I precari contro la Gelmini: quali prospettive per la lotta?

Anche l’avvio di quest’anno scolastico è segnato dal clamore mediatico delle polemiche suscitate dai tagli con i quali il governo colpisce l’istruzione pubblica; le forme clamorose di protesta adottate, tuttavia, non modificano di una virgola l’agenda politica dell’Esecutivo, che – per bocca della Gelmini – ribadisce la sostanza del poderoso piano di ridimensionamento delle risorse a disposizione delle scuole statali.

Ritornare sulle cifre del piano triennale di tagli approvato dal governo nell’estate del 2008 è inutile: nel frattempo, infatti, tali cifre sono state ripetute ossessivamente da quanti hanno animato i movimenti di protesta, ma le mobilitazioni suscitate da tale indignazione non hanno piegato né Tremonti né la Gelmini. L’applicazione del piano è stata inesorabile, e solo nel corso dell’ultima estate i ragionieri del Ministero dell’Istruzione hanno definito le modalità attraverso le quali tagliare altri 40 mila posti di lavoro, fra personale docente e ATA. 

Il meccanismo è semplice: a fronte delle decine di migliaia di pensionamenti che si succedono, anno dopo anno, non viene garantito affatto il cosiddetto turn over; le nuove assunzioni, pertanto (quest’anno solo 16 mila), non corrispondo affatto alle disponibilità che si liberano. Le cattedre lasciate scoperte in questo modo sono ben più di 100 mila, su un totale di circa 700 mila: una cifra che si traduce, naturalmente, in un ricorso strutturale al lavoro precario. I supplenti, infatti, che nel 2009-2010 hanno ricevuto incarichi d’insegnamento di durata annuale (10 o 12 mesi) sono stati quasi 120 mila: a tale cifra va aggiunta quella di quanti hanno ricevuto incarichi più brevi e quella del personale tecnico e amministrativo (70 mila precari). 

In occasione della conferenza stampa d’inizio settembre la Gelmini ha fatto riferimento alla cifra complessiva dei circa 200 mila precari, ma si è guardata bene dall’aggiungere che senza il loro lavoro la scuola non potrebbe funzionare; si tratta, infatti, di 200 mila insegnanti che lavorano da molti o da alcuni anni e senza il cui impegno le scuole dovrebbero semplicemente chiudere i battenti. Ma se il lavoro di noi precari risulta indispensabile per il funzionamento del sistema scolastico a tutti i livelli (dalla scuola dell’infanzia alle superiori), per quale ragione le nostre proteste non hanno avuto alcuna efficacia in questi anni? 

Esiste innanzitutto un problema di ampiezza della mobilitazione sviluppata: al clamore mediatico, infatti, suscitato dalle proteste non ha corrisposto lo sviluppo di un’effettiva partecipazione di massa dei precari alle lotte; per dirla in altri termini, i precari più combattivi hanno saputo conquistarsi una grande visibilità, ma non sono stati in grado di trascinare sul terreno dello scontro con il ministro un numero significativo di colleghi. Inutile aggiungere che la Gelmini è apparsa perfettamente consapevole del carattere ancora minoritario delle proteste che abbiamo inscenato, e proprio per tale ragione ha potuto permettersi di ridicolizzarne il messaggio.

Con il numero degli articoli sui giornali e dei servizi in televisione, non è cresciuta di pari passo la nostra forza nelle scuole; allo stesso modo, i numerosi comitati che abbiamo costituito nei territori hanno dimostrato la capacità di mettere assieme le forze di pochi precari, quelli più consapevoli politicamente e sindacalmente, ma non sono stati in grado di funzionare come luoghi in cui si organizzasse la generalità dei colleghi delusi dalle strutture sindacali, salvo alcune eccezioni locali. 

C’è bisogno di un cambio di marcia: la visibilità mediatica non può nascondere a lungo la debolezza di un movimento che deve crescere innanzitutto nelle singole scuole; i rapporti di forza che ci stanno condannando alla marginalità si modificheranno se incrementeremo la partecipazione dei colleghi ai percorsi di mobilitazione, e se non ci limiteremo a spettacolarizzare gli stratagemmi comunicativi con i quali pretendiamo di apparire più forti e compatti di come siamo effettivamente. 

Nemmeno la gara a chi s’inventa la rivendicazione più roboante ci metterà nelle condizioni di contare di più: dobbiamo trovare, invece, il modo di mettere in campo una capacità reale d’insubordinazione collettiva, in grado di articolarsi scuola per scuola: solo a quel punto riusciremo a impedire al governo di insistere nell’elusione della rivendicazione fondamentale per cui è indispensabile continuare a battersi: un piano straordinario di assunzioni in ruolo su tutti i posti necessari nei vari ordini di scuola.  

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