1 marzo: GIORNATA ANTIRAZZISTA

di Stefano Galieni

Ormai da tempo, spesso ignorate dai grandi circuiti mediatici, forme di associazionismo migrante e antirazzista stanno riprendendo piede nei territori. Si tratta di un mondo frammentato, che solo occasionalmente e grazie a un lavoro paziente – come si è fatto per la manifestazione del 17 ottobre scorso – riesce a creare percorsi comuni, ad aprire contraddizioni in un Paese in cui razzismo istituzionale e popolare sembrano spesso fondersi.

La giornata del primo marzo, nata in maniera virtuale su un social network si è rapidamente trasformata in piccole – grandi articolazioni territoriali, in cui vecchio e nuovo antirazzismo, hanno cominciato a dialogare. Si stanno incontrando soggetti diversi. Da una parte le forme avanzate di auto organizzazione degli immigrati, le associazioni antirazziste, i centri sociali, alcune realtà sindacali e le varie frammentazioni della sinistra radicale, dall’altra i volti nuovi di autoctoni e immigrati che cominciano ad indignarsi di fronte a politiche governative ormai improntate al più becero razzismo. Sono diversi sia gli approcci che i linguaggi, fortemente politicizzati e abituati a porsi sul terreno della vertenzialità conflittuali i primi, più etici e connessi alla necessità di vivere in una società basata su giustizia ed eguaglianza, i secondi.

Sullo sfondo, come ragione materiale che ha da una parte favorito il consenso al razzismo e contemporaneamente una reazione i cui frutti potrebbero sorprendere, la crisi economica e occupazionale. Conta il fatto che in Italia esistono, regolarmente residenti, oltre 4.500 mila persone, (il 7,2% della popolazione intera, oltre il 16% di quella in attività lavorativa), la cui vita è perennemente a rischio. Con pochi o scarsi diritti ed una infinità di obblighi e oneri da assolvere, confinati in città in cui si producono ordinanze per limitarne le libertà personali, vessati anche sul lavoro ( a parità di mansioni guadagnano il 21% in meno di un autoctono), producono quasi il 10% del Pil ma vivono, in gran parte, senza garanzie per il futuro. Per una lavoratrice o un lavoratore migrante, grazie alla legislazione vigente, l’espulsione dal ciclo produttivo porta, dopo soli 6 mesi all’espulsione dal territorio nazionale, braccia sfruttate magari da 20 anni che all’improvviso non servono più, nuclei familiari cresciuti in un paese che li sta per cacciare.

E sotto ancora, l’esercito dei circa 900 mila irregolari, passibili del “reato di clandestinità” elemento fondamentale di quel 19% di economia sommersa con cui si convive. E quindi le due reazioni: da una parte chi considera queste donne e questi uomini come concorrenti al ribasso da eliminare, pericolo da allontanare, dall’altra chi invece comincia a rendersi conto di quanto l’erosione dei diritti sia una fenomeno progressivo di ricatto padronale che investe tutte e tutti. Nella loro profonda diversità i fatti di Via Padova a Milano e la ribellione di Rosarno, ci indicano cosa potrebbe accadere se si continuasse in una strada senza ritorno. Essere più spesso e in maniera più convinta partecipi di una fondamentale ricomposizione di classe che non riguarda solo il lavoro ma la modalità di intendere la vita, lo spazio pubblico, una nuova idea di cittadinanza, è fondamentale. Essere nelle piazze non solo il primo marzo ma ogni volta che governo nazionale o amministrazioni locali, riaffermano con la forza della legge, la subalternità giuridica ed esistenziale del migrante, costruire insieme società meticcia capace di praticare radicale opposizione significa dare e darci una opportunità di futuro.

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