L’UGUAGLIANZA MIGLIORA LA VITA

 

Se l’uguaglianza migliora la vita
Crescono i risultati dove è minore il divario tra ricchi e poveri


Affamati e pasciuti, tasche vuote e portafogli sigillati, mondi diversi in tutto: nella conta delle calorie quotidiane come nel modo di calcolare il proprio benessere-malessere. Il «dio pil» regna ancora sull’orizzonte dei Paesi poveri, dove «lo sviluppo economico continua a essere molto importante per la prosperità individuale». Ma «appena una nazione viene ammessa al rango dei ricchi, ogni ulteriore aumento di reddito si fa meno influente». E cambiano le misure di riferimento: nel nostro pasciuto (malaticcio) Occidente «la prima variabile da esaminare se volete sapere perché un Paese consegue risultati migliori o peggiori di un altro è la disuguaglianza». Non il tasso di crescita, il reddito pro-capite, il numero di asili. Per i professori Richard Wilkinson e Kate Pickett, britannici, autori di The Spirit Level, ora tradotto in italiano da Feltrinelli con il titolo «La misura dell’anima» (300 pagine, 18 euro), non ci sono dubbi. La chiave di tutto è quel dato (quasi) infallibile capace di spiegare perché gli svedesi sono più sani degli inglesi, gli studenti italiani fanno i test più scarsi del mondo e l’America conta dodici volte il numero di obesi del Giappone: «Disuguaglianza». Nel senso di «sperequazione dei redditi».

Inutile allora gasarsi per uno zero virgola in più di crescita? La radice dei mali (e dei beni) di una società, dalla criminalità alla salute, dall’insicurezza dell’animo alla mobilità, sta in un grafico semplice semplice che non mostra l’andamento in Borsa o il saliscendi della felicità interiore. Ogni Paese è rappresentato da un numero secco: le entrate del 20% più ricco della popolazione messe a confronto con le entrate del 20% più povero. Negli Stati Uniti i nababbi sono 9 volte più ricchi degli ultimi, in Portogallo 8, in Gran Bretagna 7. Dall’altra parte della scala magica messa a punto da Wilkinson-Pickett ci sono i Paesi con minore disparità tra fasce sociali opposte, stipendi più vicini: Giappone, Finlandia, Norvegia, Svezia, Danimarca, dove la forbice è più che dimezzata. Tanto quanto i problemi sociali. «Il dato entusiasmante che emerge dalla nostra analisi è che, riducendo la disuguaglianza, è possibile accrescere la qualità della vita di tutti».
Anche se citano «Liberté Égalité Fraternité», Wilkinson e Pickett non sono nostalgici della Rivoluzione Francese. Prima occupazione epidemiologi, lui professore emerito in pensione, lei quarantenne più coinvolta politicamente a sinistra, hanno messo a confronto le statistiche dell’Onu e della Banca Mondiale nonché 200 studi di settore. E hanno scoperto che il nesso tra «inequality» e malattie, già ampiamente provato dagli esperti di sanità pubblica, funziona anche per le altre performance collettive di un Paese.
Come fa un Paese a ridurre le disuguaglianze? I due più virtuosi, Giappone e Svezia, dimostrano che le strade possono essere diverse: «A Stoccolma hanno optato per un meccanismo redistributivo di imposte e sussidi, Tokio ha conseguito una maggiore uniformità di redditi di mercato al lordo di imposte». E l’Italia? Sesta nella classifica dei più «diseguali», il nostro Paese se la cava meglio delle sorelle più egualitarie Germania, Francia e Austria per quanto riguarda «i problemi sanitari e sociali». Peggio per propensione al riciclaggio dei rifiuti. Che c’entra? C’entra: le società più egualitarie riciclano meglio delle altre. E sono più generose (con l’eccezione nipponica) con i Paesi poveri. Fosse stato per Svezia e Norvegia, forse al vertice Fao i Paesi pasciuti avrebbero sborsato qualche miliardo di dollari sull’unghia.

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