Nardò, terzo giorno di sciopero per i braccianti immigrati.

di Stefano Galieni

Sono al terzo giorno di sciopero e non intendono fermarsi. I lavoratori immigrati impegnati in agricoltura a Nardò, provincia di Lecce, accampati presso la Masseria Boncuri, hanno incrociato le braccia, sono pacifici ma non recedono dalle loro richieste. Da 3 giorni solo un gruppo sparuto di braccianti si è recato a lavorare, gli altri 150, si sono organizzati, hanno fatto assemblee, cercato di dissuadere discutendo anche i crumiri, ma nel frattempo hanno effettuato blocchi pacifici alle stradine che portano ai poderi. Chiamarli blocchi è una forzatura, passano tutti, tranne che i furgoni dei caporali che cominciano a non farsi vedere. Auto organizzazione in cui un ruolo importante è stato giocato dall’associazione Finis Terrae, dalle Brigate di Solidarietà Attiva, presenti alla masseria, dalla Cgil. Le loro rivendicazioni fondamentali si fermano a quattro punti scritti a penna su un foglio di carta, ma si tratta di una vera e propria piattaforma: salari adeguati al lavoro svolto, ingaggio regolare per chi va nei campi, no ai caporali e ad altre intermediazioni truffaldine che succhiano parte del guadagno giornaliero, definizione di un luogo pubblico in cui, in maniera trasparente, avvenga l’incontro fra domanda e offerta di lavoro. Sono almeno in 150 disposti a battersi e, come ricorda Roberta Fantozzi, responsabile lavoro e welfare nella segreteria nazionale del Prc:«Hanno fatto un enorme salto di qualità nella capacità di proporre vertenze. Vogliono essere soggetti attivi di una vera e propria iniziativa sindacale e politica, reclamano i diritti che sono consapevoli di poter esigere». Non vanno lasciati soli:«Ogni giorno che passa senza ottenere risultati rende la situazione più difficile – afferma Gianluca Nigro di Finis Terrae – Finora stanno conducendo una battaglia pacifica nonostante la rabbia sia tanta. L’altra notte un loro compagno è stato trovato morto in tenda, per cause naturali certo, ma questo non fa che aumentare la tensione ed è necessario che istituzioni e parti sociali si assumano le proprie responsabilità». Secondo Nigro, forse uno dei migliori conoscitori di questa situazione, si è anche creata una certa simpatia da parte della popolazione locale nei confronti di questi lavoratori, in più esiste un loro potere contrattuale: i pomodori non possono restare ancora molti giorni a terra, rischiano di marcire e le richieste dei lavoratori – qualcosa in più dei 38 euro giornalieri e niente ai caporali – potrebbero essere recepite. Si saprà nelle prossime ore, gli incontri si susseguono e si nota anche un certo fermento. Una situazione diametralmente opposta quella che si è andata consumando invece a ridosso del Cara di Bari. In molti richiedenti asilo, provenienti da quella Libia prima partner privilegiato e poi nemico da bombardare, sono ormai da almeno 7 mesi in attesa di una risposta da parte delle commissioni che debbono esaminare le domande per accedere allo status di rifugiato. Una situazione di stallo inaccettabile, sintomo di inadeguatezza strutturale che si va ripetendo a Trapani, nel cara di Salina Grande, a Mineo, in provincia di Catania e ora anche a Bari. Anche a Bari, sono stanchi di sentirsi ripetere, domani, domani, e hanno scelto di rompere il silenzio. Non è la prima volta che accade, ma stamattina si è scelto di rendere più forte la protesta. Bloccata sin dalle prime ore la statale 16, poi i binari ferroviari si è paralizzato l’intero traffico, l’unico modo per farsi sentire. Ne è nato un violento scontro con le forze dell’ordine prontamente intervenute in tenuta antisommossa, cariche, lacrimogeni e manganelli da una parte, sassi e rabbia dall’altra, il risultato al termine degli scontri e dopo il rientro dei profughi nel Cara è di 35 agenti refertati, eppure gli ospedali della città sono stati messi in stato di allerta perché il numero di feriti, non certo fra i poliziotti, pare molto più elevato. Trenta richiedenti asilo, a quanto sembra di capire sono ancora in caserma. Per loro si prospetta il trasferimento nel Cie e la bocciatura a prescindere della richiesta di asilo. Del resto in Italia solo percentuali infinitesimali di richiedenti ottengono tale status e solo una piccola parte potrà avvalersi di una protezione umanitaria temporanea. Mercoledì sarà a Bari il sottosegretario Mantovano che ha chiesto il pugno duro con i violenti ma che ha anche affermato di volersi rendere direttamente conto della situazione e se dalla destra leghista si urla all’espulsione dal centro sinistra giungono segnali dal Pd, è intervenuta la parlamentare Rosa, Villecco Calipari e dal Prc. Anche la Regione Puglia sta cercando di intervenire su questa situazione con il proprio assessore regionale con delega all’immigrazione, ma sembrano lontani i tempi, estate 2005, quando proprio da Bari e con l’avallo di 14 presidenti di regione, ci si proponeva di chiudere gli allora Cpt e di rivedere l’intera legislazione sull’immigrazione. Una promessa che l’intero centro sinistra non è riuscito a mantenere e di cui oggi si paga le conseguenze con le mille sporadiche rivolte e con la decisione del ministro Maroni di portare a 18 mesi il tempo massimo di trattenimento nei Cie. Un provvedimento che verrà votato definitivamente in senato domani 2 agosto e contro cui numerose forze sociali, civili e politiche, manifesteranno dalle 17.30 in Piazza Navona.

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