Morti di Reggio Emilia uscite dalla fossa! Fuori a cantar con noi “Bandiera Rossa”!

23 marzo 1960: L’incarico di costituire il nuovo governo viene affidato a Fernando Tambroni. Tambroni era uno dei tanti fascisti, fu cnturione della Milizia contraerea ad Ancona, che nel convulso triennio 1943-1945 abbandonò il PNF per iscriversi alla Democrazia Cristiana. Dopo la Liberazione fu addirittura  eletto deputato della DC all’Assemblea Costituente e fu rieletto in questa carica alle elezioni politiche del 1948, 1953 e 1958. Il suo governo ottiene la fiducia il 4 aprile con 300 sì e 293 no. Determinanti i voti di 24 missini e 4 indipendenti di destra. Nel maggio del 1960 L’MSI ottiene l’avallo del governo sulla scelta di Genova (città “partigiana”, già medaglia d’oro della resistenza) come sede del congresso del partito missino. Le reazioni d’indignazione furono molteplici e la tensione in tutto il paese provocò una grande mobilitazione popolare. L’allora Presidente del Consiglio, Fernando Tambroni, da buon democristiano, diede libertà di aprire il fuoco in “situazioni di emergenza” ed alla fine di quelle settimane drammatiche si contarono undici morti e centinaia di feriti. Queste drammatiche conseguenze avrebbero costretto alle dimissioni il governo Tambroni.

La sera del 6 luglio la CGIL reggiana, dopo una lunga riunione, proclamò lo sciopero cittadino. La prefettura proibì gli assembramenti, e le stesse auto del sindacato invitarono con gli altoparlanti i manifestanti a non stazionare durante la manifestazione. L’unico spazio consentito, la Sala Verdi che aveva una capienza di 600 posti, era troppo piccolo per contenere i 20.000 manifestanti. Un gruppo di circa 300 operai delle Officine Meccaniche Reggiane decise quindi di raccogliersi davanti al monumento ai Caduti, cantando canzoni di protesta.

Alle 16.45 del pomeriggio una carica di un reparto di 350 poliziotti al comando del vice-questore Giulio Cafari Panico, investe la manifestazione pacifica. Anche i carabinieri, al comando del tenente colonnello Giudici, partecipano alla carica.

Incalzati dalle camionette, dalle bombe a gas, dai getti d’acqua e dai fumogeni, i manifestanti cercano rifugio nel vicino isolato San Rocco, “dove c’era un cantiere, ricorda un protagonista dei fatti, Giuliano Rovacchi. Entrammo e raccogliemmo di tutto, assi di legno, sassi…”. “Altri manifestanti, aggiunge Zambonelli, buttavano le seggiole dalle distese dei bar della piazza”. Respinti dalla disperata sassaiola dei manifestanti, i celerini impugnano le armi da fuoco e cominciano a sparare: “Teng-teng, si sentiva questo rumore, teng-teng. Erano pallottole, dice Rovacchi, e noi ci ritirammo sotto l’isolato San Rocco. Vidi un poliziotto scendere dall’autobotte, inginocchiarsi e sparare, verso i giardini, ad altezza d’uomo”.

Sul selciato della piazza caddero:

Lauro Farioli (1938), operaio di 22 anni, orfano di padre, sposato e padre di un bambino.

Ovidio Franchi (1941), operaio di 19 anni, il più giovane dei caduti.

Marino Serri (1919), pastore di 41 anni, partigiano della 76a, primo di sei fratelli.

Afro Tondelli (1924), operaio di 36 anni, partigiano della 76a SAP, è il quinto di otto fratelli.

Emilio Reverberi (1921), operaio di 39 anni, partigiano nella 144a Brigata Garibaldi era commissario politico nel distaccamento “G. Amendola”.

Afro Tondelli

Lauro Farioli

Marino Serri

Ovidio Franchi

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