Cremaschi: “Il regime di Marchionne e Confindustria”

Da Liberazione del 14 agosto

Dopo Fini, anche per la signora Marcegaglia Silvio Berlusconi penserà all’irriconoscenza. In questi due anni il suo governo ha fatto tutto il possibile per favorire le imprese. L’ultima manovra finanziaria, quella dei 24 miliardi di tagli alla spesa sociale, alla scuola, ai diritti, è stata concordata pezzo per pezzo con la presidenza della Confindustria oltreché con Cisl e Uil. Quando è sembrato che nelle maglie dei provvedimenti di Tremonti ci fosse qualche piccolo intervento sulle imprese, la signora Marcegaglia ha rapidamente contattato il governo e quei provvedimenti sono stati cancellati.

A sua volta la presidenza della Confindustria ha seguito passo passo l’impianto politico ed economico del governo. Quando questo ha dichiarato che la crisi stava finendo la Confindustria si è subito allineata, e caso unico tra i padroni europei, si è messa a diffondere ottimismo. Perché allora questa improvvisa rottura? Perché la signora Marcegaglia rompe un’intesa così cordiale? E proficua per entrambe le parti?

La prima ragione sta nell’aggravarsi della crisi. La frottola della ripresa che ci avrebbe salvato tutti si sta rivelando per quella che è. La Fed americana e la Bce di Francoforte entrambe scoprono che la ripresa è debolissima e in ogni caso non recupererà la caduta economica e sociale del passato. Per cui resta il rischio di un nuovo precipitare della crisi su se stessa. In questa situazione le misure sinora attuate da Berlusconi a favore di imprese e mercato non sono più sufficienti. Così si rilancia la parola magica: riforme. E’ bene chiarire una volta per tutte che le riforme di cui si parla in Italia e in Europa sono delle vere e proprie controriforme sociali. Non hanno nulla a che vedere con quelle che nel nostro continente si svilupparono fino alla fine degli anni Settanta, ma semmai ne sono l’esatto svolgimento al contrario. Le riforme che si chiedono sono le privatizzazioni e i tagli alla sanità, alle pensioni, alla scuola pubblica, ulteriore flessibilità e precarietà del mercato del lavoro, ulteriori riduzioni dei diritti sociali. Nella sostanza la Confindustria chiede più soldi per le imprese togliendoli dallo stato sociale e dai salari. Di tasse che colpiscano davvero la ricchezza, i patrimoni, l’evasione fiscale guai a parlarne.

Perché però la Confindustria polemizza su questo terreno con Berlusconi, quando le riforme di cui si parla fanno parte del patrimonio ideologico comune? Perché questo attacco della signora Marcegaglia che segue e probabilmente compete con quello di Montezemolo? Perché è sceso in campo Marchionne.

Non nell’arena politica diretta, come invece ha fatto Berlusconi, ma in quella, per i padroni ben più proficua, del conflitto sociale. Con il suo attacco al contratto, alle leggi, alla stessa Costituzione che ha sviluppato a partire da Pomigliano, Marchionne ha mostrato al sistema delle imprese che si può fare ben di più di Berlusconi e senza gli inutili confronti e le defaticanti mediazioni politiche. In realtà ha mostrato questo anche alla Confindustria della signora Marcegaglia. La minaccia di uscire dall’organizzazione dei padroni ha messo in riga le imprese e le ha costrette ad applicare immediatamente quel sistema di deroghe ai contratti nazionali che già era stato delineato nell’accordo separato del 22 gennaio del 2009. Così Bonanni ed Angeletti, peraltro sempre disponibili, sono stati chiamati a smantellare concretamente e subito i contratti nazionali. La signora Marcegaglia riafferma oggi una tesi che già aveva espresso. Cioè che l’unica riforma, di quelle che intende lei, finora realizzata è quella che la Confindustria Cisl e Uil hanno fatto sul sistema contrattuale. In sintesi Marchionne ha impresso una svolta a destra, in senso sociale, alla politica italiana e Berlusconi ne è rimasto in qualche modo scavalcato. La seconda ragione di questa polemica sta nella crisi politica stessa del centro destra. Con un’antica reazione di classe, la signora Marcegaglia comunica allo schieramento in cui si identifica che dividendosi così si fa gioco degli altri. La Confindustria è spaventata, giustamente, del rischio che gli stracci che volano nella maggioranza di centro destra possano alla fine capitare in faccia anche al sistema delle imprese. La presidente della Confindustria teme il crollo della casa comune che ha contribuito ad edificare ed è per questo che lancia un chiaro ultimatum a Berlusconi. Il sistema delle imprese si era rafforzato in questi anni, grazie anche a Berlusconi, e oggi pensa di avere la forza per agire anche in proprio. Un regime aziendalistico e padronale si sta affermando in Italia, l’abbiamo ben visto sulla stampa e nelle televisioni su Melfi e Pomigliano. Quindi o Berlusconi la smette e fa le “riforme”, oppure i padroni penseranno a come sostituirlo. Non è una scelta nuova. Anche nel 1994 la Confindustria ritirò la delega che aveva concesso a Berlusconi e finì per sostenere il governo Dini. Non sappiamo quale sarà l’evoluzione della crisi politica, ma due cose a questo punto dovrebbero essere chiare. Che chi pensa a sinistra di allearsi con la Confindustria per sconfiggere Berlusconi, lavora alecremente all’ennesimo suicidio della sinistra stessa. In secondo luogo è chiaro che se la Confindustria è così spaventata dal rischio di elezioni anticipate, noi che della Confindustria siamo avversari, dovremmo esserlo molto meno.

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