E ORA SCIOPERO GENERALE!

È stato il colore rosso a dominare piazza San Giovanni in Laterano a Roma; soprattutto quello delle tante bandiere della sigla sindacale dei metalmeccanici, Cgil e Rifondazione comunista. Dalla folla dei lavoratori uno slogan, un grido ricorrente: “sciopero generale”!

Il 16 ottobre è stata una giornata di manifestazione che ha ottenuto molti obiettivi: il più importante di tutti è stato spingere a schierarsi.

Schierarsi non solo per aderire o meno alla manifestazione, ma anche a decidere se lavorare con tutte le proprie forze per la piena riuscita del corteo o se boicottare con tutti i propri mezzi l’evento e l’organizzazione che lo promuove, la Fiom.

Davanti al 16 ottobre e quindi davanti all’attacco portato avanti a Pomigliano verso i diritti di tutti i lavoratori non è permesso stare a guardare, si sta da una parte o dall’altra.

Dall’altra parte della barricata ci sono naturalmente Marchionne, la Fiat e Confindustria tutta. Il padronato ha lanciato un’offensiva a tutto campo, dapprima con il referendum a Pomigliano, passando attraverso il licenziamento dei delegati e degli attivisti Fiom a Melfi e a Mirafiori, fino a stracciare con Federmeccanica l’ultimo contratto nazionale del settore firmato con la Fiom. L’Ad della Fiat vuole espellere ogni opposizione dai propri stabilimenti e l’unico sindacato che tollera è quello che assomigli a un cagnolino obbediente che asseconda ogni desiderio del padrone. Bonanni e Angeletti sono ben felici di collocarsi in questo ruolo.

Anche il governo Berlusconi, uno degli esecutivi più antioperai del dopoguerra, è ben felice di andare all’attacco dei metalmeccanici. Deve però confrontarsi con un calo di popolarità evidente, che limita i suoi margini di manovra. L’esito del voto di fiducia del 29 settembre scorso è chiarissimo. Berlusconi non ha la maggioranza senza i finiani e l’Mpa, che procedono di buon accordo verso la costituzione di un terzo polo. Il declino del cavaliere è inarrestabile e nuove elezioni potrebbero essere alle porte; allo stesso tempo, solo la Lega non le teme mentre Berlusconi è terrorizzato dai sondaggi avversi. Fini necessita di tempo per fare nascere il suo partito e anche il Pd non ha fretta. Una situazione di paralisi prolungata, dove nessuno tenta un passo troppo azzardato per paura che crolli il castello di carte così faticosamente costruito, non può durare a lungo. Un governo di transizione che conformi la legge elettorale a un panorama politico in grande evoluzione (e ai voleri dei poteri forti) è un’altra delle possibilità in campo, ma appare improbabile.

Che nessuno si faccia illusioni. Un Berlusconi in crisi non sarà più tenero con i lavoratori. Il suo attuale antagonista, Fini, persegue una politica ancor più liberista. Il ciclo economico sfavorevole imporrà ancora più sacrifici di quelli degli ultimi anni, dove i lavoratori, secondo un recente studio della Cgil, hanno perso nell’ultimo decennio oltre 5.400 euro in termini di potere d’acquisto.

Una politica di sacrifici che il Pd è ben disponibile a condividere. Bersani ha appoggiato la linea Marchionne su Pomigliano e si guarda bene dall’aderire alla manifestazione del 16 ottobre. Su tutte le questioni decisive di politica interna ed estera, Pd e Pdl non si differenziano più di tanto. L’ultimo esempio è la missione in Afghanistan. Davanti all’ultimo attacco della resistenza, costato la vita a quattro alpini, La Russa propone di dotare gli aerei italiani di bombe e Fassino si dice disponibile a discuterne. E poi la chiamano missione di pace…

Nella palude che domina l’attuale politica italiana, c’è una cosa che trova il consenso unanime, o quasi: l’attacco alla Fiom e a chiunque contesti l’ordine costituito. Solo così si possono spiegare le decine di studenti fermati dalla polizia da Firenze a Palermo, dopo cortei pacifici di protesta. E in questo contesto si comprende l’offensiva mediatica di questi ultimi giorni precedenti la manifestazione. Ogni contestazione, ogni volantino, ogni scritta sui muri, che contestava Marchionne o Bonanni è stata ripresa e descritta alla stregua di atto terroristico della peggior specie da parte di tv e giornali. L’uovo marcio non fa in tempo a imbrattare la finestra della locale sede della Cisl, che subito parte la raffica di condanne verso i gesti dei facinorosi. C’è chi ha paragonato placide cittadine di provincia come Merate, Treviglio o Jesi a Islamabad. La criminalizzazione di ogni protesta, critica o dissenso è il segnale di un timore che pervade la classe dominante. La preoccupazione che attorno alla classe operaia che ritorna in prima linea, da Pomigliano e Melfi fino a Fincantieri, dopo tre decenni, si possa saldare un vero e proprio “blocco sociale”.

I segnali non mancano. Le lotte degli studenti, che sono scesi in piazza in centinaia di migliaia l’8 ottobre contro la distruzione della scuola pubblica. Al loro fianco, i ricercatori dell’università che mettono in discussione il potere di rettori e baroni. La lotta degli immigrati che hanno manifestato a Brescia e si sono ribellati a Castelvolturno non solo per un sacrosanto permesso di soggiorno ma anche per migliori condizioni di lavoro, con lo slogan “non lavoro per meno di cinquanta euro al giorno”. La resistenza del popolo No tav e No ponte, che hanno ribadito con le recenti manifestazioni di massa che non consentiranno devastazioni del proprio territorio sull’altare del profitto.

Il 16 ottobre molte di queste vertenze sono confluite all’interno della manifestazione della Fiom. Questa unità non può avere un carattere episodico ma deve essere permanente, con lo sviluppo di una piattaforma che unifichi delle mobilitazioni che hanno nemici comuni: la Confindustria e il governo. Per tale ragione lo slogan dello sciopero generale riveste una grande importanza. A questo appuntamento bisogna lavorare da subito, senza accontentarsi delle promesse dei vertici che lo rinviano a chissà quando. Allo sciopero generale bisogna lavorare ora, perché il momento è propizio e perché si inserisce nel contesto delle lotte che stanno scuotendo tutta l’Europa. Alla Grecia che ha aperto la strada si aggiunge la Spagna, dove uno sciopero generale ha bloccato il paese il 29 settembre e la Francia dove milioni di lavoratori sono scesi in piazza a più riprese e dove dopo il 12 ottobre potrebbero partire scioperi a oltranza in diversi settori. I lavoratori italiani si possono e si devono inserire in un processo di mobilitazioni a livello continentale contro i piani di austerità.

Il 16 ottobre ha segnato uno spartiacque: la classe operaia è tornata ad essere nella coscienza collettiva quel soggetto della trasformazione sociale, come dalla sconfitta dei 35 giorni a Torino nel 1980 non era più stata. Eppure lo fa ancora parzialmente priva dello strumento per attuare il cambiamento, quel partito di classe che sviluppa un’alternativa rivoluzionaria al capitalismo senza la quale ogni lotta sarà prima o poi sconfitta.

Costruire questo strumento è il compito che attende ogni comunista dal 17 ottobre in poi.

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