Se non ora quando?

La liberazione della donna: una prospettiva comunista.

A centinaia di migliaia, donne e uomini, si sono riversati nelle piazze, Domenica 13 Febbraio, per dire che la donna italiana non è la caricatura che emerge dai bunga-bunga di Berlusconi nella villa di Arcore; per dire che la donna ha una dignità e un ruolo sociale e professionale che ne fa un elemento cardine del nostro paese.
Tuttavia, come comunisti, proprio perché appoggiamo in pieno le rivendicazioni della piazza del 13 Febbraio, non possiamo che mettere in guardia tutti quelli che pensano che basti cacciare via Berlusconi e tutta la sua corte dei miracoli composta da lacchè, uomini di spettacolo, faccendieri e affaristi corrotti, per ridare alla figura femminile la dignità che merita.
Certo, sarebbe già un bel passo in avanti: come levare via una montagna di merda e schifo che oggi offende la figura femminile. Però non risolverebbe il problema alla radice.
Infatti, la radice di questa visione reificata, della donna-oggetto, oggetto di libido sessuale o forza lavoro bruta, dentro e fuori le mura domestiche, è molto più profonda.
Affonda, ben al di sotto di un mero fatto culturale, in quella trama di rapporti di produzione, che assegnano alla donna un ruolo preciso, che chiamiamo capitalismo.
La donna, che nella società arcaica era relegata in casa, al di fuori del regno della produzione di ricchezza dove nasceva e si radicava l’autorità maschile, nella società capitalista moderna è avvinta da una duplice catena: non solo dave continuare a sostenere il peso della gestione materiale della casa e dalla prole, dal cui peso deriva una reale inferiorità rispetto all’elemento maschile, ma a partire da questa inferiorità deve anche svolgere la funzione di riserva di lavoro salariato sottopagato e sfruttato, ricattabile proprio a causa di quella debolezza che la sua posizione gli provoca. Per confermare la validità di questa analisi basta leggere le statistiche secondo cui in Italia, oggi, a parità di laurea, una donna guadagna circa il 65% del salario di un uomo e tende a fare lavori maggiormente precari nei tempi e nei contratti lavorativi.
Solamente una rivoluzione, che spezzi i rapporti di produzione capitalisti, può liberare la donna dai legami che la rinchiudono nelle mura domestiche caricandola del peso materiale della famiglia e che la rendono una lavoratrice di serie B al di fuori di essa, e può farla entrare a pieno titolo nella gestione economica e politica della società realizzando l’uguaglianza con il ruolo maschile e la sua piena realizzazione come essere umano.
Non a caso la contingenza storica in cui la donna vide effettivamente riconosciuta in modo completo e pieno la propria dignità e parità sociale fu la Russia post-rivoluzionaria. Non solo dopo il 1919 furono riconosciuti alla donna gli elementari diritti all’autodeterminazione: l’introduzione del codice civile che facilitava enormemente il divorzio e la legge sull’aborto. Con l’istituzione di mense, asili, scuole, lavanderie, pubblici e gratuiti, si liberava effettivamente la donna dal peso della gestione domestica, consentendogli di poter sviluppare la propria personalità attraverso lo studio, la cultura; permettendogli di approfondire i rapporti interpersonali famigliari, finalmente liberati dalla schiavitù delle corvee domestiche. Le donne erano messe concretamente in grado di poter partecipare a pieno titolo all’edificazione materiale della società, con il lavoro, e alla direzione della società con l’attività politica, realizzando così una vera e piena parità e dignità.
Fourier, nella sua “Teoria dei quattro movimenti” del 1808 scriveva che “i progressi sociali si misurano in ragione del progresso della donna verso la libertà”. Se questo è vero allora abbiamo la misura esatta dell’abisso di barbarie in cui la società capitalista ha gettato la donna e l’uomo insieme con essa.

M. Bellavita,  Giovani Comunisti Lecco.

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