L’ENERGIA DEGLI OPERAI, le manganellate del governo!

Caricato il corteo a Roma dei lavoratori veneti e sardi. La multinazionale sospende il ricorso alla Cigs
Volevano solo sfiorare l’ambasciata americana che intravedevano lungo il percorso del corteo. L’azienda che li ha spremuti e vorrebbe sbatterli in mezzo a una strada, infatti, è una multinazionale Usa. Ma quando hanno provato a svoltare su Via Bissolati la polizia «è impazzita, come giovedì», racconta un giovane operaio di Portovesme. E insiste a dire «la polizia, non i carabinieri o la guardia di finanza, con quelli ci mangiamo insieme».

L'”eroe del giorno” sembra essere il funzionario di polizia che ha dato il via alle danze quando ha spaccato la radio d’ordinanza in testa ad un delegato Cisl che provava ad allentare la tensione degli operai. «Un poliziotto ha anche perso la pistola, è restata a terra per lunghi istanti – continua il racconto – nessuno voleva raccoglierla per paura di prendersi una revolverata. Poi un altro delegato l’ha presa e riconsegnata all’agente che l’aveva perduta. Mica siamo terroristi!». Non sono terroristi ma per ciascuno di loro, a Piazza Berberini, ci sarà un robocop in tenuta antisommossa. Dopo la carica i 500 operai Alcoa, in maggioranza sardi per il resto veneti di una fabbrica sorella, aspetteranno per sei ore l’esito della trattativa al ministero delle attività produttive. Scajola non c’è, ma era scontato. Tra loro bandiere di Rifondazione (tra i contusi anche il responsabile “partito sociale”, Piobbichi) e del Pcl, tutti i 23 sindaci dell’Iglesiente. Si faranno vedere Di Pietro e Epifani, Ferrando, arriva la solidarietà dall’Eutelia e da Paolo Ferrero, segretario Prc: «Perché agli operai si risponde solo con i manganelli?».
Intrappolati dalla blindatura della piazza, gli operai cominciano a battere i caschi sul selciato e poi sul bronzo della “Continuacion” di Jimenez Deredia, la statua ultramoderna che fronteggia la fontana del Tritone di Bernini. Un giovanissimo operaio si arrampica sulla testa della Continuacion, passamontagna sul volto a segnare l’invisibilità operaia in questa crisi globale. I più giovani, specialmente, non ci stanno ad aspettare dentro l’assedio l’esito di una trattativa in ritardo e falsata in partenza dalla mossa a sorpresa della multinazonale. L’Alcoa, ieri sera, ha annunciato la cassa integrazione straordinaria che, per quel tipo di lavorazioni, vuol dire l’anticamera della chiusura. La memoria degli ultimi quindici anni, nel Sulcis come a Marghera, è un rosario di nomi di fabbriche chiuse. Molti i leggono ancora sui caschi che sbattono all’unisono sul selciato. Troppi pennarelli hanno aggiunto il prefisso “Ex” accanto a quei nomi. A Fusina, Marghera, la terra intorno alla fabbrica, si dice, è già stata venduta. Fa gola all’Enel con quel prezioso sbocco sul porto. Il 25% dei forni sono stati chiusi col metallo dentro ancora da aspirare. I veneziani sembrano i più scettici. La multinazionale, in 13 anni, ha venduto, delocalizzato, chiuso.

Le maestranze si sentono immischiati in affari poco chiari se è vero che le lamiere delle centrifughe iraniane per l’arricchimento dell’uranio pare che provengano da una multinazionale Usa che opera in Italia.
I ragazzi, intanto, provano a forzare l’assedio verso via del Tritone: «Che c’entra la polizia?! – si sente urlare, noi non ce l’abbiamo con la città di Roma! che ci state a fare?». Un dirigente di piazza prova a fermare i suoi uomini in borghese che provocano apertamente i manifestanti, i carabinieri si schierano dal lato del cinema. Volano un paio di sedie d’alluminio di un “kebabbaro”. Chissà se è lo stesso alluminio che producono questi operai per mille euro al mese, chi fa i turni arriva a milleduecento.
«Il tempo della riconversione nel Sulcis è scaduto – spiega un lavoratore con la barba già grigia – la lobby del “primario” ha imposto lavorazioni ad alto impatto ambientale. Il nostro territorio è una pattumiera». E’ lo stesso territorio dove i minatori, più di un decennio fa, gridavano «meglio sottoterra che senza lavoro in un’Italia di merda». Riprende uno dei più giovani, 25 anni, da sei all’Alcoa, occupata da lunedì: «Lo sappiamo tutti che sono fabbriche di veleni ma dopo la chiusura delle miniere ci restano solo queste e se chiudiamo noi è la disperazione per tutto il territorio».

Dopo la chiusura di Otefal ed Euralallumina, Portovesme occupa 586 tute blu più 500 lavoratori degli appalti, ma con l’indotto si arriva a più di seimila. In una pausa della trattativa, un dirigente Fiom nazionale spiega che il governo non ha un’idea di politica industriale e l’azienda dopo la decadenza delle agevolazioni tariffarie, tiene in ostaggio gli operai. Per questo lo slogan più gridato era di una sola parola: «Energia!».
Quando ormai è buio arrivano le notizie dalla trattativa condotta dal bresciano Saglia, sottosegretario di osservanza ciellina: tutto rinviato al 9 ma Alcoa ritira la richiesta di Cigs. Intanto il governo dovrebbe impegnarsi a trovare una soluzione sul prezzo dell’energia per aggirare le procedure di infrazione imposte dall’Ue agli “aiuti di Stato”.

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