L’ASSESSORE DADATI ATTACCA I LAVORATORI DELLA BADONI E DELLA QUINTON!

Riportiamo l’articolo apparso oggi su “La Provincia di Lecco” con cui l’assessore provinciale per il lavoro, Fabio Dadati, attacca i lavoratori della Quinton, della Badoni e i sindacati; Riportiamo la replica dei lavoratori della Badoni e quella di noi Giovani Comunisti…

«Le occupazioni di fabbrica non porteranno a nulla, si torni a dialogare in modo serio», non usa mezzi termini l’assessore provinciale al lavoro Fabio Dadati nella valutazione dell’assemblea permanente alla Quinton Hazell di Colico.
Dadati ricorda ai rappresentanti dei lavoratori che con l’occupazione della fabbrica di Colico, la multinazionale proprietaria della Quinton potrebbe ripensarci e chiudere gli spiragli di dialogo: «Al tavolo della trattativa i vertici della Klarius sono stati chiari e non hanno lasciato alcun margine di speranza, hanno annunciato la decisione di chiudere lo stabilimento di Colico e così faranno al di là di qualsiasi manifestazione. Quindi nessuna occupazione di fabbrica, nessuna protesta, visita istituzionale, telecamera o sceneggiata potrà far cambiare idea agli amministratori della Quinton Hazell, tanto più perché i soci hanno deciso di non firmare il bilancio 2009 finché l’azienda non verrà messa in liquidazione».
Proprio in seguito a questo annuncio i sindacalisti Pierangelo Arnoldi della Fim e Mauro Castelli della Fiom avevano deciso di posticipare il tavolo della trattativa in Confindustria per informare i dipendenti e decidere insieme di occupare lo stabilimento: «Ma questa decisione non fa altro che illudere i lavoratori. Devono capire di non avere alcuna possibilità di rimanere all’interno di quella fabbrica, che la Quinton Hazell non ha alcun futuro. Però l’azienda ha dato la disponibilità a discutere, a scegliere una strada condivisa e credo sarebbe utile accettare questa disponibilità prima che, risentita dalle enormi polemiche che questa vicenda sta suscitando, possa ripensarci. Ho proposto alle parti di aprire un percorso di cassa integrazione straordinaria di un anno, cui seguirà una procedura di mobilità. Ho inoltre attivato l’unità di crisi per predisporre i corsi di formazione e reinserimento al lavoro andando in contro ai bisogni dei lavoratori. Insomma, torniamo con i piedi per terra».

La replica dei lavoratori della Badoni di Costamasnaga

Egregio Assessore, in riferimento alle ultime dichiarazione da lei rilasciate al quotidiano “La Provincia di Lecco”  in data 10/05/2010, riteniamo doveroso replicare, da queste pagine, al suo irresponsabile tentativo di screditarel’impegno sin qui profuso da parte dei Sindacati, dell’Amministrazione Comunale di Costa Masnaga e di noi lavoratori, nel merito della vicenda Badoni-Costameccanica.

Tale tentativo, noi riteniamo, non può che essere considerato come la deliberata ed arbitraria decisione, da parte sua, di rispettare ossequiosamente una evidente volontà politica che le impone di obbedire ad interessi che sono altri rispetto a quelli di un gruppo di persone che sta perdendo il proprio posto di lavoro.

Ricorderà sicuramente come lunedì 19 aprile u.s., presso la Sede Sindacale Unitaria di Lecco, ha avuto luogo un incontro, indetto dalle Organizzazioni Sindacali Provinciali, a cui sono intervenuti diversi esponenti delle forze politiche locali unitamente al Sindaco di Costa Masnaga. Tutti i presenti hanno preso l’impegno di adoperarsi, ognuno nei limiti delle rispettive competenze, affinché venisse riaperto il tavolo della trattativa per la cessione della Badoni-Costameccanica.

Si figuri il nostro sconcerto quando, in tale occasione, abbiamo appreso come lei, in contraddizione alla posizione assunta dal resto delle Istituzioni, nella giornata di venerdi 16 aprile avesse invece già dichiarato di aver recapitato una lettera al Sindacato Provinciale dove comunicava che “il signor Bonfanti non intendeva proseguire la trattativa e che pertanto l’iniziativa in essere al tavolo di confronto istituzionale era da ritenersi conclusa”.

In tale comunicato lei dichiara, di fatto, di volersi “chiamare fuori”, rinunciando così a mantenere un ruolo attivo nei riguardi del tavolo della trattativa. E’ in questa occasione, e con questa sua dichiarazione, che lei ha fatto in modo di “isolarsi”: il suo accanirsi nel sostenere che sia stato il Sindacato ad “emarginarla” è assolutamente falso e privo di qualsiasi riscontro oggettivo.

Le sue parole sono lì a dimostrarlo.

Noi lavoratori, inoltre, reputiamo che l’atteggiamento “blandamente istituzionale” con cui ha affrontato tutta la vicenda, sia risultato, in effetti, essere ben al di sotto del limite dei doveri che il suo ruolo di Assessore Provinciale al Lavoro le impone. Forse il paragone risulterà essere fin troppo abusato, tuttavia riteniamo appropriato accostare la sua figura a quella di un novello Ponzio Pilato che, non appena ne ha intravisto la possibilità, ha deciso, senz’indugio alcuno, di “lavarsene le mani”, snaturando e sminuendo quello che, a tutti gli effetti, avrebbe dovuto essere il peso del ruolo che una carica come la sua impone.

Prendere semplicemente atto, come lei ha fatto, di quella che è la decisione di solo una delle parti in causa, significa avallare la scelta di intraprendere una strada che porterà irrimediabilmente alla perdita di una ulteriore porzione del capitale industriale locale. Ciò significa prendere le difese di chi si arroga il diritto di decidere, con prepotenza e spudorata arroganza, di fare morire una risorsa insostituibile, ed al contempo altamente qualificante, del territorio lecchese.

L’accondiscendente deferenza con cui ha deciso di obbedire a questo “dictat” è inaccettabile.

Lei, proprio per il ruolo che ricopre, non può esimersi dal mantenere fede al principio secondo il quale le Istituzioni devono essere dichiaratamente “di tutti e per tutti”, evitando di asservirsi indiscriminatamente alle necessità del potente di turno e privilegiando, al contrario, chi si trovi in una posizione svantaggiata.

In riferimento alla cordata di imprenditori interessati all’acquisto dell’azienda, il quotidiano “La Provincia di Lecco” del 24 febbraio u.s. cita questa sua dichiarazione: “Per una volta abbiamo a che fare con un’azienda sana, con imprenditori validi ed interessati all’attività industriale e non all’area per speculazioni edilizie. Faremo di tutto per portare a buon fine questa operazione”.

Noi lavoratori della Badoni-Costameccanica di fronte a queste sue parole, le domandiamo come abbia potuto stravolgere completamente quelle che erano le sue dichiarazioni di intenti, arrivando infine a negare quanto affermato in maniera così energica all’inizio delle trattative per la cessione dell’azienda. La lettera spedita ai Sindacati ne è testimone: come ha potuto capovolgere completamente le sue opinioni in merito?

Cosa rimane di tutti i suoi iniziali propositi?

Occorre forse rammentarle come il suo predecessore, Alfredo Marelli, negli anni 2002/2003, nel merito della questione Costameccanica Spa, ricevette in carico la gestione di una situazione ben più problematica di quella attuale.

Occorre ricordarle come quest’ultimo seppe affrontare, con ben altro vigore, tutte le difficoltà e le complicazioni che gli si fecero innanzi. Con l’aiuto delle parti sociali, delle forze politiche e del Sindaco di Costa Masnaga riuscì nell’intento di salvare 350 posti di lavoro, con la conseguente ricaduta di benefici che una operazione del genere ebbe sul territorio intero.

Siamo a conoscenza del fatto che lei, nelle sue funzioni di garante delle parti, ha avuto modo di approfondire, con il gruppo interessato all’acquisto, la reale consistenza economica dell’operazione di acquisizione. Lei ha quindi potuto verificare la fattibilità di un concreto e progressivo sviluppo industriale che non verrebbe limitato al semplice consolidamento della situazione attuale: è stabilito infatti che ci sono le basi per un importante incremento occupazionale (fino a 60 dipendenti nel volgere di due/tre anni), con un innesto immediato di nuovi lavoratori in sostituzione dei pensionamenti previsti per i prossimi mesi/anni. Non ultimo sappiamo che ha avuto anche l’occasione di capire e di valutare in maniera imparziale, approfondendone la conoscenza, chi siano le persone componenti il gruppo di acquirenti: le rammentiamo che, proprio in ragione di ciò, ha più volte affermato di avere a che fare con “imprenditori validi ed interessati all’attività industriale”.

È a dir poco sconsolante, quindi, dover constatare come, di fronte alla manifesta prospettiva di un incremento occupazionale che qualificherebbe ulteriormente il nostro territorio, lei decida di venire meno ai suoi doveri, irridendo spudoratamente chi è quotidianamente impegnato nella difesa del posto di lavoro ed accusando di “fare sceneggiate” chi è costretto a drammatiche forme di lotta come extrema ratio per la difesa dei propri diritti.

E’ decisamente miserevole vederla baloccarsi in un alternarsi di dichiarazioni e di relative smentite che hanno il solo scopo di accontentare chi, evidentemente, sta indirizzando le sue azioni.

Infine, in merito alla sua recente dichiarazione secondo la quale il Sindacato sta assumendo un atteggiamento di “chiusura”, le facciamo notare che il comportamento tenuto dalle parti sociali non è una dimostrazione di chiusura ma al contrario una chiara manifestazione di profonda coerenza; un termine questo che, innegabilmente, manca dal suo vocabolario.

I Sindacati, e noi con loro, lottiamo affinché non si affermi l’idea che se si vuol chiudere una fabbrica lo si possa fare, sempre e comunque, in bonis compensando, al limite, i lavoratori con una serie di ammortizzatori sociali che sono comunque già un nostro diritto acquisito.

Le fabbriche devono rimanere aperte, il capitale umano e tecnologico deve rimanere integro, vivo e presente sul territorio.

Forse a lei risulterà di difficile comprensione ma noi siamo del parere che chi decide di lottare può anche perdere, ma chi decide di non lottare ha già perso in partenza.

Noi non abbiamo l’intenzione di rassegnarci ad un futuro fatto di licenziamenti, precarietà, insicurezza; continueremo imperterriti nella nostra lotta, procedendo determinati nel solco della linea intrapresa. Questo lavoro, il nostro lavoro, rappresenta il futuro per tutti noi e per tutti quelli che arriveranno dopo di noi: lei, di questo deve esserne consapevole.

Distinti saluti.

I lavoratori Badoni-Costameccanica

Infine la nostra replica di carattere politico, che abbiamo già inviato alla stampa:

“come in cielo così in terra…” recita una popolare preghiera della tradizione cristiana; come a Roma così a Lecco, sembra suggerire la sentenza di irresponsabilità e di inutilità con cui l’assessore provinciale al lavoro Fabio Dadati bolla inesorabilmente i tentativi di lotta per tutelare il posto di lavoro dei lavoratori di alcune realtà produttive in crisi nel lecchese.

A Roma il governo delle destre, con i voti del PDL e della Lega, porta avanti pesanti attacchi contro l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori (che il Signor Dadati non si dimentichi, è stato strappato con le lotte, dai lavoratori italiani nel ’68) mediante il famigerato collegato lavoro, il DDL 1167-B, da cui per il momento ci siamo difesi, che annulla il potere contrattuale dei lavoratori introducendo il famigerato arbitrato e molto altro; prima ancora gli attacchi e il tentativo, riuscito, di dividere i sindacati sulla firma di piattaforme contrattuali ampiamente peggiorative, nella retribuzione e nelle condizioni di lavoro, per i lavoratori.

Di fronte alla peggiore crisi economica dal 1929 questo Governo fa gli interessi di confindustria cercando di abbattere le tutele del lavoro per mantenerne basso il costo e consentire al profitto degli industriali di restare alto.

A Lecco l’assessore Dadati, coerentemente, si scaglia contro il tentativo dei lavoratori di difendere il proprio futuro; il ritornello è vecchio: forme di lotta troppo dure non servono a nulla perché chiudono gli spiragli di disponibilità dei vertici delle aziende, quindi bisogna mediare, accettare il poco che si riesce ad ottenere e ogni atteggiamento combattivo dei lavoratori è controproducente e il sindacato che li appoggia è irresponsabile perché li conduce al macello.

Ci riesce impossibile non vedere, dietro la facciata di argomenti che suonano solo falsamente ragionevoli, una coerente politica di diffamazione, disarmo e indebolimento dei lavoratori e dei sindacati che si pongono al loro fianco, che dal centro si irradia fino a noi.

A noi, ad essere realmente irresponsabili e controproducenti sembrano essere le dichiarazioni di Dadati che hanno come effetto quello di umiliare la dignità dei lavoratori, diffamare i sindacati e isolare le loro lotte dall’appoggio dell’opinione pubblica.

Le lotte di chi rivendica lavoro e dignità hanno bisogno di diventare le lotte di tutta la società civile e le parole di chi, istituzionalmente, avrebbe il dovere di sostenere politiche di occupazione nel territorio, hanno invece l’effetto gravissimo di disorientare i lecchesi e di creare attrito e incomprensione fra la cittadinanza e i lavoratori in lotta.

Le politiche di arrendevolezza e di compromesso a priori hanno avuto l’effetto, visibile a tutti, del progressivo ridimensionamento delle realtà produttive a Lecco e provincia. In 15 anni fabbriche sono state chiuse, altre hanno visto  ridimensionarsi di più della metà dei loro organici e non ci risulta che istituzionalmente alcunchè sia stato fatto per creare occupazione, magari investendo su progetti di riconversione produttiva verso settori maggiormente aperti al mercato delle aziende in crisi; gli unici che si prendono la briga di proporre progetti che aprano futuro alle realtà lecchesi sono gli operai stessi come fecero, restando inascoltati, alla Riello, come hanno fatto e stanno facendo alla Leuci , sperando in maggior fortuna.

Una lotta per tutelare il lavoro che si rispetti ha bisogno di essere fatta attorno ad un progetto futuribile; ma credere che solo con argomenti ragionevoli o peggio ancora con l’arrendevolezza si possa indurre una realtà economica che ha come scopo il profitto e l’aumento di capitale a guardare avanti rinunciando ad una fetta di profitto per investirlo  nel futuro per il bene dei lavoratori e, in ultima analisi, del territorio è illusorio o peggio. E’ più semplice spostare la produzione dove il lavoro costa meno.

E se i lavoratori lottano per difendere il posto di lavoro è perché sanno di essere con le spalle al muro, sanno di non avere alternative perché qualche anno di cassentegrazione non risolve il problema di un futuro di precarietà e povertà. Certo forse è un punto di vista in cui, chi non deve mai preoccuparsi del domani, fa fatica ad immedesimarsi ma con uno sforzo di immaginazione forse…

Giovani Comunisti, Partito Rifondazione Comunista

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One thought on “L’ASSESSORE DADATI ATTACCA I LAVORATORI DELLA BADONI E DELLA QUINTON!

  1. Che pretese questi impoveriti!
    Ma non lo sanno che c’è la crisi?
    La festa è finita, si mettessero bene in mente che è giunto il momento di fare grossi sacrifici!
    La ricchezza prima si crea e poi (forse) si distribuisce.

    E non è certo in una fase di recessione che si può distribuire ricchezza, d’altra parte nemmeno in una fase di espansione poiché ciò frenerebbe lo sviluppo.
    E imparate una buona volta i rudimenti dell’economia …
    (fabietto d.)

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