La CGIL abbandona l’ipotesi dello sciopero generale!

Fiom e Cgil che vogliamo – Organizziamo l’opposizione al Patto sulla produttività!     

Paolo Brini (Comitato Centrale Fiom-Cgil) 

La decisione presa dalla maggioranza del direttivo nazionale della Cgil di accantonare definitivamente l’idea dello sciopero generale e, al contrario, di fare di tutto per giungere ad un’intesa sulla produttività con Confindustria, Cisl e Uil, nel momento esatto in cui Marchionne mette in atto l’ennesimo affondo contro i lavoratori Fiat, ha davvero il sapore della capitolazione.

Il più grande sindacato italiano, nonostante le due imponenti manifestazioni del 16 ottobre e del 27 novembre e le straordinarie mobilitazioni del movimento studentesco contro il ddl Gelmini, decide di alzare bandiera bianca e rinunciare all’opposizione sociale e di massa alla politica schiavistica portata avanti dai padroni nel nostro paese. 

La centralità della vertenza Fiat 

L’attacco ai diritti dei lavoratori passa ancora una volta per il gruppo Fiat. Per di più a Mirafiori sono definitivamente crollate tutte le tesi di Cisl e Uil a sostegno della Newco (New company). Come sempre, più si concede ai padroni e più questi pretendono. Marchionne ha ribadito che non gli interessa applicare né il contratto del 2009, né le deroghe. Vuole semplicemente che “a casa sua” si faccia come dice lui, punto e basta.

Del resto, la vicenda di Mirafiori dopo quella di Pomigliano, la possibile vendita dell’Alfa Romeo alla Volkswagen, la probabile cessione di quote importanti della Ferrari a istituti finanziari, l’interessamento della Daymler per l’Iveco, l’incerto futuro della Sevel dimostrano che nel nostro paese è a rischio il futuro dell’industria automobilistica. La logica che muove Marchionne è puramente speculativa e finanziaria. La finalità è di fare cassa per ripagare i prestiti che il governo americano ha fatto per acquisire la Chrysler e soddisfare gli appetiti degli azionisti. L’obiettivo è quello di spostare il cuore della Fiat negli Stati Uniti lasciando in Italia solo qualche stabilimento.

La Fiom ha fatto bene a non accettare i diktat di Marchionne e a respingere anche la Newco per Mirafiori. Tuttavia non si possono sottacere le perplessità per quanto accaduto in questi giorni. La gravissima intervista di Airaudo (responsabile per la segreteria nazionale Fiom del gruppo Fiat) su Repubblica il 30 novembre che lasciava intendere un’ambigua disponibilità ad accettare la logica “Newco”, poi immediatamente “corretta” dall’intervento del segretario generale Landini, non è un semplice incidente di percorso. È al contrario la conseguenza di una posizione della Fiom che ad oggi si è limitata alla difensiva. Non possono che suscitare più di una perplessità del resto alcune delle proposte che, in questi giorni, sono state portate al tavolo dalla Fiom. Infatti, se, pur nel rispetto del Ccnl del 2008, ci si rende disponibili ad accettare una logica di flessibilità piuttosto pesante (dai 15 turni alla plurisettimanalità ecc.) e, soprattutto, ci si rende disponibili a discutere di regole di raffreddamento del conflitto, si aprono dei precedenti molto pericolosi.

Se giustamente ci opponiamo all’accordo di Pomigliano perchè mette in discussione il diritto di sciopero, come possiamo accettare (anzi proporre) per Mirafiori l’idea di rendere più “complicato” fare sciopero? Non possiamo ad ogni nuovo incontro sindacale fare nuove concessioni alla controparte, per di più in un contesto nel quale è evidente che la Fiat non ha nessuna intenzione di fare una trattativa vera. A Mirafiori come a Pomigliano non c’è mai stato nessun foglio bianco da cui partire per la trattativa. Marchionne pretende semplicemente di imporre la sua linea.

È assolutamente corretto sostenere, come la Fiom ha più volte ribadito, che tutta la vertenza Fiat vada gestita collettivamente e non stabilimento per stabilimento. Dobbiamo però essere conseguenti con questa linea.

Proprio perchè è in gioco il futuro dell’auto non possiamo come Fiom limitarci alla difensiva o alla non firma di questi accordi. Dobbiamo passare alla controffensiva ed elaborare una proposta strategica per il futuro dell’auto nel nostro paese. Una proposta che metta al centro non più il profitto ma, al contrario, il lavoratore, la sua condizione di lavoro, di vita, le sue competenze e professionalità. Una proposta che ponga al centro un prodotto con finalità sociali, come, ad esempio, l’auto ecologica su cui stavano studiando i compagni di Pomigliano assieme all’università di Napoli. 

Se firma, per la Cgil sarà una capitolazione 

Da parte sua, la segreteria nazionale confederale ritiene che, ad oggi, esistano le condizioni per arrivare ad un accordo con Confindustria, Cisl e Uil su un patto sociale “per la produttività”. Pertanto ritiene assolutamente non necessaria la proclamazione dello sciopero generale. Questo è il mandato che Susanna Camusso ha chiesto ed ottenuto dal direttivo nazionale Cgil del 2-3 dicembre. Diametralmente opposta è la posizione della maggioranza della Fiom e dell’area programmatica La Cgil che vogliamo. I meccanici, nel comitato centrale dell’8 novembre, e l’area programmatica, nell’assemblea del 20 novembre, hanno unanimemente chiesto alla Cgil di sospendere quel tavolo di trattative e di proclamare lo sciopero generale. Non si vede alcuna ragione per poter continuare una trattativa che non potrà portare ad altro che ad una capitolazione della nostra confederazione alla Confindustria. Del resto in un quadro nel quale padroni e governo stanno distruggendo il contratto nazionale di lavoro, stanno smantellando il diritto del lavoro così come si concretizzò nelle lotte degli anni ’70 (vedi collegato lavoro), stanno tentando di smantellare lo statuto dei diritti dei lavoratori (vedi la proposta di Sacconi di introdurre lo Statuto dei lavori), cosa mai potrà produrre un tavolo sulla “produttività”? Se la Cgil davvero firmerà questo Patto sociale non farà altro che sancire nei fatti il suo “rientro nei ranghi”. Volenti o nolenti, accettando anche solo di discutere di un tema come la produttività dei lavoratori (ovvero di come aumentarne ancor più lo sfruttamento andando a toccare i ritmi, le flessibilità e gli orari), la Cgil si sta apprestando a firmare quello che non aveva firmato nel 2009. Un modello sociale e contrattuale basato sull’iper-sfruttamento dei lavoratori in nome della “produttività” cioè del profitto dei padroni. 

Organizziamo l’opposizione alla deriva della Cgil 

La gravità ed il precipitare di questa situazione implicano la necessità per la Cgil che vogliamo di andare oltre le semplici risoluzioni o i documenti presentati ai comitati direttivi nazionali.

“Dobbiamo sviluppare l’iniziativa della nostra area programmatica che deve vivere sia all’interno dell’organizzazione che all’esterno nel rapporto coi delegati, coi lavoratori e le lavoratrici” ha detto giustamente Rinaldini a conclusione della sua relazione all’assemblea nazionale dell’area il 20 novembre. L’area programmatica deve organizzare l’opposizione in Cgil ad ogni livello e portare avanti una battaglia senza quartiere contro chi vuole capitolare ai diktat di Confindustria. Ma è proprio su questo terreno che emergono i principali limiti e contraddizioni dell’area stessa. Da un lato la debolezza si esprime nella totale assenza di strutturazione e presenza nei territori. Al di là della costituzione formale nei direttivi confederali e in alcune categorie, l’area programmatica per lo più non è organizzata. Quando lo è, spesso non riesce a far altro che riprodurre logiche burocratiche e di apparato. L’una come l’altra condizione rendono pressoché assente qualsiasi capacità reale di intervento. Sia nella battaglia nei direttivi contro la linea della maggioranza, sia nella capacità di organizzare e produrre iniziative di “mobilitazione” e coinvolgimento della base.

Più volte si è ripetuto che l’area non deve essere una riserva indiana o un fortino recintato ma un luogo aperto. Bene, l’apertura fondamentale la si deve fare ai delegati, ai militanti, agli iscritti che devono essere coinvolti attivamente nella costruzione di un grande movimento di opposizione all’accordo sulla produttività.

La seconda contraddizione di fondo è rappresentata dall’ambiguità di vari dirigenti nazionali dell’area programmatica, i quali nelle loro categorie non assumono comportamenti per nulla difformi da quelli del resto dell’apparato. Come possiamo rappresentare una vera alternativa all’attuale maggioranza in Cgil se in certe categorie sono gli stessi esponenti della Cgil che vogliamo a sottoscrivere certi accordi o ad adottare certi metodi nella gestione della discussione interna? Dalla Funzione pubblica alla Filt, dalla Slc alla Fisac. Nella Filcams addirittura si è arrivati all’autoconvocazione di una assemblea nazionale di delegati per mettere in discussione i metodi opportunistici ed autoritari di chi formalmente dirige l’area nazionale in categoria.

Il contesto e le condizioni per poter impedire la sigla dell’accordo sulla produttività da parte della Cgil ci sono tutte. La Cgil che vogliamo può giocare un ruolo determinante in questo senso a patto che riesca a risolvere i suddetti limiti. Questo sarà possibile se davvero prenderà corpo una battaglia di opposizione, vera e conseguente, alla linea dell’attuale gruppo dirigente della Cgil. 

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