Development Iniziative (progetto finanziato dal Dipartimento di Stato e da USAID attraverso la Fondazione Panamericana dello Sviluppo “PADF”) e altri rappresentanti di Cuba, Iran, Bolivia, Ecuador, Sri Lanka, India, Canada, Regno Unito, Colombia, Perú, Brasile, Libano, Arabia Saudita, Giamaica, Irlanda, Turchia, Moldavia, Malaysia, Stati Uniti e Messico.

La AYM nacque nel 2008 in seguito all’apparizione “…nella scena mondiale di alcuni quasi sconosciuti, generalmente giovani, in grado di dominare le tecniche più recenti, che hanno realizzato cose sorprendenti. Hanno provocato grandi trasformazioni nel mondo, in paesi come Colombia, Iran e Moldavia, avvalendosi di queste tecniche per mobilitare la gioventù. E questo è stato solo l’inizio”.

Il movimento studentesco di opposizione “Manos Blancas” in Venzuela, finanziato e formato dalle agenzie statunitensi; le proteste anticomuniste in Moldavia; le manifestazioni contro il governo iraniano e le proteste virtuali contro il Presidente Chávez sono esempi di come si stia attuando questa nuova strategia. Le nuove tecnologie – Twitter, Facebook, YouTube e altre ancora – sono le loro armi principali, mentre i mezzi tradizionali, come CNN e i suoi consociati, contribuiscono ad esagerare l’impatto reale di questi movimenti, promovendo correnti di opinione false e distorte in merito alla loro importanza e legittimità.

Ciberdissidenza

Nell’aprile di quest’anno, l’Istituto George W. Bush, insieme all’organizzazione statunitense Freedom House, ha convocato un incontro di “attivisti per la libertà e i diritti umani” e di “esperti di Internet” per analizzare il “movimento globale dei ciberdissidenti”.

All’incontro celebratosi a Dallas, Texas, sono stati invitati Rodrigo Diamanti, dell’organizzazione Futuro Presente del Venezuela, Arash Kamangir, iraniano, Oleg Kozlovsky, russo, Ernesto Hernández Busto, di Cuba (vive a Barcellona ed è conosciuto nella rete cubana come “Pájaro Tieso”), Isaac Mao, cinese, e Ahed Alhendi, siriano.

Erano anche presenti membri del governo statunitense e di altre organizzazioni legate alla comunità di intelligence di Washington. Il proposito di questa iniziativa era “coordinare una campagna internazionale attraverso Internet per denunciare i governi di Cuba, Iran, Venezuela, Siria, Russia e Cina” per presunte “violazioni dei diritti umani” e della libertà di espressione.

La stessa settimana, un gruppo di studenti venezuelani è stato invitato alla conferenza annuale del Movimento Mondiale per la Democrazia (WMD, in inglese), un’organizzazione creata e finanziata da NED. Nella riunione, che ha avuto luogo a Giacarta (Indonesia), gli studenti venezuelani hanno denunciato e attaccato il governo del Presidente Chávez, presentandolo come “dittatoriale” e “violatore” dei loro diritti.

HONDURAS: ZELAYA HA DICHIARATO CHE IL GOLPE FU PIANIFICATO DAL COMANDO SUD DEGLI USA.

“Tutto indica che il golpe venne preparato nella base militare di Palmerola, dal Comando Sud degli Stati Uniti ed eseguito rozzamente da degli honduregni poco raccomandabili”, ha segnalato Zelaya in una lettera inviata dalla Repubblica Dominicana al “popolo dell’Honduras”, ad un anno dalla sua destituzione, avvenuta il 28 giugno 2009.
“Popolo dell’Honduras, scrivo queste righe ad un anno da quella fatidica alba quando la mia casa, dove abitavo con la famiglia in qualità di Presidente della Repubblica, venne circondata da forze militari speciali”, ha precisato Zelaya all’inizio della sua lettera, inviata per posta elettronica.
“Ad un anno dal golpe militare sono chiare le motivazioni e gli autori intellettuali di questo crimine, nascosti dietro le quinte”. Il mio sospetto, afferma l’ex Presidente è stato confermato: “Dietro al colpo di Stato ci sono gli USA”.
All’inizio, continua Zelaya, il Dipartimento di Stato nordamericano “negò di essere coinvolto nel golpe” e “l’Ambasciata statunitense lo condannò pubblicamente”.
Gli autori di questo crimine rispondono ad un’associazione illegale formata da vecchi falchi di Washington e dell’Honduras, proprietari di capitali e dai loro soci di affari di sussidiarie nordamericane e agenzie finanziarie”, aggiunge l’ex capo di Stato nella lettera.
“Sono coinvolti nel golpe anche alcuni eminenti membri della SIP (Associazione Interamericana della Stampa), in quanto responsabili della cortina di silenzio interno e della protezione degli assassini che eliminano gente innocente in territorio nazionale”.
L’ex presidente, destituito mentre stava promuovendo una consultazione popolare sulla Costituzione, sostiene che i provvedimenti da lui presi per far uscire l’Honduras dal sottosviluppo gli sono costati la carica.
Sono state proprio queste misure, sostiene Zelaya, “che hanno fatto uscire di senno i nordamericani ed i loro compari”.
Il suo rovesciamento fu dovuto, si legge nel testo della lettera, ad iniziative come l’adozione nel 2006 di misure rivolte a colpire gli interessi delle multinazionali petrolifere statunitensi; il piano di recupero della base militare di Palmerola, costruita dagli USA 30 anni fa, per trasformarla da aeroporto militare a civile, adibito al servizio commerciale e passeggeri; le politiche di cambio monetario e salariali del governo legittimo, comprendenti i sussidi ai trasporti e gli aumenti salariali per gli operai. Questi atti contraddicevano le politiche recessive del FMI (Fondo Monetario Internazionale)”. Altre cause vanno ricercate nella firma del trattato d’associazione dell’Honduras a Petrocaribe, promossa dal Venezuela; nella revoca dei “decreti di espulsione di Cuba dalla OEA (Organizzazione degli Stati Americani), risalenti al 1962”, durante l’Assemblea Generale del detto organismo continentale, tenutasi nel giugno 2009 a San Pedro Sula, nell’Honduras settentrionale; nella “legge di partecipazione dei cittadini, approvata per permettere consultazioni e sondaggi tra la popolazione”.
L’ex presidente accusa della sua destituzione anche Roberto Micheletti, che il Parlamento honduregno nominò suo successore, in quanto presidente del detto potere dello Stato.
“Ad un anno da questo attentato alla democrazia, noi esiliati siamo vittime di questa ingerenza e del servilismo del Governo di Porfirio Lobo nei confronti degli interessi statunitensi”, sostiene Zelaya che, dal 27 gennaio scorso, risiede nella Repubblica Dominicana.
Lobo, del Partito Nazionale, si è insediato alla presidenza il 27 gennaio scorso, dopo aver vinto le elezioni del 28 novembre 2009.
Zelaya ha ribadito che in Honduras stanno continuando la repressione e la persecuzione politica, che diversi dei suoi ministri sono stati messi in stato d’accusa nei tribunali, mentre altri sono latitanti.
L’ex presidente si è rivolto al Fronte Nazionale di Resistenza Popolare, che ha condannato il golpe ed al Partito Liberale, che lo portò alla presidenza, con queste parole: “Ora che conoscete la verità e sapete chi sono i vostri veri avversari, dovete mantenervi uniti e continuare a raccogliere le firme per la convocazione dell’Assemblea Costituente” e per il ritorno di Zelaya nel paese.

(Da una notizia EFE)

http://www.cubadebate.cu (30 giugno 2010)

Traduzione di Sandro Scardigli

QUALCHE DATO PER DISCUTERE SERIAMENTE DEL PERCORSO RIVOLUZIONARIO BOLIVARIANO

A fronte di una campagna mediatica internazionale che sistematicamente denigra e deforma la realtà venezuelana, mentre quella locale promuove solo una canea scandalistica, è difficile avere un quadro informativo autentico circa il processo bolivariano. Facciamo, quindi, un rapido sommario dei risultati ottenuti in questi 11 anni di potere bolivariano (1998-2009).

Tale sommario nasce dai dati duri e obiettivi di varia fonte, alcuni ufficiali (INE, Banca Centrale, Ministero di Pianificazione) e soprattutto il resoconto annuale (2009) pubblicato dal “Center for Economic and Policy Research” (CEPR) degli Stati Uniti. Una fonte riconosciuta a livello internazionale e che nessuno può certo accusare di essere di sinistra.

Crescita Economica

Il Venezuela mostra una crescita economica stabile e continua negli ultimi 12 anni di governo rivoluzionario. La crescita ha avuto uno stop solo durante il golpe e la serrata petrolifera (2002/2003).

Il paese mostra un’economia solida già da 20 trimestri consecutivi. Secondo il CEPR, l’economia é cresciuta con una media di 4.3 punti annuali negli ultimi 9.25 anni. Su base pro capite significa una crescita totale pari a 18.2 punti, 1.9 l’anno. Si deve notare che questa è una crescita immensa rispetto a prima (durante la cosiddetta IV Repubblica), che risulta meno spettacolare soltanto se confrontata con la media regionale.

La crescita non ha beneficiato soltanto il popolo ma anche il settore privato. Quest’ultimo, infatti, negli ultimi anni è cresciuto maggiormente del settore pubblico, in particolare quello finanziario e quello assicurativo, che durante questa espansione hanno registrato una crescita del 258.4% con una media del 26.1 l’anno. Il settore edile è cresciuto del 159.4 %, quello delle comunicazioni del 151% e quello manifatturiero del 98.1%.

Povertà e disuguaglianza

In questo decennio il Venezuela mostra livelli storici di aggiustamento tributario e di riserve internazionali, elementi che uniti alla politica governativa hanno inciso come mai prima d’ora nelle politiche sociali, nel ridurre il tasso di povertà e degli indici di disuguaglianza sociale.

La percentuale di abitazioni povere è diminuita di più della metà (dal 54% al 26%) mente quelli di povertà estrema sono diminuiti del 72%, arrivando a un 7% del totale delle abitazioni. Questo è un risultato significativo sottolineato dal CEPR, che al proposito dice: “… tale risultato consente al Venezuela di avere concretamente eliminato la povertà estrema”.

Vale la pena di menzionare com’è cresciuto in termini reali il salario minimo dei venezuelani; vi è stato un tasso di crescita costante dal 1999 (quando era all’incirca di 198 dollari), a fronte di una politica diversa da quella raccomandata dal FMI. Oggi vige uno dei salari più alti dell’America Latina: 446 dollari, una crescita salariale che parallelamente ha implicato un incremento nella capacità di acquisto del venezuelano e uno stimolo importante al consumo interno.

Quanto sopra ha sottinteso una sfida alle politiche di controllo dell’inflazione.

Chávez nel 1998 si è posto a capo di un paese col 30% d’inflazione (secondo la Banca Centrale il governo di Andrés Pérez aveva una inflazione di circa 44.2%). Tale cifra è scesa al 12.3% negli anni seguenti, ma la serrata petrolifera del 2003 ha comportato un nuovo aumento, facendola arrivare al 38.7% nel febbraio di quell’anno. Ora si è stabilizzata intorno al 24%.

Anche la spesa sociale è aumentata, passando dal 37% dalla spesa generale nel 1998 al 59.5% nel 2007. Questa spesa sociale è possibile grazie ai livelli storici di adeguamento tributario e all’uso della rendita petrolifera per costruire una struttura statale parallela che sostituisca quella tradizionale, cioè in grado di farsi carico della sanità, dell’educazione e del sostentamento. Vale a dire ciò che oggi si conosce attraverso le cosiddette “Missioni”, un programma di servizio sociale che ha esteso la sua protezione duplicando la sua portata in confronto a quello esistente nel 1998.

E’ così che la mortalità infantile è scesa da 21.4 bambini su mille nati a 13.7.

Nel 1998, 4 milioni di venezuelani non avevano accesso all’acqua potabile, oggi copre il 92% della popolazione.

Impiego

Un altro dei successi del governo bolivariano, in controtendenza rispetto alla maggior parte dei paesi dell’area, è la diminuzione dell’impiego informale e l’aumento di quello formale. In Venezuela, come in quasi tutti i paesi dell’America latina, il lavoro nero era altissimo. Quando il potere rivoluzionario assume il potere il lavoro informale arriva al 42,8% della forza lavoro contro un 45.4% del lavoro formale. Nel 2008, l’impiego informale si abbassa al 40.4%.

Difficilmente un altro paese del continente può dimostrare un risultato del genere.

E’ degno di nota che in parallelo stia emergendo un nuovo modello socioeconomico, al cui centro vi è l’impulso alla creazione di cooperative. Da 877 cooperative esistenti nel 1998, si è passati a più di 30 mila cooperative attive che danno lavoro a più di 2.7 milioni di venezuelani, cioè a circa il14% della forza lavoro e implicano un contributo del 8% alla crescita del PIL.

Conclusioni

Sono molti i successi che dimostrano come si è lavorato in questi 12 anni di governo bolivariano: i livelli storici mai raggiunti prima di riserve finanziarie, il modello di commercio internazionale, il recupero delle terre agricole, l’impulso al mercato interno, l’eliminazione della pesca a strascico, ecc. Cui possiamo aggiungere i conseguenti successi elettorali.

Non vogliano produrre la falsa idea che oggi non vi siano problemi e che tutto sia perfetto, senza dubbio sfide ed errori, che sono tipici di questo percorso e che sono enfatizzati costantemente dai media, terranno impegnata la stampa. Qui abbiamo soltanto voluto informare sui dati oggettivi che gettano le basi reali per le future discussioni sugli errori.

http://www.lernesto.it/index.aspx?m=77&f=2&IDArticolo=19535

ANTICOMUNISMO E DESTRA “NERA” CRESCONO DI PARI PASSO: L’UNIONE EUROPEA TACE.

Anche in Lituania i comunisti al bando e i nazisti esaltati come “eroi nazionali”

Mentre si proibisce l’attività del Partito Comunista, un tribunale locale sentenzia che la croce uncinata rappresenta “parte integrante del patrimonio storico nazionale”. E l’Unione Europea continua a far finta di niente.

Nel nostro paese – come del resto in tutti gli altri paesi del nostro continente – pochi sono al corrente che anche in Lituania – repubblica baltica ex sovietica, da anni membro fedelissimo della NATO e ammessa nell’Unione Europea – da tempo è in corso una campagna di criminalizzazione dei partiti e dei simboli comunisti e di ogni riferimento alla storia sovietica, accompagnata dalla riabilitazione della cosiddetta “resistenza nazionale lituana”, che ha collaborato con i nazisti nella repressione del movimento partigiano e nello sterminio della locale comunità ebraica.

Con la decisione delle autorità lituane di procedere a una revisione costituzionale nel giugno del 2009, denunciata, nella più totale indifferenza dei mezzi di comunicazione europei, solo dal Partito Socialista (che raggruppa i comunisti dopo la messa fuori legge del Partito comunista nel 1991 e l’arresto di diversi suoi dirigenti, alcuni dei quali, anche ultrasettantenni, sono stati condannati a oltre 10 anni di carcere, quasi interamente scontati, al tempo della presidenza di Vytautas Landsberghis, insignito della cittadinanza onoraria di Torino, insieme al Dalai Lama, evidentemente per i suoi “meriti” di anticomunista, e in seguito del “socialdemocratico” Brazauskas), è oggi possibile perseguire penalmente e condannare a pene fino a 5 anni chiunque neghi “i genocidi commessi dal comunismo e dal nazismo” e “diffami i combattenti della lotta per la libertà della Lituania che, dal 1944 al 1953 si sono battuti con le armi contro l’occupazione sovietica”.

Come si può ben capire dalle motivazioni della decisione, è evidente che i destinatari della campagna repressiva sono, ancora una volta, i soli comunisti, dal momento che i “combattenti per la libertà lituana”, considerati alla stregua di eroi nazionali, non hanno esitato a militare nelle file del collaborazionismo e nelle legioni delle SS, rendendosi responsabili, al servizio di Hitler, delle più efferate atrocità. I più giovani sostenitori dei criminali di guerra, dunque, possono sicuramente dormire sonni tranquilli e agire indisturbati.

Una conferma del carattere anticomunista e di riabilitazione del passato nazi-fascista del nazionalismo lituano, proprio della revisione costituzionale in corso, è venuta in questi giorni da una sorprendente decisione di un tribunale locale, nella città di Klaipéda, oscurata anch’essa dall’apparato mediatico continentale e dalle istituzioni comunitarie, le stesse che, in nome della democrazia e dei diritti umani, negli ultimi mesi non hanno esitato a scatenare una campagna propagandistica contro Cuba.

Il 19 maggio, decidendo sulla sorte di tre neonazisti che, durante la giornata dell’Indipendenza, nel febbraio scorso, avevano sventolato bandiere con la croce uncinata e scandito slogan anticomunisti, antisemiti e inneggianti al Terzo Reich, i giudici hanno sentenziato che costoro dovevano essere assolti e liberati perché la “croce uncinata è parte integrante del nostro patrimonio storico, un simbolo importante della cultura baltica, ereditato dai nostri antenati”.

Si tratta di un verdetto che finora non sembra essere stato ostacolato dagli organi supremi della magistratura lituana e avere suscitato il minimo scandalo dei governi e delle strutture giudiziarie dell’Unione Europea. Una sentenza che sancisce in modo inquietante, in nome della denigrazione del passato sovietico e del nazionalismo più fanatico, la completa riabilitazione del nazi-fascismo.

http://www.lernesto.it/index.aspx?m=77&f=2&IDArticolo=19540

Per i 5 prigionieri cubani negli Usa, e alla memoria di Natalia Sanchez Lope
Intervento d’apertura all’incontro internazionale su Giustizia e Diritto svolta a La Habana a fine Maggio.

Ricardo Alarcón de Quesada,Presidente della Assemblea Nazionale del Poder Popular

La preghiera di Frankfurter

Omaggio a Natalia Sánchez López,portoricana ignorata come la sua patria

Al giorno d’oggi sono grandi le sfide per coloro che amano la Giustizia e il Diritto. Il nostro pianeta non è mai stato minacciato, come adesso, di distruzione. Ogni giorno ci aggrediscono notizie allarmanti che provano che l’egoismo insensato di pochi produce danni irreversibili all’ambiente, provoca lo sterminio di molte forme di vita e fa dell’umanità una specie in pericolo di estinzione. Molti esseri umani si estinguono ogni giorno per fame e per malattie prevenibili in un mondo disuguale e carente di solidarietà.

L’illusione di un ordine internazionale basato sui nobili principi e sui propositi della Carta di San Francisco scompare di fronte all’egemonia e all’arbitrarietà di coloro che si ricordano dell’ONU solo quando possono utilizzarla come strumento di guerra e di violenza riducendo in polvere gli ideali fondatori.

Urge il dialogo e la concertazione per salvare la vita e passarla alle generazioni future. Noi che ci ostiniamo a credere che un mondo migliore è possibile, lo sappiamo.

Ma lo sanno anche coloro che non solo cercano di chiudere il passaggio alla speranza ma, ancor peggio, spinti dall’avidità cieca, cercano di perpetuare un sistema internazionale che condurrà tutti verso l’abisso.

I potenti vogliono imporre l’incomunicabilità, l’isolamento, l’ignoranza. E’ questa l’essenza dell’uso che fanno della straordinaria espansione delle nuove tecnologie quelli che, cinicamente, si fanno chiamare “mezzi di informazione” o di “comunicazione”.

Nel 1969 alcuni giovani ricercatori muovevano i primi passi che avrebbero condotto, con l’andar del tempo, allo sviluppo di ciò che oggi conosciamo come Internet. Ma allora quello che si imponeva come moda era appena la televisione internazionale. Riconoscendo l’importanza di questo nuovo strumento e anticipando quello che sarebbe venuto dopo, Zbigniew Brezinzski aveva scritto allora che quei mezzi, agendo sull’individuo isolato, sprovvisto di un sindacato o di un giornale intorno al quale operare in modo organizzato, sarebbero stati capaci di “manipolare le emozioni e controllare la ragione”.

La manipolazione e il controllo delle emozioni e del pensiero si effettua in tre dimensioni integrate in un processo unico: nascondere la verità, falsificarla e disseminare la menzogna.

Cuba è stata ed è il migliore e il più prolungato esempio della manipolazione e del controllo così cari a chi era stato così franco quando era professore all’Università di Columbia –ma anche collaboratore dell’apparato “culturale” della CIA- prima di convertirsi in Assessore alla Sicurezza Nazionale dell’ultimo governo che a Washington non ha avuto paura del liberalismo.

Non sono pochi gli aspetti rilevanti della realtà cubana che restano occulti per molti milioni di persone specialmente nei paesi sviluppati, quelli in cui si fa credere alla gente di essere meglio informati di tutti. La lista delle realtà cubane che i “media” nascondono è troppo vasta e non cercherò di esplorarla adesso.

Parlerò solo di Gerardo Hernández, Ramón Labañino, Antonio Guerrero, Fernando González e René González. Cinque cubani che stanno per compiere ormai dodici anni di prigionia in carceri nordamericane, in condizioni particolarmente dure, pur non avendo commesso nessun crimine. In questo modo hanno trascorso il meglio della loro gioventù pur non avendo causato danni a nessuno. C’è di più. Nelle loro prigioni, a quanto hanno certificato le autorità carcerarie, hanno insegnato ad altri prigionieri a leggere e scrivere, hanno aperto loro le strade dell’arte, della scienza e della letteratura, li hanno aiutati a sopportare la prigionia e a concepire una vita migliore.

A differenza dei loro compagni di carcere, ricevono a stento le visite dei loro familiari. Gerardo e René non hanno ancora incontrato le loro mogli in questo lungo periodo.

Perché i Cinque sono agli arresti?

Non è facile trovare la spiegazione sulla grande stampa. A rigore è impossibile per l’immensa maggioranza che dipende dai “media” per essere informata.

Torna alla memoria Félix Frankfurter e il suo nobile impegno perché si facesse giustizia per Sacco e Vanzetti, condannati a morte in un’altra fase di giudizio agli inizi del secolo scorso. Ancora risuonano le sue parole: “Please, read the transcripta” (Per favore, leggete i documenti).

Perché allora come ora, era tutto scritto, ma tenuto sotto silenzio dalle corporazioni che decidono quello che la gente deve sapere.

I Cinque sono stati condannati e patiscono una ingiusta e crudele prigione semplicemente perché hanno combattuto contro il terrorismo. Perché hanno sacrificato le loro vite cercando di impedire atti di terrorismo che contro Cuba e il suo popolo vengono portati avanti impunemente dal territorio degli Stati Uniti con la complicità delle autorità.

Non ci credete? Vi sembra esagerato?

Per favore, leggete i documenti. Il grande pubblico non lo fa perché lo hanno abituato a dipendere dai “media” che presumibilmente devono fare il lavoro di disseminare l’informazione. Ma i “media” non lo fanno, anzi fanno esattamente il contrario. Nascondono gelosamente l’informazione che posseggono.

Eppure, tutto è scritto a chiare lettere. Nel sito ufficiale del Governo degli Stati Uniti contro Gerardo Hernández Nordelo e altri.

Ci sono i documenti e gli altri allegati del caso dei nostri Cinque compagni. C’è l’accusa iniziale, le delibere del tribunale, le testimonianze dei testimoni, le prove presentate, le considerazioni finali di pubblici ministeri e di avvocati difensori, le assurde sentenze imposte agli accusati e l’interminabile e frustrante successione di appelli.

Lungo tutto questo processo, il Governo ha riconosciuto di aver agito contro i Cinque per proteggere i gruppi terroristi le cui azioni loro cercavano di evitare. Per favore, leggete i documenti. E’ stato il processo più lungo nella storia degli Stati Uniti ma non se ne occupa nessuna pubblicazione nazionale di quel paese. Sono sfilati davanti al tribunale noti terroristi che si sono vantati delle loro malefatte, si sono presentati a testimoniare Generali e Ammiragli e alti funzionari della Casa Bianca, ma le catene nazionali di televisione non gli hanno concesso un secondo delle loro trasmissioni. Oltre il sud della Florida si è imposto un impenetrabile silenzio.

Ma a Miami è stato esattamente al contrario. Giorno e notte la radio, la televisione e la stampa scritta non hanno rallentato una campagna di calunnie contro i Cinque e di minacce ai loro difensori e ai giurati. I “giornalisti” locali, con videocamere e microfoni, li hanno assediati e inseguiti nei corridoi del palazzo di Giustizia e fuori. I membri della Giuria hanno dichiarato di sentirsi intimoriti tanto che la giudice ha pregato il Governo di evitare quegli eccessi. Lo ha richiesto varie volte dall’inizio del processo fino alla sua conclusione sette mesi dopo. Ovviamente, le sue preghiere non sono state ascoltate.

Quello che allora non sapeva nessuno era che quei “giornalisti” di Miami erano pagati dal Governo con succose voci del bilancio federale. Si è saputo, nel 2006 quando è stata pubblicata una lista di “professionisti” e le date in cui avevano ricevuto la paga. Tutti i provocatori che, portando le credenziali della Stampa assediavano i membri della Giuria, tutti quelli che avevano inondato Miami con l’odio e la menzogna, erano e sono, in realtà, salariati ufficiali.

Questa scoperta è un’ulteriore prova della grave prevaricazione commessa dalle autorità nordamericane nel caso dei nostri Cinque compatrioti. Una prevaricazione che continua anche oggi. Il governo nordamericano continua a rifiutare di rendere pubblici i contratti sottoscritti con i citati “giornalisti” e altri dati importanti che getterebbero una nuova luce sulla terribile ingiustizia di cui sono vittime i nostri compatrioti.

La Pubblica Accusa li ha presentati come dei terribili nemici il cui proposito era niente di meno che quello di “distruggere gli Stati Uniti”. Lo hanno affermato i Pubblici Ministeri più di una volta fino alla conclusione del giudizio. Lo hanno ripetuto giorno e notte, per sette mesi, i “giornalisti” pagati e diretti dagli accusatori.

Dopo dieci anni di ardenti battaglie, la Corte d’Appello di Atlanta, unanimemente, ha deciso due anni fa che in quel caso nulla aveva messo in pericolo la sicurezza nazionale degli Stati Uniti.

La Pubblica Accusa li ha accusati di essere delle pericolose “spie” e il suo coro mediatico si è fatto eco di questa menzogna con tanta disciplina che ancora lo vanno ripetendo. La Corte d’Appello, tuttavia, ha determinato che nessuno dei Cinque aveva avuto relazione con informazioni segrete, che non c’era stato nessuno spionaggio in questo caso e per questa ragione ha annullato le pene imposte per questo delitto inventato e ha ordinato che tre degli accusati fossero risentenziati.

La Corte d’Appello, pur riconoscendo che era ammissibile annullare la sentenza imposta a Gerardo per la stessa falsa accusa di spionaggio, ha deciso di escluderlo dal processo di revisione della sentenza adducendo che contro di lui esiste un’altra condanna all’ergastolo con l’accusa infame di “cospirazione per commettere omicidio di primo grado”. Hanno dimenticato i giudici che a maggio 2001 la Pubblica Accusa, con un passo che ammetteva essere senza precedenti, aveva riconosciuto davanti a quella stessa Corte il suo fallimento nel cercare di provare l’accusa e aveva sollecitato all’ultimo momento di ritirarla. In quella circostanza, solo alcuni giurati, vittime del terrore, hanno potuto dichiarare Gerardo colpevole di un crimine che non esiste e per il quale un sistema profondamente ingiusto impone l’esagerata pena di due ergastoli più 15 anni.

Riassumendo, i nostri Cinque compatrioti stanno ormai per compiere dodici anni di prigione per due presunti delitti che non sussistevano per la Corte d’Appello e per lo stesso governo federale. Per questi “crimini” prefabbricati, i Cinque sono restati in prigione per un tempo che ha ecceduto quello toccato a individui che sono stati riconosciuti colpevoli, nello stesso periodo, di trasgressioni incomparabilmente più gravi come quella di spionaggio reale e in grande scala.

Frattanto, i noti terroristi contro i quali lottavano i Cinque, godono di libertà con la protezione delle autorità nordamericane. Questo è il caso di Luis Posada Carriles, ricercato dalla giustizia venezuelana per aver distrutto in pieno volo un aereo civile e assassinato a sangue freddo 73 persone che erano a bordo dell’apparecchio. Gli Stati Uniti fanno parte del Patto di Montreal per la Protezione dell’Aviazione Civile che stabilisce chiaramente che lo stato in cui si trova un accusato di questo tipo di delitto hanno solo due possibilità. Concedere l’estradizione verso il paese che ne faccia richiesta o processarlo per quel delitto come se fosse accaduto nel luogo in cui si trova “senza nessuna eccezione”. IL Venezuela ha richiesto formalmente l’estradizione di Posada da più di cinque anni. Washington non ha risposto alla richiesta e non ha fatto assolutamente nulla per processarlo per questo crimine o per qualcuno degli altri delitti che lo stesso Posada si è preso la briga di descrivere nel suo libro di memorie e nell’intervista in prima pagina del New York Times. Lo si vede sorridente davanti alle telecamere alla testa di marce anticubane a Miami e mentre proferisce minacce bellicose.

Neanche il Presidente Obama ha risposto alla lettera che a dicembre del 2008 gli ha scritto l’allora Governatore di Portorico, nella quale rispettosamente gli chiedeva di dare istruzioni alla FBI per consegnare ai tribunali le prove nascoste per tre decenni degli omicidi di Santiago Mari Pesquera e Carlos Muñiz Varela. Le persone implicate in quel crimine camminano liberamente con Posada per le strade di Miami.

I nostri Cinque compatrioti sono innocenti, prima di tutto perché l’unica cosa che hanno fatto è stata cercare di scoprire, per evitarle, le azioni criminali che contro Cuba e il suo popolo vengono portate avanti dagli Stati Uniti con scandalosa impunità. Nessuno può negare che quelle azioni sono state compiute durante molti anni. Nessuno può ignorare neanche il diritto, la necessità di difesa di noi cubani.

L’ingiustizia contro i nostri Cinque compatrioti continuerà finché sarà impedito al popolo nordamericano di sapere la verità. Se la conoscesse, quel popolo obbligherebbe il Presidente Obama a fare quello che deve fare: ritirare le accuse e liberare immediatamente i Cinque, tutti e ciascuno di loro. Senza nessuna eccezione.

Ma i presunti mezzi di comunicazione impongono il silenzio.

Perché quei mezzi poco hanno a che vedere con l’informazione. In realtà sono strumenti di controllo ideologico al servizio dell’Impero.

Noi cubani abbiamo vissuto per mezzo secolo avendone la prova. E anche questo consta per iscritto in documenti ufficiali nordamericani parzialmente declassificati da non molto tempo. Già nel 1959 l’Amministrazione Eisenhower oltre a dare inizio alla guerra economica e alle azioni terroriste contro Cuba, si è dedicata a”fabbricare opposizioni” nel paese e a promuoverle con “una poderosa offensiva di propaganda”. E’ stato così per più di cinquanta anni. Per favore, leggete i documenti.

Recentemente abbiamo assistito a un’intensificazione della campagna mediatica contro Cuba. L’hanno scatenata manipolando volgarmente la disgraziata morte di un prigioniero comune che aveva deciso di intraprendere uno sciopero della fame. Quella persona è stata trasferita in ospedale dove è stato fatto il possibile per cercare di salvargli la vita. Lo ha fatto l’unico popolo del pianeta che sopporta un blocco economico genocida che gli impedisce di acquistare molti farmaci e attrezzature sanitarie e che deve pagare cifre pesanti. Lo ha fatto un paese che, nonostante ciò, garantisce a tutti e a tutte, senza eccezione, l’assistenza medica gratuita. Niente di simile a quello che esiste nella maggior parte dei paesi da dove si profferiscono critiche contro Cuba, critiche che, mi dispiace dirlo, sono grossolane e ciniche.

Dove stavano coloro che ci censurano quando è cominciato lo sciopero studentesco a Portorico più di cinque settimane fa? Cosa hanno detto quando le autorità hanno assediato il recinto universitario e hanno soppresso i servizi di elettricità e di acqua? Hanno forse protestato quando la polizia ha maltrattato con violenza coloro che hanno cercato di portare cibo, acqua e medicine?

Quei ragazzi non hanno deciso un digiuno volontario in cerca di pubblicità. A loro viene imposto a forza. E i media tacciono vergognosamente.

Questa mattina è stata seppellita Natalia Sánchez López, un nome completamente ignorato fuori da Portorico. Lo ripeto con la speranza che mi stiano ascoltando dei rappresentanti dei media: Natalia Sánchez López. Magari prenderanno il coraggio di informare su questa donna di 21 anni che, dopo tutto ormai non può più protestare.

Natalia partecipava allo sciopero dell’Università di Mayagüez. Quel 24 maggio gli studenti erano stipati in un edificio caldo, con una sola porta, assediati dalla polizia che impediva l’accesso di acqua e cibo. La ragazza è svenuta, è stata portata in ospedale dove è morta il giorno dopo.

Ieri i suoi compagni hanno sfilato per le strade di San Juan in una impressionante manifestazione che ha ricevuto l’appoggio incondizionato del popolo. Gridavano con forza: “Siamo studenti, non siamo criminali”.

Lo stavano proclamando da 36 giorni in tutti e undici i recinti dell’Università di Portorico. Ma né il Parlamento Europeo, né i facili demagoghi, né i media a servizio dell’Impero hanno battuto ciglio.

Quante volte dovrà morire Natalia? Chi altri pensano di uccidere?

Voglio ripetere, a nome dell’Assemblea Nazionale del Poder Popular la nostra più decisa e completa solidarietà con la gioventù e con il popolo di Portorico che conducono questa bella battaglia per la libertà e la cultura. Loro ci fanno essere ottimisti rispetto al futuro. Verrà un giorno in cui Giustizia e Diritto non saranno solo nobili parole.

La Habana, 28.5.2010

Madrid, i pompieri protestano in Borsa: Esposti striscioni contro i tagli alla spesa pubblica

MADRID – Arrivano i pompieri contro i (presunti) piromani della crisi economica. Scena surreale alla Borsa di Madrid, dove uno strabiliato sorvegliante è stato quasi travolto da una pattuglia di vigili del fuoco in assetto da combattimento (contro le invisibili fiamme). L’usciere ha tentato senza successo di arginare l’ingresso dei pompieri – sorridenti, ma professionalmente poco inclini a perdersi in chiacchiere – nell’austero recinto finanziario, dove nessuno aveva gridato «al fuoco!». La (relativa) tranquillità di un’ordinaria giornata di perdite per l’Ibex è stata brevemente interrotta dall’irruzione. I pompieri hanno amabilmente sfondato la barriera dei vigilantes e dispiegato gli striscioni che avevano preparato: «Il mercato provoca la crisi», si poteva leggere, e «Il cittadino paga per la vostra avarizia».

APPOGGIO POPOLARE – L’assalto è stato puramente simbolico, ma è soltanto un’altra manifestazione del malessere che vive uno dei corpi di sicurezza più amati dai cittadini. I tagli alla spesa pubblica non hanno risparmiato i «bomberos», che non si stancano di segnalare i rischi legati alla riduzione dell’organico (chi va in pensione non viene sostituito e l’ultimo bando di concorso risale al 2003). Oltre alla visita alla Borsa, i pompieri hanno studiato altri modi per attirare l’attenzione pubblica: nelle 14 caserme di Madrid i camion e le autopompe sono stati ridipinti con bellicosi graffiti contro la presidente della Comunità, Esperanza Aguirre, e con le cifre della penuria di personale Secondo i sindacati mancano almeno 120 uomini, sui 1.100 in servizio, per poter controllare adeguatamente la provincia. Le proteste dei vigili del fuoco e, in particolare l’incursione alla Borsa di Madrid, hanno raccolto l’appoggio popolare con commenti, quasi tutti favorevoli, nei blog e nelle pagine web dei quotidiani.

http://www.corriere.it/esteri/10_giugno_…aabe.shtml

Venezuela diminuisce la disoccupazione a dispetto della crisi mondiale

Caracas, 26 mag (Prensa Latina) A dispetto della crisi mondiale, Venezuela spera di diminuire fino al 7% il suo tasso di disoccupazione per la fine dell’anno, dopo la riduzione del 0,5% in aprile, a paragone del mese anteriore. Secondo il presidente dell’Istituto Nazionale di Statistica, Elias Eljuri, il prevedibile recupero dell’economia nel secondo semestre propizierà la riduzione di questo tasso, attualmente all’8,2 %.
Ha commentato che le politiche di protezione sociale propiziano che la disoccupazione si mantenga in ranghi accettabili e con una tendenza decrescente, a dispetto delle sequele di un contesto mondiale avverso.
Eljuri ha ricordato che un decennio fa, quando Hugo Chavez ha assunto la presidenza, questo indicatore era del 14,6%, in seguito allo sciopero petroliero è arrivato al 19% e da allora ha sperimentato una diminuzione sostenuta.
“Nel mese di aprile la forza di lavoro si è incrementata di 176 mila persone, benché rispetto all’anno anteriore ci sia stata una leggera diminuzione”, ha aggiunto.
Intanto, l’impiego formale è cresciuto dal 49% nel 1999 al 57%, e l’informalità in questo ambito si è abbassata dal 50 a circa il 42%.
Sulla riduzione del Prodotto Interno Lordo (5,8% nel primo trimestre), il presidente dell’Istituto Nazionale di Statistica ha sottolineato che nonostante questa contrazione il governo ha mantenuto i programmi sociali.
Ha precisato che negli ultimi 10 anni l’investimento sociale è giunto ai 330 miliardi di dollari, cinque volte più grande di quello del decennio precedente.

http://pl-it.prensa-latina.cu/index.php?option=com_content&task=view&id=25044

VIA I SOLDATI ITALIANI DALL’AFGHANISTAN! L’ITALIA SI RITIRI DA QUESTA GUERRA IMPERIALISTA!

Cordoglio ai familiari dei soldati italiani rimasti uccisi oggi in Afghanistan, ai familiari delle migliaia di civili innocenti rimasti uccisi dalle bombe dell’ISAF, ai familiari di tutti i caduti in questa sporca guerra.

La coalizione internazionale, guidata dagli USA, che sta combattendo contro gli avversari in armi dell’attuale governo afgano, non lo fa per difendere una presunta “democrazia”, ma per tutelare interessi geo-politici ed economici ben precisi.
Quanto l’attuale governo sia democratico lo abbiamo visto recentemente con il rapimento dei volontari di Emergency da parte dei servizi segreti afgani. In realtà, nel paese asiatico, si stanno confrontando fazioni senza scrupoli e senza principi, il cui unico scopo è il potere.

Il popolo afghano deve essere l’artefice del proprio destino e le forze armate italiane devono difendere i confini ed il territorio del nostro paese e non “interessi nazionali” che sono in realtà gli interessi dei grandi potentati economici e geo-politici. Anche se viene chiamata missione di pace questa è una guerra e gli italiani stanno combattendo su un suolo straniero. Come recita la Costituzione, l’Italia ripudia la guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali. Quindi l’Italia deve ritirare subito le sue truppe dall’Afghanistan!

Il 27 aprile 1978, un’insurrezione civile-militare instaurò la Repubblica Democratica Afghana, guidata dal PDPA (un partito di ispirazione comunista). Il nuovo regime iniziò una radicale riforma agraria, che colpì gli interessi dei signori feudali, che mantenevano i contadini in stato di schiavitù. Le donne acquisirono di colpo diritti fino ad allora inimmaginabili e nelle scuole bambini e bambine iniziarono a studiare nelle stesse aule.
Tutto ciò era insopportabile per un’oligarchia feudale che considerava le donne meno di zero e che non era disposta a nessuna modernizzazione democratica del paese. Fu questa oligarchia che iniziò la guerriglia contro il nuovo potere, prima dell’invasione sovietica di fine 1979.L’allora URSS, intervenendo militarmente per soffocare la guerriglia e per porre fine alle lotte fratricide all’interno del PDPA, cadde nella trappola tesagli dagli USA, che volevano far impantanare l’Unione Sovietica in un suo Vietnam. E così fu.

Stati Uniti e Pakistan formarono ideologicamente guerriglieri antisovietici sulla base dell’integralismo islamico e gli attuali taleban, come lo stesso Bin Laden, sono stati creati da quello stesso “apprendista stregone” (nordamericano) che poi se li è visti rivoltare contro.

L’ultimo presidente afgano laico, Najibullah, propose un accordo di pacificazione nazionale che venne respinto e, quando i guerriglieri islamici andarono al potere, iniziarono subito a farsi la guerra fra di loro.
L’Occidente giocò allora la carta dei Taleban, che sono un movimento su base ideologico-religiosa ma non su base tribale e li sostenne al potere dal 1996 al 2001. Ma poi venne l’11 settembre… e anche i Taleban diventarono “terroristi”.

Il conflitto in Afghanistan non è un conflitto tra il “bene” ed il “male”. Gli afghani vengono spinti a massacrarsi l’un l’altro non in nome di Allah, ma di un altro Dio, che si chiama Dio denaro. Un denaro che non va certamente nelle loro tasche, ma in quelle di chi è guidato dal principio che “finchè c’è guerra c’è speranza”.

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GRECIA: COSA STA SUCCEDENDO?

Una raccolta di articoli ed interviste per comprendere ciò che sta accadendo in Grecia, ma soprattutto per conoscere la risposta del popolo greco a questa crisi.


Le proproste del KKE (Partito Comunista) per uscire dalla crisi

Emiliano Brancaccio (economista): “La Germania è la vera colpevole, ora decida se vuole un’altra crisi”

Grecia: cresce il consenso al Partito Comunista (KKE) in prima linea contro le manovre antipopolari

La Grecia si ribella al piano di austerità

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SPECIALE CINA: UN PAESE IN TRANSIZIONE.

La Cina, nonostante sia la potenza economica e geopolitica emergente che segnerà gli equilibri mondiali futuri, è ancora un paese sconosciuto, sotto molti punti di vista. Soprattutto in Italia, dove luoghi comuni e leggende metropolitane si mischiano creando “grande confusione sotto il cielo”, mandando nel caos anche certa “sinistra antagonista” nostrana. La natura di questi luoghi comuni riguarda varie tematiche: economiche, politiche, sociali, ambientali.

Una su tutte però è da comprendere, in quanto su di essa è strutturata la società cinese, con tutte le sue complessità: qualla economico-sociale. Capire la natura economico-sociale della Cina attuale può indicarci perchè nel tempo della crisi economica globale, che è crisi del capitalismo e non di un “liberismo senza regole”, la Repubblica Popolare è ben avviata sulla strada dello sviluppo.

Se vi interessa realmente conoscere questo enorme paese, in transizione verso “la società armoniosa”, vi consigliamo questi link:

Il Partito Comunista Cinese: tra apertura, riforme e marxismo

La Cina attuale: il “Socialismo di Mercato”

Cina e Tibet: smascheriamo le menzogne!

Sfatiamo un mito: in Cina si lavora 40 ore alla settimana e gli straordinari sono ben retribuiti…

Cina e Africa: una relazione alla pari.

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CUBA: UN POPOLO CHE RESISTE TRA MILLE DIFFICOLTA’

Sono passati 51 anni da quel 1959 e il popolo cubano, assieme al PCC, continua a resistere contro blocchi economici, menzogne paramasiose (esuli a Miami) e terrorismi di ogni genere. Questo spazio vuole essere un luogo di contro-informazione, dove si cerca di ristabilire la verità che in TV e sulla grande stampa difficilmente riusciremo a vedere.

La mia Cuba, tra verità, complotti e falsi dissidenti di Gianni Minà

“Le menzogne contro Cuba”: vediamo le principali.

Terrorismo U.S.A. contro Cuba.

Unicef: “Cuba unico paese dell’America LAtina ad aver eliminato la malnutrizione infantile”.



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