Articolo 18, la protesta non si ferma

Si moltiplicano le iniziative di mobilitazione contro le modifiche all’articolo 18 approvate dal governo la scorsa settimana. Iniziative spontanee oppure organizzate dal sindacato, radicate nei territori, dal nord al sud, e sempre numerose. Oggi (26 marzo) a Foggia si sono fermati i lavoratori della Barilla. Per due ore i dipendenti (col 100% di adesione) del pastificio hanno incrociato le braccia “contro gli attacchi all’articolo 18”, e con la partecipazione “anche di lavoratori iscritti ad altri sindacati o non sindacalizzati”, come informa la Flai Cgil locale. Per il sindacato del settore “è la dimostrazione che i lavoratori sono ben consapevoli della gravità delle modifiche all’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, che rischiano di determinare uno tsunami occupazionale. Riteniamo che sia il governo italiano sia le forze politiche presenti in Parlamento debbano tenere in debita considerazione questi segnali che arrivano, giorno dopo giorno, dai posti di lavoro in tutta Italia”.

Anche nelle Marche proseguono gli scioperi spontanei nelle fabbriche. All’Ariston di Genga (Fabriano) oggi si è tenuto uno sciopero unitario nelle ultime due ore del turno, mentre il 23 marzo, per due ore, avevano scioperato i lavoratori dell’Indesit di Albacina (Fabriano). Invece il giorno prima, il 22, era toccato alla Scavolini di Pesaro.

Iniziative anche a Cagliari. Il 22 si sono tenute due ore di sciopero nell’area industriale di Sarroch, promosse dalla Fiom, con una larghissima adesione anche di tutti i settori produttivi. La Cgil locale ha deciso di avviare “una capillare campagna di assemblee nei luoghi di lavoro – annuncia Nicola Marongiu, segretario della Camera del lavoro – senza però tralasciare il territorio e il rapporto con la cittadinanza, per il duplice obiettivo di rendere evidente la protesta e alla ricerca di alleanze vaste a sostegno delle nostre iniziative”. Il 23 si sono tenute le assemblee in diversi call-center: ENERGIT, COMDATA, TISCALI e nei prossimi giorni SKY e sono già in programma le assemblee per il settore dell’igiene ambientale e per il terzo settore.

Continua la mobilitazione della Camera del lavoro metropolitana di Palermo. Dal 27 marzo sono in programma una serie di iniziative e presìdi. In particolare, dal 27 al 30 marzo, Nidil Cgil (Nuove identità di lavoro, sindacato degli atipici) e Slc (sindacato lavoratori comunicazione) saranno presenti presso il call center Almaviva Contact (ore 10–13 e 15–18). Le iniziative proseguiranno nei prossimi giorni per sensibilizzare e informare i lavoratori delle conseguenze di una riforma che non prevede nulla di concreto per i lavoratori parasubordinati, neanche in materia di ammortizzatori sociali e che con la modifica dell’articolo 18 mira a togliere le garanzie ai dipendenti. Dal 29 marzo al 2 aprile il presidio si terrà presso la sede di Almaviva Contact (ex Alicos) e il 3 aprile presso Accenture outsourcing srl.

Sempre il 27 marzo si tiene uno sciopero unitario di 2 ore alla fine di ogni turno all’Oto Melara di La Spezia. Lo ha proclamato la Rsu aziendale, che esprime un giudizio negativo su alcune delle proposte avanzate dal governo in materia di mercato del lavoro. “Il Governo, in modo unilaterale e senza tener conto delle posizioni espresse dalle parti sociali, sta mettendo mano alle regole che governano i licenziamenti. Il primo ministro Monti, assieme al suo esecutivo, ha dimostrato solerzia nel rispondere alle leggi del mercato e al mondo della finanza, ma di non conoscere minimamente i problemi delle lavoratrici e dei lavoratori, tantomeno dei cittadini. Basare la riforma del mercato del lavoro solo sul licenziamento senza reintegro significa non tener conto della complessità dell’argomento e mettere in posizione di forza le aziende, che avranno mano libera su tale materia”, denunciano le Rsu di Fiom, Fim e Uilm dell’Oto Melara.

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One thought on “Articolo 18, la protesta non si ferma

  1. Mi permetto di consigliare la lettura del contributo pubblicato qualche giorno fa sul blog http://www.dirittoedemocrazia.wordpress.com

    Il “nuovo” articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.

    I licenziamenti individuali sono regolati essenzialmente dalla Legge 15 luglio 1966, n. 604 (Norme sui licenziamenti individuali) e dalla Legge 20 maggio 1970, n. 300 (Norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell’attività sindacale, nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento), il cosiddetto Statuto dei lavoratori. In estrema sintesi discorsiva, pur nella complessità della materia ma senza eccessivi tecnicismi, è forse utile un raffronto tra la disciplina oggi in vigore e le proposte di modifica elaborate dall’esecutivo guidato dal professor Monti.

    La disciplina vigente stabilisce:

    1- il licenziamento del prestatore di lavoro non può avvenire che per giusta causa o per giustificato motivo (art. 1 L. 604/1966);

    2- il licenziamento deve essere comunicato per iscritto e, anche su successiva richiesta del lavoratore, motivato, altrimenti è inefficace (art. 2 L. 604/1966);

    3- il licenziamento discriminatorio (ragioni di credo politico o fede religiosa, appartenenza a un sindacato o partecipazione ad attività sindacale) è nullo indipendentemente dalla motivazione adottata (art. 4 L. 604/1966);

    4- l’onere della prova della sussistenza della giusta causa o del giustificato motivo spetta al datore di lavoro (art. 5 L. 604/1966);

    5- il giudice, con la sentenza con cui dichiara inefficace il licenziamento senza preavviso scritto o non motivato, o annulla quello intimato senza giusta causa o giustificato motivo, ovvero ne dichiara la nullità, ordina al datore di lavoro, che occupi alla sue dipendenze più di quindici dipendenti, di reintegrare il lavoratore nel posto di lavoro; al lavoratore è data facoltà di chiedere, in sostituzione della reintegrazione, una indennità pari a 15 mensilità della retribuzione, fermo restando il diritto al risarcimento del danno in misura non inferiore a 5 mensilità (art. 18 Statuto lavoratori).

    Il disegno di legge recante disposizioni in materia di riforma del mercato del lavoro in una prospettiva di crescita, presentato dal Governo al Senato della Repubblica giovedì 5 aprile 2012, prevede:

    1- all’art. 13, comma 1 (che sostituisce il comma 2 dell’art. 2 della L. 604/1966), che la comunicazione del licenziamento, anche senza richiesta del lavoratore, deve sempre contenere la specificazione dei motivi che lo hanno determinato;

    2- all’art. 14, comma 1, lettera b) (che sostituisce i commi da 1 a 6 dello Statuto, i quali diventano ora commi da 1 a 10):

    a) il giudice, con la sentenza con cui dichiara la nullità del licenziamento perché discriminatorio o riconducibile comunque ad altri casi di nullità o determinato da motivo illecito, ordina al datore di lavoro la reintegrazione del lavoratore, a prescindere dalla motivazione adottata e dal numero dei dipendenti occupati (comma 1);

    b) accertata la nullità, il giudice condanna altresì il datore di lavoro al risarcimento del danno in misura non inferiore a 5 mensilità (comma 2);

    c) il lavoratore può chiedere, in sostituzione della reintegrazione, una indennità pari a 15 mensilità, sempre fermo restando il diritto al risarcimento del danno (comma 3);

    d) il giudice, se accerta che non ricorrono gli estremi del giustificato motivo soggettivo o della giusta causa (cosiddetto licenziamento disciplinare), per insussistenza dei fatti contestati o perché il fatto rientra tra le condotte punibili con misure comunque conservative del posto di lavoro, annulla il licenziamento e condanna il datore di lavoro alla reintegrazione e al pagamento di una indennità risarcitoria non superiore a 12 mensilità (comma 4);

    e) il giudice, nelle altre ipotesi in cui accerta la non ricorrenza di giustificato motivo soggettivo o di giusta causa, dichiara risolto il rapporto di lavoro e condanna il datore di lavoro al pagamento di una indennità risarcitoria onnicomprensiva determinata tra un minimo di 12 e un massimo di 24 mensilità (comma 5);

    f) nell’ipotesi di licenziamento inefficace per difetto di motivazione, o per altre ragioni, si applica il regime di cui al precedente comma 5, ma con attribuzione di una indennità determinata tra un minimo di 6 e un massimo di 12 mensilità, a meno che il giudice (testuale, nel disegno di legge) ” sulla base della domanda del lavoratore, accerti che vi è anche un difetto di giustificazione del licenziamento, nel qual caso applica, in luogo di quelle previste dal presente comma, le tutele di cui ai commi quarto, quinto o sesto ” (comma 6);

    g) il giudice applica la disciplina di cui al comma 4 (reintegrazione e indennità) anche nelle ipotesi di difetto di giustificazione del licenziamento per motivo oggettivo consistente nella inidoneità fisica o psichica del lavoratore e di licenziamento intimato in violazione delle regole conservative del posto di lavoro, in caso di infortunio, malattia, gravidanza e puerperio. Lo stesso giudice può applicare la medesima disciplina se accerta la manifesta insussistenza del fatto posto a base del licenziamento per giustificato motivo oggettivo (cosiddetto licenziamento per motivo economico); nelle altre ipotesi, invece, può solo dichiarare risolto il rapporto e prevedere una indennità risarcitoria. ” Qualora, nel corso del giudizio, sulla base della domanda formulata dal lavoratore, il licenziamento risulti determinato da ragioni discriminatorie o disciplinari, trovano applicazione le relative tutele previste dal presente articolo. ” (testuale nel disegno di legge, comma 7);

    h) le disposizioni dei commi da 4 a 7 si applicano soltanto nei confronti dei datori di lavoro che occupano più di quindici dipendenti (comma 8).

    A questo punto si impongono alcune osservazioni, siano pur di carattere generale.

    Sul piano della tecnica legislativa, è innegabile un certo decadimento del prodotto: la tortuosità declamatoria del testo di modifica spicca con evidenza in confronto alla semplice linearità della normativa vigente. Vi è anche un piccolo errore veniale, che verosimilmente sarà rilevato e corretto in sede di esame parlamentare: il comma 6 dell’art. 14 prevede che il giudice, in alternativa alle tutele ivi previste, possa applicare quelle indicate ai commi 4, 5 e 6 (!!), ossia previste dallo stesso comma 6.

    Guardando alla sostanza delle cose, il disegno di legge implicherebbe un complessivo, e notevole, affievolimento delle tutele apprestate a favore del lavoratore, pur considerando l’ampliamento della teorica possibilità di reintegrazione nel posto di lavoro (anche nelle aziende con meno di quindici dipendenti, nel caso di licenziamento discriminatorio, o comunque nullo o determinato da motivo illecito). Il punto più critico, difatti, è costituito proprio dal comma 6 del nuovo art. 18 dello Statuto, previsto dal Disegno di legge. E’ facile prevedere che al datore di lavoro (il quale intenda privarsi della collaborazione di un dipendente comunque “scomodo” e che non sia così ingenuo da lasciar trasparire motivazioni discriminatorie, surrettiziamente disciplinari o economiche, ovvero addirittura illecite) convenga sempre intimare un licenziamento semplicemente immotivato: in tal caso il giudice, dichiarato inefficace il licenziamento, potrà soltanto dichiarare risolto il rapporto e condannare il datore di lavoro alla corresponsione dell’indennità risarcitoria; a meno che, sulla base della domanda formulata dal lavoratore (e, pertanto, con onere della prova interamente a suo carico), non ravvisi anche un difetto di giustificazione (stesso comma 6) o la ricorrenza di ragioni discriminatorie o disciplinari (comma 7), nel qual caso potrà ordinare, per contro, la reintegrazione. E’ chiaro che siamo in presenza di una specifica, netta e gravosa, inversione dell’onere probatorio, interamente in capo al lavoratore e non più al datore di lavoro. E che non sia necessario essere degli esperti giuslavoristi per comprendere come esso sia difficilmente assolvibile (se non nell’ipotesi, come affermano alcuni con una battuta, di essere donna, meridionale, di colore, di religione diversa dalla cattolica, magari incinta, ma non coniugata, e pure iscritta alla FIOM !). Se ce ne fosse bisogno, la conferma della circostanza è testualmente contenuta nel documento che accompagna il disegno di legge governativo; pagina 11: ” Al fine di evitare la possibilità di ricorrere strumentalmente a licenziamenti oggettivi o economici che dissimulino altre motivazioni, di natura discriminatoria o disciplinare, è fatta salva la facoltà del lavoratore di provare che il licenziamento è stato determinato da ragioni discriminatorie o disciplinari, nei quali casi il giudice applica la relativa tutela “. Per di più, con l’aggravante che, almeno formalmente, resterebbe in vigore l’attuale disposto dell’art. 5 della L. 604/1966 (” L’onere della prova della sussistenza della giusta causa o del giustificato motivo di licenziamento spetta al datore di lavoro), apertamente in contrasto con la modifica proposta. (Un breve accenno, solo per inciso. Il contrasto, in termini tecnici “antinomia”, potrebbe essere superabile applicando le regole della successione delle leggi nel tempo: la norma successiva, pur non abrogando esplicitamente la precedente, prevale comunque su di essa perché incompatibile. In ogni caso determinerebbe, quanto meno, un periodo iniziale di possibili diverse interpretazioni giurisprudenziali, con nocumento alla certezza del diritto e alla giusta durata del processo).

    Si comprende bene, ora, anche dopo i correttivi apportati dal governo per evitare i possibili abusi, la contrarietà al disegno di legge di (almeno una) parte del sindacato; si capisce meno, invece, la soddisfazione manifestata da alcuni esponenti politici, anche della sinistra parlamentare, i quali ritengono di poter rappresentare i legittimi interessi dei lavoratori.

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