La questione giovanile è il centro del problema italiano

Art. 4: La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. 

Un milione di under 35 occupati in meno dal 2010 a oggi. Nel frattempo la disoccupazione giovanile sale al 39,5%, registrando un ulteriore aumento rispetto al 2012. Basterebbero solo questi dati per porre immediatamente al centro dell’agenda del Governo quale futuro si vuole dare al nostro paese investendo primariamente sulle sue forze più dinamiche: i giovani. Ma siamo in Italia, siamo in un paese la cui classe dirigente spende due mesi di tempo per discutere della sacrosanta decadenza dal suo posto istituzionale di un evasore, mistifica la realtà declamando di essere ormai fuori dalla crisi contro ogni evidenza empirica (ma d’altronde sono i fatti ad avere torto). In un articolo sul Corriere Lucrezia Reichlin evidenziava tutte le contraddizioni di questa propaganda, da cui prendo in prestito solo qualche dato significativo: l’Italia ha oltre il 130% nel rapporto debito-Pil, in aumento rispetto a due anni fa; non è stato fatto nulla per rilanciare la competitività; il settore bancario rimane fra i più fragili d’Europa; la disoccupazione è in aumento mentre l’occupazione in calo.

Servirebbe rilanciare l’economia investendo sulle sue forze più dinamiche, invece le politiche portate avanti in questi anni vanno in tutt’altra direzione. L’aumento dell’età pensionabile e il blocco delle assunzioni nella pubblica amministrazione,unita alla continua chiusura di aziende, sta martoriando i giovani usciti da università e scuole superiori che non trovano spazi per inserirsi nel mondo del lavoro, col risultato di far lievitare la disoccupazione (sia di breve che,fatto ancora più grave, di lungo periodo), a cui bisogna aggiungere un 11% di under 25 che ha smesso di cercare lavoro.

Fra chi invece un lavoro è riuscito a trovarlo, per più della metà dei casi si tratta di un lavoro precario: in aumento dal 35,3% del 2012 al 52,9% del 2013 (dati OCSE). Un vero e proprio esercito di precari costretti nella crisi economica (di cui proprio uno degli effetti è proprio l’aumento del precariato) a essere alla continua ricerca di nuovi posti di lavoro, choosy o non choosy.

Come si può notare tutto questo non è frutto del caso o di fatalità imprevedibile, ma è l’esito di politiche precise che hanno portato in questa situazione: difatti oggi quando si parla di lavoro mai che si apra un confronto su dei piani precisi di rilancio dell’occupazione (magari di qualità) e dello sviluppo (magari sostenibile), ma assistiamo a fronte di generiche promesse di rilancio dell’economia a un concreto smantellamento dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici, di cui l’abolizione dell’articolo 18 ne è solo l’ultimo esempio in ordine cronologico. Stiamo vivendo il dramma di una generazione a cui stanno smantellando il futuro, con una politica economica che non riesce a vedere più in la delle imposizioni europee e internazionali, perseguendo una prospettiva di lavoro sempre più precario con sempre meno diritti che pesano sulla produttività e il bilancio aziendale,come la democrazia sul luogo di lavoro e la maternità. Oggi per tutti i giovani che finiscono il percorso studi il diritto al lavoro come elemento di garanzia per la libertà politica e sociale è sempre più una chimera, un diritto scritto nero su bianco ma cancellato di fatto dalla realtà che essi vivono.

 

Art. 34: la scuola è aperta a tutti.

I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso.

I proclami del Governo sulla “rinascita della scuola e università pubblica”, con un finanziamento di 400 milioni a fronte dei 10 miliardi di tagli negli ultimi anni, sembrano frutto di un’ironia di cattivo gusto. Da anni gli studenti e le studentesse di tutta Italia denunciano una situazione scolastica non più tollerabile: a una scuola ancora ferma nei suoi programmi e nella sua impostazione alla riforma Gentile, si sono sommati i continui tagli degli ultimi anni portati avanti assieme al progetto di privatizzare l’intero comparto della formazione, di fatto permettendo ai privati e non agli studenti di poter decidere su programmi e destinazione delle risorse.

Manca oggi una legge nazionale quadro per il diritto allo studio e adeguati finanziamenti, situazione che fa si che ad esempio in Lombardia i fondi per garantirlo vengono spesi tramite la Dote Scuola per finanziare indirettamente le scuole private mentre nella stessa Regione saltano a causa della mancata copertura finanziaria 2000 borse di studio.

Il progetto politico è palese: disinvestire sulla scuola pubblica continuando una politica di tagli che incide sulla qualità dell’insegnamento e degli edifici scolastici (basta dare uno sguardo ai dati sull’edilizia per rendersi conto in che condizioni oggi studiano decine di migliaia di studenti), propugnando come unica soluzione l’ingresso dei privati nella scuola. Tagliare il diritto allo studio e aumentare le rette per creare una selezione automatica, basata sul reddito, di chi potrà accedere fino ai livelli più alti della formazione, frequentando le scuole più prestigiose e costose, mentre tutti gli altri, pur essendo “meritevoli”, saranno costretti a scegliere percorsi di studi meno formativi e dequalificati.

 

Sognare l’impossibile, cambiare la realtà 

Chiaramente non è solo il mondo del lavoro e della scuola a essere sotto attacco: non mi dilungo ma bisognerebbe guardare in che direzione si stanno muovendo le politiche sulla sanità, sui servizi sociali, le politiche energetiche e di gestione del territorio, la cultura per capire che siamo in una fase di ristrutturazione delle basi politiche e sociali su cui si regge il nostro Paese e quel poco di welfare state che rimane. Scuola e precariato però a mio avviso rappresentano plasticamente anche nelle loro connessioni la direzione dove questa classe politica e i poteri che vi sono dietro ci sta portando: un futuro in cui la mobilità sociale e le possibilità di emancipazione saranno profondamente limitate, in cui non il tanto vituperato merito formerà le classi dirigenti ma il reddito e la classe sociale familiare, in cui i diritti elementari rischiano di venire negati a milioni di persone.

Futuro in fase di sperimentazioni su chi oggi è giovane studente o lavoratore. Non si spiega l’importanza della questione generazionale, e la non volontà politica di chi governa di darne una soluzione (anzi continua ad aggravarla), se non inquadrandola in questa cornice.

Sulla pelle di questa generazione si sta giocando la partita di come oggi vogliono impostare il futuro da qui ai prossimi 50 anni, con un dato drammatico: oggi non esiste in Italia una forza politica e sociale in grado di contrapporsi a tutto questo, che sappia proporre un progetto credibile, autorevole ed con un’ambizione egemonica. Davanti a una sfida di questa portata ci arriviamo impreparati a causa di limiti sia oggettivi ma soprattutto soggettivi. La sinistra italiana divisa in mille rivoli autoreferenziali non è in grado oggi di dare risposte ai problemi immediati dei propri referenti sociali, men che meno di delineare una prospettiva: è oggettivo che oggi nessuno ha la capacità politica ed organizzativa non per vincere la partita che abbiamo davanti, ma almeno per provare a giocarla.

Per farlo è ormai necessario ricominciare a tessere un percorso fra soggetti diversi per mettere in campo un nuovo progetto politico, non minoritario e settario ma nemmeno subalterno ad altri, capace di essere aggregativo e rappresentato da una dirigenza nuova che segni anche fisicamente un cambio di passo rispetto al recente passato. I risultati conseguiti nella sola Europa dove questo è stato fatto sono li a dimostrare come questa strada possa portare a risultati importanti.

Dobbiamo ripartire dall’ambizione di voler cambiare questa realtà, con l’intelligenza di chi capisce i propri limiti e si attrezza per superarli. Incominciamo un percorso a partire da un programma minimo su cui siamo d’accordo: eliminazione del precariato e ripristino dell’articolo 18, investire nella scuola pubblica e rinnovarla per costruire la nostra idea di democrazia e di cittadinanza, uscire da questa crisi con un modello di sviluppo sostenibile sia dal punto di vista sociale che ambientale, ampliare i diritti. Se su questi temi e su altri, che non cito per brevità, c’è un’ampia condivisione e convergenza allora il nostro compito storico è capire come ricostruire un luogo ampio di discussione e di azione politica.

Per questo credo che la manifestazione del 12 ottobre sia fondamentale non solo per difendere la nostra Costituzione dagli attacchi sia nazionali che internazionali che sta subendo, ma perchè da quel luogo condiviso dai soggetti che vi aderiscono possiamo ripartire per ricominciare a tessere il filo di un progetto politico che abbia la capacità di bloccare il disegno reazionario che vogliono imporci, che abbia l’ambizione di modificare la realtà odierna per cambiare il futuro.

I\le Giovani Comunisti\e devono essere interni\e a questo processo, provando a giocare un ruolo di primo piano: dobbiamo avere la capacità, assieme con le altre realtà giovanili, di mettere in campo una proposta condivisa per il rinnovamento della sinistra, di ricercare un percorso per ricominciare nella società ad avere la credibilità, l’autorevolezza e la massa critica per creare un forte movimento generazionale che a partire da quanto scritto sopra rimetta in discussione il futuro che vogliono farci credere già scritto.

La strada che vogliamo percorrere sappiamo che non sarà ne breve ne facile, ma abbiamo l’arroganza di credere che oggi da noi come giovani e come Giovani Comunisti\e può arrivare quella spinta per liberare energie nuove, per ricreare un progetto politico di sinistra al passo con i tempi, che sappia immaginare una società nuova. E’ ora di un nuovo assalto al cielo.

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