Landini: «Diritti calpestati. Cara Cgil, lo sciopero non basta»

Stralcio dell’intervista a Landini di Nanni Riccobono su “Gli altri” in edicola il 26 agosto

Il segretario della Fiom non è una “testa calda”. Al contrario, misura le parole ed è prudente nei suoi giudizi. Vibra però nella sua voce, mentre parla del decreto del governo in discussione alla Camera, una incazzatura al calor blu. Viene da un anno intensissimo in cui la Fiom, praticamente da sola, ha tenuto testa ad un attacco ai diritti del lavoro senza precedenti come quello portato avanti dalla Fiat e da Confindustria benevolmente spalleggiati dal governo, per subire poi a fine giugno la firma della Cgil insieme a quella di Cisl e Uil ad un’intesa con la Marcegaglia. Poi, con il pieno dell’estate e i capitomboli della borsa, arriva il governo e insieme alle misure urgenti per il risanamento del debito piazza nel suo decreto una bomba contro i lavoratori. Maurizio Landini è certamente concentrato sulla parte del decreto che riguarda i diritti del lavoro e i contratti, che trova «insopportabile».

Cosa, precisamente, è “insopportabile”?

C’è un governo che decreta che è possibile, in azienda, inventarsi anche dei sindacati di comodo e cancellare i contratti nazionali e lo statuto dei lavoratori. Siamo al paradosso che introduce nel decreto anche la retroattività di queste misure, per mettere al riparo un’azienda come la Fiat, che è stata condannata per comportamento antisindacale, per aver violato lo statuto dei lavoratori. È gravissimo che le forze politiche non si rendono conto che leggi di questa natura fanno saltare in aria il sistema delle relazioni sindacali costruite in 60 anni nel nostro paese… Come possono lamentarsi che non c’è la crescita senza porsi il problema del lavoro? E le cosiddette forze della sinistra, come fanno a non rendersi conto che la teoria da cui nascono questi provvedimenti è che dalla crisi si esce azzerando diritti e i contratti?

Ci aspetta un autunno caldissimo? Ed è adeguata la risposta della Cgil dello sciopero generale?

È necessaria una mobilitazione straordinaria e una risposta che non può essere limitata allo sciopero generale. Dovremo anche parlare dell’intesa che la Cgil ha firmato con Confindustria insieme a Cisl e Uil a fine giugno, perché l’attacco è alla Cgil e l’uso di questi accordi è l’opposto di quello che la Cgil stessa pensava che potesse avvenire. C’è un decreto legge, che è operativo, che contiene un provvedimento che va oltre e peggiora quell’accordo. Come è noto io considero quell’intesa sbagliata. L’uso che ne è stato fatto in qualche modo lo dimostra.

Un grave errore firmare quell’intesa?

Non serve più discutere se era giusto o sbagliato. C’è una legge che va ben oltre l’intesa. O il governo ritira tutti quei provvedimenti o altrimenti la Cgil deve riflettere su quali iniziative deve mettere in campo oltre allo sciopero. In questa fase l’unica critica che mi permetto di fare è che non c’è stato un adeguato coinvolgimento di tutti. La direzione è stata un po’ centralistica e ora invece serve una riflessione a 360 gradi. Penso che non sia sufficiente lo sciopero generale come unico modo per rispondere. Non è il momento della semplice protesta.

Per esempio?

Quando parlo di una mobilitazione straordinaria penso che dobbiamo immediatamente andare a discutere con i lavoratori nelle fabbriche alla riapertura, e per far ciò bisogna avere delle proposte e degli obiettivi chiari. Tutta la fase della discussione in Parlamento deve essere accompagnata da una mobilitazione dei lavoratori e della società civile, dei giovani, dei pensionati e anche dei movimenti che in questi mesi si son battuti per il referendum. Abbiamo di fronte una manovra che prende in giro la maggioranza del Paese e quindi penso che dobbiamo riconquistarci le piazze. Il quadro politico deve evolvere, cambiare: nell’ultimo anno abbiamo vissuto l’entusiasmo delle piazze, delle manifestazioni e infine della vittoria del referendum e delle amministrative. Poi, nelle forze dell’opposizione, c’è stato come un blocco. Un ritorno indietro che produce il rischio che quella richiesta di cambiamento prenda una direzione sbagliata. Bisogna essere di nuovo capaci di quella mobilitazione, chiarire alcuni punti di fondo e chiedere il cambiamento. Oltre a modificare la manovra, l’opposizione deve chiedere che tutte le norme sul lavoro contenute nel decreto vadano ritirate. Non solo quelle sul contratto: è inaccettabile che il 25 aprile o il primo maggio le persone debbano lavorare.

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