Piazza Fontana: storia di una strage di Stato

Saverio Ferrari

Osservatorio Democratico sulle Nuove Destre

La strage di Piazza Fontana avviene il 12 dicembre del 1969. Qual era il contesto sociale e politico in Italia in quel periodo?

In quegli anni l’ Italia viveva una forte conflittualità sociale. Lo stesso si poteva dire anche per altri paesi occidentali, ma in Italia ad essere particolare era l’intensità di quello che stava accadendo. Per esempio il “68 francese” rappresentò quasi una fiammata, mentre in Italia vi fu una lunga stagione di lotta politica. Anche in Italia nell’autunno del 1969 ci fu un’esplosione sociale, il cosiddetto “Autunno Caldo”, che però aveva avuto un lungo periodo di incubazione. Solo dal 1968 al 1969 le ore di sciopero in Italia aumentarono da 74 a 302 milioni. Nelle elezioni del 1968 il Partito Comunista Italiano (PCI) era avanzato di un milione di voti. Erano scese in campo anche le nuove generazioni studentesche che avevano dato vita ad una vera e propria rivoluzione dei costumi. Naturalmente l’insieme di tutto questo allarmava fortemente la classe politica e le classi dirigenti del nostro paese.

La strage di Piazza Fontana può essere considerata un avvenimento isolato oppure si inserisce in un progetto più ampio?

I datti ufficiali del Ministero degli Interni rivelano che nel 1969 in Italia si verificò più di un attentato ogni 3 giorni. La stragrande maggioranza di questi attentati venne classificata come azioni di matrice fascista. Per cui la strage avviene in Piazza Fontana, ma arriva alla fine di un anno che è contrassegnato da un escalation di attentati terroristici. Peraltro è un caso che la strage arrivò solo il 12 dicembre. Piazza Fontana non era affatto pensata come la prima delle stragi. Il 25 aprile del 1969 a Milano vengono compiuti due attentati: uno alla fiera campionaria e uno all’ufficio cambi della Stazione Centrale. Ci sono solo numerosi feriti, ma le caratteristiche di questi attentati dimostrano che dietro c’è già la volontà di fare una strage. Nell’agosto del 1969 vengono compiuti 10 attentati sui treni che fanno un certo numero di feriti.
Il 4 ottobre, in occasione del viaggio del presidente della Repubblica Saragat in Jugoslavia, vengono messi 5 chili di tritolo sui davanzali dei bagni della scuola slovena di Trieste, ma il meccanismo dell’ordigno non funziona. La strage avviene quindi per la prima volta qui a Milano, ma poteva benissimo essere anticipata altrove. La politica della strage viene insistentemente cercata e questi episodi costituiscono un vero e proprio “praticantato” attraverso il quale gli attentati vengono perfezionati.

Dopo Piazza Fontana ci furono numerose altre stragi: Piazza della Loggia, Peteano, la Questura di Milano, il treno Italicus, la Stazione di Bologna solo per citarne alcune. Chi furono i responsabili di questi attentati? E’ corretto parlare di stragi fasciste?

Sicuramente tutte queste azioni hanno una chiara matrice fascista. Ad essere coinvolta è in particolare l’organizzazione Ordine Nuovo (ON). Ma i nuclei fascisti sono solo gli esecutori di una strategia di cui non sono né la mente né il motore. Soffermarsi solo sugli esecutori potrebbe quindi essere fuorviante. Innanzitutto non bisogna dimenticare che questi gruppi di bombaroli erano inseriti in partiti che davano loro protezione. Quando scoppiano le bombe in Piazza Fontana, Ordine Nuovo non è un gruppo extraparlamentare, ma è una componente interna del Movimento Sociale Italiano (MSI). Carlo Maria Maggi, il reggente del Triveneto di ON, venne presentato nelle liste del MSI alle elezioni del 1972. Delfo Zorzi, che adesso è imputato per la strage di Brescia, era uno dei dirigenti nazionali degli universitari missini. Giancarlo Rognoni, accusato di aver fornito il supporto logistico per la strage di Piazza Fontana, era uno dei massimi dirigenti del MSI a Milano.
In secondo luogo emerge chiaramente dagli atti di numerosi processi, anche di quelli che si sono conclusi con sentenze di assoluzione, che i fascisti fecero il lavoro sporco, ma la regia delle loro azioni va ricercata nei vertici di alcune istituzioni, in particolare negli apparati militari, di polizia e di intelligence del nostro paese.

Quali furono i rapporti tra i gruppi fascisti e gli apparati dello Stato?

A questo proposito sarebbe interessante soffermarsi sulla storia e sul dibattito interno del neo-fascismo italiano. Il momento chiave è il 1960, quando una parte della Democrazia Cristiana (DC) ha in animo di imbarcare il MSI nel governo Tambroni. Nel luglio, a Genova doveva tenersi il congresso del MSI che avrebbe sancito l’ingresso a pieno titolo nel governo degli ex fascisti a quindici anni dalla fine della Guerra di Liberazione. Si assiste però ad una vera e propria rivolta popolare con morti e feriti che fa fallire il progetto. A Genova i delegati non riescono neanche ad uscire dagli alberghi per recarsi al congresso, che di fatto non verrà mai tenuto. Noi raccontiamo con entusiasmo quei momenti, ma nel neofascismo italiano vengono vissuti in modo traumatico e da lì parte un dibattito che è importantissimo per capire perché Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale finiscono ad allearsi con gli apparati statali. I fascisti iniziano a ragionare sulla forza del Partito Comunista Italiano (PCI) e giungono alla conclusione che non possono più procedere come prima da soli. Per Ordine Nuovo è Julius Evola a chiudere il dibattito con una serie di importanti articoli sui giornali di estrema destra, nei quali scrive nero su bianco che è venuto il momento di allearsi con una parte degli avversari di ieri. Cita la NATO, fa riferimento alla necessità di rapportarsi con i corpi sani dello stato, soprattutto i corpi militari a partire dai paracadutisti. Evola parla apertamente di colpo di stato e prospetta alleanze politiche con i monarchici e i liberali. C’é quindi un percorso in base al quale i fascisti arrivano a saldarsi con i corpi dello Stato. E da lì Pino Rauti, il capo di ON, inizia ad incontrarsi con emissari dell’apparato e soprattutto dell’esercito, con i quali discute della possibilità di portare avanti progetti comuni.

Perché interi settori dello Stato iniziano a collaborare con i fascisti per compiere una serie di stragi? Che cosa si intende con l’espressione “strategia della tensione”?

L’espressione “strategia della tensione” venne coniata per la prima volta da un importante giornalista inglese dell’Observer, Lesley Finer, che alla fine del 1969 la utilizzò per spiegare ai suoi lettori quello che stava accadendo in Italia. Successivamente ebbe grande fortuna e diventò un termine di uso comune. La strategia della tensione affonda le sue radici a livello internazionale e soprattutto nella concezione del “roll back”, elaborata dalla destra repubblicana statunitense a partire dai primi anni 60’. Questa concezione pone come obiettivo principale dell’amministrazione americana quello di respingere indietro il pericolo comunista, inteso non tanto come minaccia dell’Armata Rossa, quanto come penetrazione delle idee comuniste in Europa attraverso le mobilitazioni operaie e le agitazioni studentesche. In questo quadro l’Italia non è che uno dei paesi in cui portare avanti questa linea, anche se uno dei più importanti. In Italia infatti c’è il più forte partito comunista dell’occidente, ci sono le agitazioni studentesche, c’è la conflittualità sociale più duratura che non solo ha prodotto vampate di ribellioni, ma ha anche sedimentato degli organismi di rappresentanza delle classi subalterne. Inoltre l’Italia è fondamentale anche da un punto di vista geo-strategico in quanto si staglia nel Mediterraneo, il che ha un’importanza chiave sia rispetto alle guerriglie che in quegli anni si svolgono in Africa (Guinea, Mozambico, Angola) sia rispetto all’Egitto, che allora si trovava nell’orbita di influenza dell’Unione Sovietica.
La strategia della tensione ha quindi una lunga incubazione e uno dei momenti cruciali si ha tra il 3 e il 5 maggio del 1965, quando si tiene all’Hotel Parco dei Principi di Roma un importantissimo convegno promosso dallo stato maggiore dell’esercito e presieduto dal tenente colonnello Adriano Magi-Braschi (in seguito promosso generale), il massimo esperto delle forze armate italiane in guerra psicologica e una figura centrale della strategia della tensione. Nel convegno si discute dell’esperienza del terrorismo e del controterrorismo durante la guerra in Algeria e ci sono numerose relazioni riguardanti gli effetti psicologici sull’opinione pubblica di alcuni atti violenti e terroristici. Il cuore del dibattito sono le possibilità di produrre uno shock nell’opinione pubblica attraverso operazioni di terrorismo tra la folla per creare le condizioni favorevoli ad un intervento dei militari nelle vicende politiche. Sono quindi soprattutto le forze armate a porsi il problema di fermare in termini politici, culturali e psicologici l’avanzata delle sinistre nel nostro paese. Certo ai convegni vengono invitati anche i fascisti, ma non sono certo loro a promuoverli né a dare il contributo fondamentale. Questa strategia trova poi un enorme impulso in alcuni avvenimenti internazionali, in particolar modo il colpo di stato dei colonnelli del 1967 in Grecia. In Grecia il golpe viene preceduto da una molteplicità di attentati che vengono addebitati agli anarchici e che in realtà sono organizzati dagli uomini dei servizi segreti. Il colpo di stato non viene realizzato contro le sinistre (i partiti comunista e socialista sono infatti fuori legge in Grecia in quegli anni), ma contro la coalizione di centro, che si teme possa prendere la maggioranza assoluta alle prossime elezioni.
Per questo un gruppo di colonnelli legati alla NATO si impadronisce del potere sovvertendo le gerarchie interne del paese, tanto che la Grecia uscirà dalla tradizionale orbita di influenza della Gran Bretagna per entrare in quella degli Stati Uniti. Il golpe dei colonnelli diventa un modello di riferimento non solo per i fascisti, ma anche per una parte delle classi dirigenti e degli apparati militari. Si inizia a pensare di importare in Italia le stesse tecniche per addebitare alle sinistre e agli anarchici le azioni di terrorismo e favorire quindi la repressione. Cosa che puntualmente accade a partire dal 1968-1969. In tutto questo processo i fascisti non sono altro che degli esecutori. Inoltre dagli atti dei processi è emerso che tutti gli esponenti di rilievo di Ordine Nuovo avevano avuto dei rapporti di tipo economico con i servizi segreti. Erano in molti ad essere contemporaneamente sia dirigenti di organizzazioni terroristiche neo-fasciste, sia sul libro paga dei servizi segreti. Questo perché si realizza una convergenza tra fascisti e apparati di sicurezza, un patto all’interno della stessa strategia eversiva, nella quale ai fascisti è stato demandato il compito di colpire tra la folla per seminare il terrore.

Alla luce di tutto questo, più che di stragi fasciste sembra corretto parlare di stragi di stato, come il titolo che hai dato al tuo libro. Forse anche la stessa espressione “servizi segreti deviati” è piuttosto riduttiva per descrivere quello che realmente accadde…

L’espressione “stragi di stato” all’epoca poteva apparire forte ma è quanto mai calzante. Anzi per certi aspetti le valutazioni e le analisi che si fecero in quegli anni sul ruolo degli apparati statali peccano per difetto. E’ successivamente emerso più chiaramente che il fulcro di tutta questa strategia di guerra psicologica era lo stretto legame tra i vertici militari italiani e la NATO. Anzi, gli apparati militari svolgono un ruolo chiave proprio perché sono collocati in ambito NATO. Quando i fascisti nei processi parlano e raccontano la loro storia, non raccontano solo dei loro rapporti con poliziotti e carabinieri, ma anche dei loro rapporti con ufficiali dell’esercito degli Stati Uniti. Alcuni dei bombaroli fascisti erano sotto il comando di ufficiali statunitensi. I fascisti di Verona, Vicenza e Padova vanno alla base NATO a prendere ordini. Vanno anche da carabinieri a ricevere supporto tecnico, ma le linee e i tempi sono gli americani a dettarli. A dimostrazione del fatto che si trattava di stragi di stato, tutti gli attentati di cui stiamo parlando potevano essere impediti, perché le forze dell’ordine ne erano venute a conoscenza precedentemente. Per la stessa Piazza Fontana erano addirittura disponibili le registrazioni su nastro delle telefonate con cui Franco Freda di Ordine Nuovo compra i congegni a tempo presso la ditta Elettro Controlli di Bologna.
Freda era tenuto sotto controllo e quindi si sapeva in anticipo cosa si stava preparando. Ma i fascisti vengono assecondati, anzi la maggior parte di loro sono controllati dagli stessi apparati di polizia. Ed è vero che parlare di “servizi segreti deviati” non è corretto. I servizi semplicemente cadono nell’illegalità. I servizi deviati sono semmai quelli che cercavano di opporsi a questa strategia. Si potrebbe citare il caso del commissario Iuliano di Padova, che non era sotto il controllo assoluto dell’ufficio politico della questura. Indagando sul precedente attentato al rettore ebreo dell’università di Padova, Iuliano individua una parte del gruppo terroristico di Ordine Nuovo che poi avrebbe compiuto la strage di Piazza Fontana. Ma proprio per questo il commissario viene destituito dal suo incarico e trasferito a Ruvo di Puglia. Quanti cercarono di opporsi poi non lo fecero sempre per ragioni di lealtà istituzionale, ma anche per motivi di opportunità politica. Lo stato era attraversato da correnti diverse e da scontri su progetti differenti. In questo senso sono illuminanti le dichiarazioni rese ai carabinieri dal senatore Paolo Emilio Taviani nel 2000. Taviani è stato uno dei fondatori della DC, ha ricoperto più volte il ruolo di ministro degli Interni ed è stato per decenni l’uomo di fiducia degli Americani in Italia. Taviani è stato anche il vero fondatore di quella rete anti-comunista, clandestina e paramilitare conosciuta con il nome di Gladio, al cui confronto lo stesso Cossiga ricoprì un ruolo marginale.
Ebbene poco prima di morire, Taviani rivela ai carabinieri che alla vigilia di Piazza Fontana ci fu un agente dei servizi segreti che si recò a Milano per parlare con Pino Rauti e cercare di impedire la strage, ma arrivò troppo tardi. Mentre subito dopo la strage un altro ufficiale dei servizi segreti si recò a Milano per orientare le indagini contro la sinistra. Tutto questo dimostra che i servizi segreti sapevano perfettamente quello che stava per accadere e che c’era un conflitto al loro interno sulla linea da tenere. Non solo, ma dimostra anche che i servizi intrattenevano rapporti regolari con i leader di Ordine Nuovo, l’organizzazione cui sono state attribuite tutte le principali stragi di quegli anni, e che furono sempre i servizi segreti a depistare le indagini in direzione degli anarchici subito dopo l’attentato.

Con gli elementi che abbiamo a disposizione oggi, in quegli anni il rischio di un colpo di stato militare in Italia era concreto?

Sono gli stessi magistrati a scrivere nelle carte delle loro indagini e anche nelle loro sentenze che la strage di Piazza Fontana era propedeutica ad un colpo di stato. Il golpe avrebbe dovuto seguire quasi immediatamente la strage, ma venne posticipato per via della reazione popolare inaspettata. In una delle giornate dei funerali delle vittime a Milano partecipò l’allora presidente del consiglio Mariano Rumor. Rumor rimase sconcertato nel trovarsi di fronte non una piazza di fascisti che richiedevano interventi estremi, ma una piazza di sinistra mobilitata dal PCI e dai sindacati, dalla quale i fascisti erano stati allontanati. Da qui nascono degli scontri all’interno della classe dirigente sull’opportunità o meno di andare avanti con il progetto golpista ed eversivo. Si teme infatti il rischio di una guerra civile provocata dalla risposta delle forze di sinistra.
Di questi conflitti alcuni dei protagonisti hanno rilasciato dei racconti. Che poi questi racconti siano del tutto o in parte veritieri è difficile dirlo. Ci sono però dei settori che entreranno effettivamente in azione, anche se con tempi diversi rispetto a quelli previsti. Un anno dopo, nella notte tra il 7 e l’8 dicembre del 1970, si arriva al cosiddetto “golpe Borghese”. Di questo tentativo golpista sappiamo praticamente tutto, non certo per merito della magistratura, quanto per i resoconti successivi di quanti vi presero parte. Uno dei protagonisti di allora, Adriano Tilgher, ammette che una parte dei congiurati entrò effettivamente nel ministero degli Interni. Altri penetrarono all’interno della sede RAI. Non è il golpe da operetta di una banda di generali in pensione un po’ rimbambiti come in parte hanno cercato di ricostruire. Quella notte ci furono concentramenti di fascisti in diversi diversi luoghi, a Milano, Venezia… Uno dei protagonisti racconta come da Verona fosse stata formata una colonna militare per marciare su Sesto San Giovanni, che era considerata la “Stalingrado d’Italia, per mettere fuori gioco immediatamente una delle forze d’urto che i golpisti temevano di più. Ma anche il golpe Borghese viene fatto rientrare. Nella classe dirigente politica e negli apparati militari non vi era un accordo tra tutti nel perseguire davvero questo obiettivo. Quello che interessa è soprattutto compiere un’intimidazione, tanto che non ci si limita ad una semplice minaccia, ma il tentativo di colpo di stato viene fatto terminare solo dopo che era già diventato operativo.
In molti coltivavano l’illusione di copiare l’operazione del 1967 in Grecia, ma la situazione in Italia era diversa, più complessa e le figure dirigenti sia dell’esercito che della politica italiana pensarono bene di non arrivare fino in fondo perché si sarebbe poi probabilmente imboccata una strada che non era quella dell’instaurazione di una giunta militare, ma era quella della guerra civile. In Italia però si continuano a progettare colpi di stato anche negli anni seguenti, soprattutto nella primavera del 1974, come emerge nelle memorie di una celebre figura di anticomunista, Edgardo Sogno, che racconta dei suoi tentativi presso le alte gerarchie militari di procedere verso una soluzione golpista. Anche in questo caso però alla fine non si entrò in azione.

Qual è il bilancio della strategia della tensione? Venne sconfitta o raggiunse i suoi scopi?

Secondo me la strategia della tensione venne sconfitta. Non sono d’accordo con chi sostiene che dal Dopoguerra fino ad oggi ci sia stato un unico filo chiamato strategia della tensione. Ci sono capitoli e momenti diversi. Questo progetto politico ha un suo termine intorno alla metà degli anni 70’. Da una parte viene battuto dalla mobilitazione popolare e si tratta sicuramente di una delle più belle pagine scritte dalle sinistre. Dall’altra è anche il contesto internazionale a cambiare. Nell’agosto del 1974 c’è lo scandalo Watergate e negli USA i repubblicani devono passare la mano. Questo a sua volta determina un cambiamento nel clima internazionale. Vengono meno le protezioni ai regimi fascisti in Europa. Nel 1974 cadono i colonnelli in Grecia. Sempre nel 1974 si avvia la Rivoluzione dei Garofani in Portogallo e dopo un anno cade il più vecchio e consolidato regime fascista in Europa. Si avvia la transizione verso la democrazia dopo la morte di Franco in Spagna.
Questo diverso contesto internazionale consente anche la sconfitta dei golpisti in Italia. La classe dirigente comprende che non può insistere su quella strada e abbandona le strutture e gli uomini più compromessi. Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale vengono sciolti e molti dei bombaroli devono trasmigrare all’estero oppure riciclarsi finendo a lavorare per la malavita organizzata. C’è qualche oltranzista che va avanti ancora per qualche anno. E’ la storia della loggia P2, che non è la storia di una setta esoterica, ma di un gruppo oltranzista atlantico che continua ad insistere nel progetto eversivo fino a quando diventa talmente ingestibile che le stesse classi dirigenti saranno costrette a fermarlo. Sono legati alle trame della P2 coloro che tentano l’ultima operazione che sta dietro alla strage di Bologna del 2 agosto 1980, che è la più importante in termini di vittime, ma segna anche la fine di chi punta alla guerra civile. Sebbene sia stata sconfitta, la strategia della tensione ha però avuto effetti importanti e duraturi. Produsse effetti di moderazione sia dal punto di vista della conflittualità sociale che soprattutto dal punto di vista delle alternative politiche in campo. Nel 1973, anche in conseguenza del colpo di stato in Cile che ebbe importanti riflessi in Italia, viene elaborata la strategia del Compromesso Storico e cioè di un’alleanza tra il PCI e la DC, basata sull’esigenza di evitare precipitazioni golpiste e di tentare di ancorare la DC sul terreno democratico o per lo meno di contrastare quei settori della Democrazia Cristiana che facevano sponda ai settori eversivi. Ebbe tra l’altro l’effetto di incubare la risposta non giustificabile e sbagliata del terrorismo di sinistra. Le Brigate Rosse sono una formazione terroristica che inizialmente si pone come principale obiettivo quello di contrastare i fascisti. All’inizio cominciarono a colpire, senza fare vittime, gli esponenti fascisti anche all’interno delle fabbriche, il che all’epoca voleva dire colpire soprattutto i sindacalisti della CISNAL (il sindacato missino).
I primi morti le BR li fanno dopo la strage di Brescia del maggio 1974, sparando a due militanti fascisti nella sede del MSI di Padova. Secondo me non c’è nessuna giustificazione al terrorismo di sinistra, ma la paura del colpo di stato creò un vero e proprio corto circuito per cui ci fu chi iniziò a pensare di rispondere sul terreno della lotta clandestina e della lotta armata. E questo ebbe un effetto disastroso sulla situazione sociale e politica. Le masse vengono messe fuori gioco e vengono espropriate del loro protagonismo in nome di una battaglia di avanguardia armata. E allo stesso tempo vengono favorite tutte le operazioni moderate sia politiche che sociali che in quegli anni segneranno il nostro paese. Non è un caso che poco prima del sequestro Moro vengano messi in piedi i primi governi di Unità Nazionale.

Qual è stato il destino dei fascisti che hanno compiuto gli attentati e le stragi?

Molti di loro sono trasmigrati all’estero dove hanno continuato a fare i bombaroli e i killer. L’intero gruppo dirigente di Avanguardia Nazionale ha una sua lunga trasmigrazione dal Cile, alla Spagna fino ai governi “gorilla” dell’America Latina. Il gruppo di Delle Chiaie partecipa attivamente, mettendo a disposizione i suoi uomini, al colpo di stato del 1980 in Bolivia, detto “il golpe della cocaina”, portato avanti da settori militari per mettere fuori mercato i trafficanti di cocaina e controllare il loro mercato. Altri invece, avendo messo a punto determinate tecniche e avendo maturato una certa spregiudicatezza sul piano privato, sono finiti a lavorare per le grandi organizzazioni criminali. Si tratta di una storia interessante che non è ancora stata scritta. Non si tratta di un caso simile a quello del terrorismo di sinistra, dove trovi alcuni elementi che alla fine si sono messi a fare i rapinatori per sbarcare il lunario, ma di interi reparti operativi del mondo neofascista che, una volta compiuto il lavoro sporco e perduto il loro ruolo nella strategia dello Stato, vengono abbandonati come relitti al loro destino ed entrano in blocco nella malavita.
Già la strage del Natale del 1984 a Bologna non appartiene più tanto alla storia dell’eversione nera, quanto alla storia delle organizzazioni criminali che si avvalgono di figure del sottobosco neofascista. Secondo una delle tante ricostruzioni della strage del giudice Borsellino e della sua scorta a Palermo, uno degli uomini che aveva messo a punto l’ordigno esplosivo proveniva da Ordine Nuovo. L’ultimo comandante militare della storia di Ordine Nuovo, Pierluigi Concutelli, viene arrestato nel momento in cui stringe un accordo con la Banda Vallanzasca a Roma. Nel corso delle indagini sulla Banda Cavallini, che operò a Milano tra il 1980 e il 1982, i magistrati rimasero stupiti per l’intreccio profondo tra la malavita e i terroristi di destra. Questa parabola riguarda anche molti Sanbabilini. Questi non erano semplicemente un gruppo di giovani scapestrati di destra che si incontravano in piazza San Babila, ma svolsero un ruolo decisivo nella storia del terrorismo nero in Italia. Rodolfo Crovace, detto “Mammarosa”, concluse la sua vita cadendo in uno scontro a fuoco con le forze dell’ordine, uno scontro in cui la politica non c’entrava più niente, ma c’entrava il traffico di stupefacenti. Biagio Pitarresi, uno dei più famosi picchiatori di San Babila, si mise a fare il rapinatore e il sequestratore e ancora oggi è in carcere. Qualcuno infine è riuscito anche a fare carriera. Per esempio il capo di Ordine Nuovo Pino Rauti che oggi è imputato per la strage di Brescia. Quando fu accusato nell’ambito della prima inchiesta sulla strage di Piazza Fontana, venne portato in parlamento dal MSI affinché potesse usufruire dell’immunità parlamentare. E poi diventò vice-segretario nazionale del MSI e parlamentare europeo.
Ma è anche il caso di Giulio Maceratini, il numero due di Ordine Nuovo che in quegli anni era considerato nel suo ambiente un coerente neonazista e che successivamente è stato a lungo capogruppo al Senato di Alleanza Nazionale. Quello che è certo è senza dubbio che la maggior parte l’ha sfangata. Delle Chiaie non è mai stato condannato pur avendo ricoperto ruoli importantissimi. E molti altri non sono mai stati nemmeno inquisiti. Altri si sono ricostruiti una vita all’estero, come Giovanni Ventura che vive ancora in Argentina.

Quale fu l’atteggiamento delle forze contro le quali la strategia della tensione era diretta? Di fronte alle stragi e alla minaccia di colpo di stato che posizione presero il Partito Comunista Italiano e i gruppi che si ponevano alla sua sinistra?

In merito ci sono pareri diversi e se ne potrebbe discutere a lungo. La mia opinione personale é che il PCI non colse la gravità della strage di Piazza Fontana, non comprese che cosa sottintendeva e nemmeno come si inseriva nel progetto eversivo di cui abbiamo parlato. A supporto di questa mia tesi sono disponibili delle documentazioni, in particolare i resoconti stenografici della Direzione Nazionale del PCI che si riunì pochi giorni dopo la strage del 12 dicembre, l’arresto di Valpreda e la morte di Pinelli. Leggendo gli interventi di quella riunione emerge chiaramente che i dirigenti comunisti non avevano percepito che si trattava di una strage che aveva avuto come esecutori i fascisti e come complici gli apparati statali. In diversi parlarono di “zone oscure” e venne coniata la parola d’ordine “Fare piena luce”, che poi venne ripresa ampiamente dall’Unità, come se ci si trovasse in una situazione di buio e si dovesse per questo indagare in tutte le direzioni.
Addirittura ci sono accenni a possibili responsabilità degli anarchici, tanto che l’Unità si pose nel solco della stampa reazionaria dell’epoca. Se i giornali di destra per riferirsi a Valpreda utilizzavano espressioni come “la furia della Belva Umana”, l’Unità fece ricorso all’espressione “mostro”. Per capire le conseguenze del tipo di dibattito che si svolgeva all’interno del PCI, persino l’avvocato comunista Andrea Calvi ebbe più di una titubanza prima di assumere la difesa di Valpreda, cosa che poi peraltro fece con grande determinazione e bravura. Fu diverso invece per la sinistra extraparlamentare che gridò subito alla strage di stato e riuscì a mettere in campo pochi mesi dopo un lavoro di controinformazione molto accurato che fu molto utile allora nella battaglia contro le verità ufficiali e che in gran parte è ancora valido oggi. Se vogliamo anche nell’Estrema Sinistra si sopravvaluta il ruolo dei fascisti rispetto a quello dei vertici militari e della NATO, ma perché i fascisti sono quelli più visibili e allora non era effatto facile ricostruire tutta la vicenda nei termini esatti. Questo lavoro di controinformazione fu però il grande merito della sinistra extraparlamentare e venne riassunto nel libro “La strage di Stato- Controinchiesta” uscito nel giugno del 1970 (Autori: Eduardo M. Di Giovanni, Marco Ligini e Edgardo Pellegrini; Odradek Edizioni). Ma più attenti del PCI furono anche alcuni settori del Partito Socialista che avevano una linea più radicale e più disponibile a rendersi conto del ruolo degli apparati statali, tanto che alcune delle migliori ricostruzioni della strage di Piazza Fontana provengono proprio da giornalisti di area socialista che scrivono sull’Avanti, come Marco Sassano. Sebbene si trovasse proprio nel centro del mirino della strategia della tensione, il PCI invece, anche quando in un secondo momento cominciò a denunciare i fascisti, non accettò mai di vedere l’intreccio tra i fascisti e gli apparati dello stato.
Il PCI non accetterà mai di sposare la tesi della strage di stato o di usare questo termine nelle sue pubblicazioni. Solo nel 2000, quando già il PCI non esisteva più, una relazione ufficiale del gruppo parlamentare dei DS in Commissione Stragi parlò clamorosamente di stragi di stato e atlantiche. Ma anche allora il deputato che aveva steso quella relazione, Walter Bielli, venne aspramente contestato dai suoi dirigenti.

Perché il PCI si ostinò a non riconoscere lo regia dello stato dietro la strategia della tensione?

Perché in quegli anni il PCI basava il suo rapporto con lo stato sull’idea che anche lo stato poteva essere terreno di lotta politica. Sebbene in quegli anni il leninismo non sia stato ancora rinnegato, a prevalere nel PCI è la concezione sviluppata da Togliatti per cui lo Stato può essere “lavorato” dalle masse popolari e volto ad un funzionamento non ostile alle masse stesse. All’epoca la presenza del PCI all’interno degli apparati di polizia era minima e addirittura inesistente in quelli militari e dei servizi segreti. Proprio per questo i dirigenti comunisti ritengono che parlare di stragi di stato equivalga a perdere posizioni in questa lotta politica e ad autoescludersi dalla possibilità di esercitare una qualsiasi influenza sugli apparati statali. Io personalmente non sono contrario a valutare questo aspetto dell’attività politica, ma in questo caso specifico si determina un atteggiamento politico sbagliato. C’è una vera e propria illusione al punto che non ci sia accorge dei pericoli che stanno venendo avanti.

Oggi da più parti e anche a sinistra la magistratura è presentata come un baluardo democratico contro le spinte autoritarie di Berlusconi. Qual è stato invece il ruolo della magistratura nell’accertare i fatti, determinare le responsabilità e punire i colpevoli nel corso di tutti i processi che ci sono stati sia su piazza Fontana che sulle altre stragi?

Il senso di marcia della magistratura in quegli anni non è quello di fare il proprio mestiere, e cioè quello di accertare la verità e condannare i responsabili. Anche in questo caso ci sono naturalmente delle eccezioni, ma la magistratura salva spesso in modo scandaloso gli imputati dei processi di strage. Ovviamente ad aiutare la magistratura in questo senso ci sono i nuclei di polizia giudiziaria e, in modo particolarmente sistematico, i carabinieri. Se ne potrebbe parlare a lungo con dovizia di dettagli e particolari. Si potrebbe ricordare la vicenda di Giuseppe Pinelli, che viene archiviata dal magistrato Gerardo D’Ambrosio ritenendo verosimile l’ipotesi del “malore attivo”, una situazione che non si è più verificata nella storia né della fisica, né della medicina legale, né della giurisprudenza mondiale. E’ accaduta una volta sola, la notte del 15 dicembre 1969, in quella stanza con un anarchico e poi non si è più ripetuta in nessuna altra circostanza. Significativo è anche il caso della strage del 31 maggio 1972 a Peteano, in cui i fascisti di Ordine Nuovo avevano attirato tre carabinieri in una trappola esplosiva.
L’attentato viene attribuito prima alla sinistra e poi a dei malavitosi locali. Si fanno dei processi che non si concludono in niente, finché dodici anni dopo Vincenzio Vinciguerra si presenta e confessa, raccontando non solo come avesse commesso la strage, ma anche come i carabinieri lo avessero lasciato scappare. Se non fosse stato per la confessione di Vinciguerra anche la strage di Peteano sarebbe classificata oggi tra i misteri italiani. Ma le resistenze sorde sono proseguite anche in anni più recenti e non necessariamente c’è sempre una motivazione politica dietro. Ci sono anche ragioni che attengono dinamiche interne alla magistratura e che riguardano la professionalità, le rivalità interne e le gelosie personali. Oppure c’è un mix di motivi di opportunità politica e di gelosie interne. Per esempio quando il giudice Salvini indagava sui gruppi eversivi di Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale (indagini che avrebbero poi portato alle imputazioni nell’ultimo processo sul 12 dicembre), venne alla luce tutta le rete degli uomini della CIA in Italia collegata ai fascisti, un rete illegale perché operava sul territorio sovrano italiano. Erano anche stato individuati i due ufficiali delle basi NATO di Verona e di Vicenza a cui gli operativi di Ordine Nuovo facevano riferimento. Questo ha determinato un forte scontro all’interno della magistratura milanese. Da una parte perché non era possibile portare alla sbarra ufficiali dell’esercito degli Stati Uniti per ragioni di opportunità politica internazionale.
Dall’altra per le polemiche condotte da quello stesso magistrato D’Ambrosio, cui erano state sottratte le indagini su Piazza Fontana e che riteneva sbagliato indagare al di fuori delle responsabilità dei fascisti che lui aveva già accertato… come se aggiungere pezzi di verità facesse venire meno quello che era stato il suo lavoro. Lo stesso miscuglio di convenienze personali e questioni politiche lo ritroviamo anche oggi nella magistratura milanese. Nel processo per la strage di piazza di Piazza della Loggia stanno infatti emergendo numerosi elementi che potrebbero consentire una nuova indagine su Piazza Fontana, perché alcuni fascisti chiamati come testimoni stanno raccontando fatti nuovi. Alcuni di questi hanno già rilasciato a magistrati milanesi delle deposizioni particolarmente interessanti. Ma da parte dei vertici della procura di Milanonon c’é alcuna intenzione di proseguire. Si dice apertamente che la storia è finita e che bisogna piantarla li. Questo perché i vertici della procura hanno in animo carriere che non vorrebbero veder compromesse dal fatto di riaprire questa storia. Perché questa storia è scomoda e se la riapri vai lontano, non ti fermi agli uomini in camicia nera. In questo modo però la procura di Milano sottrae ai famigliari delle vittime le ultime possibilità di scoprire la verità.

Qual è invece oggi la situazione in Italia? Davvero Berlusconi è l’unica minaccia o ci sono degli elementi più strutturali che minano alla base la possibilità di una reale democrazia?

Non vedo una continuità tra quello che c’è stato ieri e quello che accade oggi. Ci sono alcuni uomini che vengono dal passato e nel passato hanno avuto dei ruoli indecenti per quanto minori. Ci sono figure che in passato non erano importanti, ma lo sono diventate adesso. Per esempio lo stesso Berlusconi era un comprimario nella loggia P2 e oggi opera non sconfessando le sue idee di quegli anni, ma anzi portandole a maturazione. Però è cambiato tutto rispetto a quel tempo, nel senso che oggi nessuno pensa in Italia ad operazioni di involuzione autoritaria con le stesse modalità di forza di quel tempo. Oggi la forza dei media è tale che si può pensare di creare dei terreni per restringere i circuiti decisionali democratici senza interventi di corpi armati separati. La guerra psicologica che si fa oggi ha degli strumenti che in quel tempo non c’erano, ma lo sbocco di questa guerra psicologica non sono soluzioni di forza, ma soluzioni di amputazione delle democrazia che vanno verso una democrazia autoritaria costruita con il consenso creato dai media.
E non è Berlusconi l’unica figura che persegue questo progetto. L’idea di una democrazia presidenzialista è un’idea che sta dentro a tutta la destra italiana. Anche il presidente della Camera Gianfranco Fini condivide una simile prospettiva. Le propensioni di Berlusconi a controllare la magistratura (indipendentemente dal fatto che la magistratura abbia i limiti di cui abbiamo parlato prima), a sterilizzare il parlamento rendendolo meno rappresentativo, a proseguire sul campo delle leggi elettorali che buttano fuori dalla rappresentanza milioni e milioni di elettori, a costruire un sistema bipolare e maggioritario (che peraltro non sono solo della destra…) rappresentano elementi di una democrazia che verrebbe snaturata, ma che rimarrebbe tale mantenendo una funzione ridotta. Si tratta insomma di una democrazia autoritaria. Ci sono democrazie fatte in questo modo in Europa, il fatto è che l’Italia era anomala nell’altro senso con una costituzione molto avanzata e dei meccanismi che consentivano una funzionamento delle istituzioni in senso marcatamente democratico. E’ però doveroso sottolineare che negli ultimi due anni si è arrivati a snaturare alcuni ruoli come quello delle forze armate, che di fatto sono diventate un organismo per la politica di ordine pubblico. Questo crea un precedente pericoloso.
Adesso c’è una conflittualità sociale bassa, ma intanto si è sdoganato un uso delle forze armate in un ambito che non è il proprio. E questo potrebbe avere delle conseguenze pesanti quando un domani potrebbe esserci una conflittualità sociale più alta. Sono dunque molto preoccupato, ma personalmente non ritengo sia configurabile un paragone con il passato degli anni 70’ e nemmeno con quello degli anni 80’. L’ambito del neofascismo italiano mette in evidenza delle filiazioni più dirette: le bande di oggi sono pronte ad essere ingaggiate così come quelle di ieri qualora qualcuno lo volesse fare, ma non siamo in quella situazione.

Com’è la situazione politica a Milano alla vigilia del 40° anniversario della strage di Piazza Fontana?

Da anni a Milano assistiamo ad un tentativo specifico di revisionismo, perché Milano ha un passato importante. E’stata la capitale della Resistenza, qui è nato e morto il fascismo. La Destra ha sempre avuto delle ossessioni su Milano a partire da Piazzale Loreto. Oggi, con il sindaco Moratti in testa, sta contribuendo notevolmente a tutte quelle operazioni revisionistiche che mirano ad intaccare non solo la memoria, ma soprattutto i filoni politici e culturali che stanno dietro alla storia della Resistenza milanese. Si cerca in tutti i modi di ricostruire la storia di Milano come se questi riferimenti comunisti e socialisti non avessero avuto il peso che hanno avuto. Contemporaneamente si cerca anche di rivalutare “gli altri” e cioè figure del passato fascista o di presentare i fascisti uccisi durante la Guerra di Liberazione come delle vittime.
Questo specifico revisionismo ha poi un suo capitolo a parte sugli anni 70’, in base al quale si deve perdere la memoria di ciò che è accaduto il 12 dicembre 1969 per cercare di annegare quel fatto dentro una critica del terrorismo in generale. A muoversi in questa direzione non c’è solo la destra, ma anche una parte di quella che oggi viene chiamata “opposizione”, che di fatto avalla una progressiva evoluzione verso il 12 dicembre visto come ricorrenza in cui ricordare tutte le vittime della violenza politica indistintamente, facendo venir meno qualsiasi riferimento al carattere fascista di quella strage e al coinvolgimento degli apparati statali. Negli ultimi anni le celebrazioni del 12 dicembre sono state particolarmente fiacche. Poca gente in piazza e soprattutto discorsi retorici, generici e privi di senso, che se qualcuno ascoltava non si ricordava più a quale ricorrenza si trovava. Di fatto gli oratori non parlavano più di quello che era accaduto in Piazza Fontana. A questo si deve aggiungere il fatto indecente di non voler mai ricordare Giuseppe Pinelli. Nemmeno il fatto che Napolitano abbia incontrato la vedova di Pinelli ha prodotto il minimo effetto sul Comitato Antifascista, che è l’organo che promuove le celebrazioni ufficiali e che ancora una volta ha scelto di non celebrare il ricordo di Pinelli.
La sinistra che rimane dovrebbe quindi avere il ruolo di far ricordare invece quegli avvenimenti per quello che sono stati veramente. E quindi è un bene che, per questo 12 dicembre, con uno strappo la sinistra che ha ancora il suo orgoglio abbia promosso un corteo nel quale ribadire la vera natura della strage di Piazza Fontana.

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