Fiat, partecipò al presidio a Pomigliano: licenziato operaio di Termoli

La notizia è rimbalzata a livello nazionale in pochi minuti. Giovanni Musacchio, lavoratore 32enne di Portocannone della Fiat Powertrain, è stato licenziato dall’azienda per aver partecipato alla protesta di Pomigliano d’Arco, nella famosa giornata del 22 giugno scorso, nella quale si è svolto il referendum sul tanto contestato piano di investimento proposto da Sergio Marchionne. La notizia è stata comunicata a Musacchio – componente del coordinamento provinciale dello Slai Cobas, e tra l’altro nipote di Stefano Musacchio, anche lui lavoratore licenziato tempo fa per aver esposto in fabbrica la bandiera della pace e poi reintegrato dopo il ricorso mentre stava entrando nei cancelli dell’impianto per cominciare il turno di lavoro nell’unità cambi, dove lavorava da 12 anni.

«E’ inammissibile, un atto gravissimo di repressione – commenta Andrea Di Paolo, rsu di stabilimento e coordinatore provinciale dello Slai Cobas – gli è stato contestato di aver utilizzato un permesso per accudire la figlia, e di essere stato presente alla manifestazione, insieme alla delegazione che era partita al mattino. Musacchio aveva assolto i suoi impegni, motivati con tanto di certificato medico, ci ha raggiunti il pomeriggio a Pomigliano per il presidio. Alla comunicazione sono state allegate anche le fotografie prese da Repubblica, come prova della sua presenza davanti ai cancelli dell’impianto di Giambattista Vico».

«Sono giornate intense di scioperi interni e di assemblee, per esprimere il nostro dissenso contro il piano Marchionne e per il mancato premio di produzione – aggiunge Di Paolo – ci sentiamo osservati, non siamo né terroristi né delinquenti, noi ci alziamo la mattina per lavorare, non ci si può attaccare alla vita privata dei dipendenti. E’ un episodio gravissimo, ignobile verso le maestranze. Ora stiamo facendo una quadra della situazione, insieme al coordinamento nazionale». Prima del licenziamento di Musacchio, a livello nazionale altri due operai sono stati sospesi dal lavoro altr 3 operai a Melfi due dei quali delegati Fiom e un impiegato di Mirafiori, componente della Cgil. Dopo l’ennesimo icenziamento crese la tensione tra il Lingotto e i sindacati.Intanto il coordinamento nazionale della Fiom ha proclamato uno sciopero di 2 ore per venerdì 23 luglio in tutti gli stabilimenti e ha organizzato per il mercoledì seguente un incontro in piazza Montecitorio con i gruppi parlamentari e le forze politiche per «denunciare il clima antidemocratico e intimidatorio in Fiat». Le modalità, informa una nota, saranno gestite a livello di stabilimento. “La Fiat”, si legge nel comunicato, ”ha deciso di distribuire centinaia di milioni agli azionisti e di aumentare del 40% i compensi ai massimi dirigenti. Alle lavoratrici ed ai lavoratori, con salari già bassi, non vuole dare niente”. Tre le rivendicazioni della Fiom: ”la corresponsione immediata di una cifra non inferiore quella dell’anno scorso 600-800 euro) a tutti i dipendenti, anche a quelli in Cassa integrazione; il ritiro dei licenziamenti a carattere intimidatorio a Melfi e a Mirafiori; l’apertura di un negoziato sulle prospettive industriali e occupazionali del Gruppo connesse alla costituzione di due società (Auto e Fiat Industrial), respingendo la strategia perseguita a Pomigliano di contrapporre lavoro e diritti”

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