14 novembre: dallo sciopero generale alla Sinistra unita

da reblab.it, di Simone Oggionni, portavoce nazionale Giovani Comunisti

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Si è soliti, a sinistra, sprecare giudizi e aggettivi iperbolici. Ogni due mesi ci troviamo di fronte ad una “fase completamente nuova” e ogni tre mesi ad un evento dopo il quale “nulla sarà più come prima”.

Non sarà il big bang, ma quella di oggi è stata senz’altro – al di là di ogni retorica – una giornata molto importante.

Dietro l’impulso dei sindacati portoghesi, della Cgt spagnola e della Confederazione dei sindacati europei (la Ces), tutti i Paesi del Sud Europa (Portogallo, Spagna, Grecia, Italia, Cipro e Malta) sono stati teatro di grandi manifestazioni e di grandi scioperi generali.

Centinaia di cortei e di iniziative ed un’unica piattaforma di contestazione delle politiche di austerità imposte dall’Unione Europea e dai governi nazionali.

Cosa ci suggerisce questa giornata? Alcune cose essenziali.

La prima è che la dimensione della lotta e della critica al disegno di ristrutturazione neo-liberista deve essere la dimensione europea. Non esistono scorciatoie o vie di fuga nazionali e noi dobbiamo fare lo sforzo di collocare le nostre riflessioni sempre all’altezza del quadro europeo, proponendo soluzioni alla crisi che vadano nella direzione di una riforma democratica delle istituzioni europee (riforma degli organismi, sovranità dei popoli europei, una Costituente che dia vita ad un Parlamento europeo con un potere legislativo effettivo) sulla cui base mettere in campo politiche redistributive e di giustizia sociale (superamento del dogma del pareggio di bilancio, piano europeo per lo sviluppo e l’occupazione, reddito sociale e salario minimo europeo).

La seconda è che un’inversione di tendenza radicale nelle politiche europee ha possibilità di essere soltanto nella misura in cui si attiva una conflittualità e una capacità di mobilitazione imperniata su di un nuovo blocco sociale che unifichi le soggettività tradizionalmente legate al lavoro e al movimento operaio con le nuove forme di sfruttamento materiale e intellettuale (la generazione del precariato, il mondo in formazione e della ricerca, i segmenti più attivi della cultura critica e dei movimenti anticapitalisti, i migranti). Non c’è politica alternativa senza conflitto dal basso e non c’è conflitto dal basso efficace senza l’unità della miriade di figure sociali oggi segmentate, divise, parcellizzate e spesso poste in competizione una con l’altra.

Il terzo messaggio che arriva dalla giornata di oggi parla all’Italia e interroga direttamente le strutture organizzate della sinistra politica, in primo luogo i partiti. O c’è uno scatto e un salto di qualità nei prossimi mesi oppure questa conflittualità rimarrà del tutto priva di efficacia. Oggi in quasi tutti i Paesi del Continente esistono coalizioni o soggettività politiche unitarie e plurali di alternativa in grado di rappresentare il conflitto sociale e di sfidare la sinistra moderata e la socialdemocrazia sul terreno della proposta di governo. In grado di sfidare sui contenuti la socialdemocrazia e di competere con essa, rappresentando un’alternativa convincente e credibile per milioni di lavoratori.

In Italia questa realtà banalissima non c’è. Ci sono forze (come Sel) che per le scelte compiute in questi anni e soprattutto negli ultimi mesi sono state risucchiate nel vortice del centro-sinistra e quindi delle compatibilità imposte dall’Ue (pareggio di bilancio, rigore nei conti e quindi politiche recessive vita natural durante) e altre forze (come il nostro partito) che pur in una scelta di campo netta e sacrosanta non sono state in grado di costruire intorno a sé una massa critica tale da fare percepire come utile, reale e credibile la propria proposta politica.

Continuo a ritenere la separazione in due campi di queste forze la vera sciagura della sinistra italiana.

Abbiamo davanti a noi, allora, un compito contingente e una sfida strategica.

Il compito contingente è quello indicato nei documenti votati dalla Direzione Nazionale del Prc nei giorni scorsi: dobbiamo costruire uno schieramento o una lista della sinistra che raccolga il maggior numero delle forze e delle soggettività che hanno dato vita in questi mesi all’opposizione politica e sociale al governo Monti.

Una lista ovviamente alternativa al Partito democratico e che abbia una consistenza tale da superare gli sbarramenti elettorali che verranno imposti e quindi tale da rappresentare anche nelle istituzioni nazionali le istanze di alternativa.

Ma la sfida strategica (anche a questo vogliono dare un contributo i Giovani Comunisti) è dare una risposta ai milioni di lavoratori che hanno aderito allo sciopero del 14 novembre e che vorrebbero al loro fianco una forza politica di sinistra che non li tradisse una volta al governo ma che al contempo non si riducesse a testimoniare una contestazione sterile senza prospettive. Da questo punto di vista chi parla di “nuovo soggetto politico” ha completamente ragione. Nuovo: non soltanto perché più grande e più forte di quelli che ora esistono. Ma anche perché promosso, attraversato, partecipato, prodotto da chi fino ad oggi è rimasto ai margini ad osservare (e subire) gli errori della vecchia politica. Un nuovo progetto per una nuova generazione. Volti, storie, vite di ragazze e ragazzi che fanno politica per passione e perché così non si riesce più ad andare avanti. O ci diamo una mossa o queste vite non (ci) aspetteranno più.

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