Riflessioni estive di un Giovane Comunista

Rilanciare la partecipazione attiva delle giovani generazioni., riprendere il conflitto sociale.

● Sono giorni di alta tensione per la politica italiana: viviamo una crisi di governo che, per i modi e gli sviluppi che sta assumendo, presenta una carica antidemocratica e immorale, non nuovi al Belpaese: osservare le sorti del governo, della nostra Repubblica, reggersi su una diatriba legal giornalistica di un appartamento a Montecarlo o su proposte di transizioni tecnocratiche, targate Confindustria-Montezemolo (chiedere a Beppe Grillo) lasciano perplessi chi, nella politica, vede ancora lo strumento con il quale modificare e ribaltare quello stato di cose, quei rapporti sociali, che impediscono al paese di svilupparsi entro criteri di giustizia sociale, entro un modello economico e di sviluppo radicalmente opposto a quello che ingabbia le nostre menti, i nostri saperi, nell’edonismo e nell’individualismo competitivo.
Non so, sinceramente, come usciremo da quest’ennesima crisi, certo è che tutto ciò che accade sta rafforzando il disgusto per la politica che milioni di italiani provano verso una classe dirigente che è incapace, o non sente l’esigenza, di ragionare sui temi che riguardano la vita quotidiana dei propri concittadini.

Questo momento storico e sociale esige una riflessione, verso quella generazione che si affaccia nel mondo precario ed incerto del lavoro, o che, terminate le scuole superiori si troverà di fronte un sistema universitario collassato da tagli e razionalizzazioni, per non parlare di chi , svolgendo gli studi superiori, si ritrova fra coetanei esclusivamente interessati al loro privato, indifferenti dell’evolversi di ciò che li circonda, annichiliti dalle parole d’ordine bellezza, successo e denaro, schiavi di quel modello di società tanto caro alle destre di governo e non solo.

● Ma cos’è la politica? Perchè ragazzi e ragazze dovrebbero continuare a passare del tempo, ore, giornate a lottare, organizzando presidi e manifestazioni, volantinando o , semplicemente, discutendo e confrontandosi per un concetto labile e astratto, mai come oggi bistrattato?
Non possiamo, non lo ritengo corretto, sprofondare il nostro essere in un individualismo così esasperato come quello di quest’ultimi anni: stiamo assistendo ad un totale disinteresse verso quella che si poteva definire come la ”cosa pubblica”; il personale è politico”, cantavano le compagne femministe negli anni delle lotte per la difesa dei loro corpi e della loro libertà di scelta, condannate e più volte denigrate da quei settori reazionari e conservatori che ora, al governo, pongono attacchi forti e decisi alle loro importanti conquiste: dalla campagna contro la pillola Ru486 al seppellimento dei feti morti nella ciellizzata Lombardia, assistiamo ad una vera e propria regressione clericale ed antistorica.

Questo ritorno al passato , naturalmente, lo si può assistere anche nel mondo del lavoro.
Niente accade per caso, centinaia di licenziati e cassaintegrati ogni giorno non sono il risultato di episodi sfortunati, causati dalla presenza di un nemico esterno; esse rappresentano il risultato di vent’anni di liberismo esasperato, dove è stato visto nel mercato una mano salvifica tale da concedere al profitto dei pochi (il grande capitale) privatizzazioni, esternalizzazioni , una totale finanziarizzazione della nostra economia , bilanciati, naturalmente, da continui tagli e delegittimazioni del nostro sistema sociale: scuola e sanità , quelle pubbliche ovviamente.
Contemporaneamente, il quotidiano attacco a cui è sottoposto il contratto collettivo dei lavoratori, garanzia minima della tutela di diritti e dignità di chi lavora, una precarietà dilagante che rende incerta perfino l’esistenza di un’intera generazione, lo sfruttamento del lavoro nero e la guerra fra poveri a cui sono sottoposti centinaia di migliaia di lavoratori migranti e non, completano il tassello di un paese allo sbando nel campo dei diritti sociali (dimenticati in Parlamento anche dall’opposizione).

Pensare che una legge può aver portato all’arresto e al fermo di 600 mila giovani con conseguenze spesso tragiche, senza che vi sia un reale pericolo del cittadino nella società (concetto per cui nacquero le prigioni) sembra inverosimile ed invece è la realtà: la Fini-Giovanardi, legge proibizionista e ipocrita sulle droghe, che equipara totalmente quelle leggere con quelle pesanti, ha causato questo, insieme ad un’altra legge riempi-carcere come quella Bossi Fini sull’immigrazione: forti con i deboli e deboli con i forti è un motto, d’altronde, tanto caro alle destre oscurantiste e reazionarie.

● Lavoro, scuola, diritti civili, non sono nient’altro che uno spunto per chiedersi se, forse, per molti giovani valga la pena di iniziare ad alzare la testa, in una società così acritica e atomicizzata.
Può essere importante, infatti, cercare nel lavoro collettivo , nella condivisione di un progetto di società, un sostegno per non accettare passivamente tutto ciò che ci viene imposto in una logica puramente d’asservimento ai poteri forti , sguazzanti negli sfizi concessi loro da un sistema asservito completamente al capitale ed al potere finanziario.

Occorre, per questo, ridare il giusto significato alla parola politica: guai a unirla con quei politicanti, in doppiopetto, che si riempiono la bocca di belle parole mai seguite da fatti concreti, guai a legarla con la ricerca di un interesse per il singolo; a mio avviso, la politica reale, è tutto ciò che riconduca alla militanza , alla passione e alla forza delle idee, praticata nelle strade e nelle piazze ogni giorno, fuori dai luoghi di lavoro e dalle nostre scuole ed università pubbliche, incontrando quei soggetti sociali che un partito di sinistra deve conoscere e rappresentare.
I Giovani Comunisti, in tutta Italia,  perseguono questo modello di politica: nel lecchese abbiamo svolto, e continueremo a farlo, esperienze e laboratori concreti che vadano a ridare alla politica quel significato reale che le deve spettare: condivisione di un lavoro pratico contemporaneo alla stesura di uno sbocco politico a cui affacciarsi.

Il lavoro militante, costante, a volta anche sacrificio, va, infatti, nella direzione di poter stendere un progetto condiviso di società, un motivo per non cedere alla passività che si cela di fronte ad un totale tuffo nell’isolamento sociale.
Da ognuno secondo le proprie capacità, a ognuno secondo i propri bisogni”: stare costantemente , settimanalmente, fuori dalle fabbriche del territorio, ritrovando un confronto reale ed alla pari con chi lavora è la vera politica, il motore da cui ricercare un’uscita dal basso ed a sinistra a questa crisi; creare un mercatino del libro dopo anni di battaglie a difesa della scuola pubblica, per sostenere le famiglie contro il carolibri , per continuare a ribadire l’importanza di una scuola pubblica, di qualità ed accessibile a tutti; ribadire e rivendicare le nostre radici antifasciste, per una reale conoscenza del nostro passato, di quelle radici di classe che hanno provocato un ventennio (e non solo) di genuflessione verso i dettami e le paure della grande borghesia di quel tempo; ribadire e battersi per l’importanza della laicità di uno stato, ormai clericale e ipocrita, alla pari dei peggiori Fanfani e Andreotti.

● La stampa e le televisioni sono gestite da poteri forti trasversali, vicini, perché finanziati, a Confindustria, al Vaticano, al Premier (ma, va detto, non solo); essi cercano di eliminare dalla visione collettiva tutti quei contrasti e le ingiustizie sociali descritte precedentemente, conseguentemente i partiti di sinistra del nostro panorama politico.
Il conflitto sociale. Non rappresenta nient’altro che il tentativo di ricomporre tramite la mobilitazione e la partecipazione attiva, l’unico modo per risolvere le contraddizioni presenti nella nostra società dalla parte delle fasce sociali ed economiche più deboli, chi lavora, chi fa fatica ad avere un reddito dignitoso, chi studia negli istituti pubblici.
I giovani devono porsi delle domande, continuare a farlo e cercare nell’esperienza e nella pratica quotidiana uno stimolo per affrontare con determinazione e conoscenza le sfide sociali prossime, perché sta a noi il compito di rappresentare quell’humus culturale da cui potrà discernere un futuro migliore; continuo a credere che vale la pena porsi quesiti, anche se scomodi e con risposte il più delle volte negative.
Per questi motivi la politica deve tornare a rappresentare una speranza per noi giovani, perchè tramite la passione e le speranze ci faccia continuare a sognare e lottare, perché come sostenuto da un grande rivoluzionario comunista, “chi lotta può perdere, chi non lotta ha già perso”.

Una giovinezza , una vita, senza domande differenti dal che locale visitare, dal quale squadra tifare, dal quale pantalone indossare per la serata,  è , a mio avviso, una vita da struzzo.

Alessandro Marcucci – GC Lecco

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