1989: nessuna nostalgia, ma il mondo non è migliore

Tonino Bucci
Non se ne può più. Ogni volta che qualcuno si azzarda a mettere in dubbio la versione ufficiale della storia in voga da vent’anni a questa parte, dalla caduta del Muro di Berlino in poi, scatta un riflesso condizionato. A quel tempo, di fronte alle scene dei berlinesi dell’Est e dell’Ovest in festa sulle macerie di quel serpentone di cemento, furono poche, pochissime le voci capaci di sottrarsi al coro. Tutti – commentatori, opinionisti, frequentatori di talk show, giornalisti televisivi – parteciparono all’apologia di una nuova epoca, destinata a produrre democrazia, pace e benessere per tutti sotto l’insegna del capitalismo occidentale e del mercato. Altra storia non c’era – si disse allora con Fukuyama – e non poteva esserci. Un’era che si prospettava postideologica si apriva sotto l’ombrello della peggiore delle ideologie, quella che dichiara morte tutte le ideologie e si camuffa da pragmatismo. Col risultato di condannare tutti a sopportare (anzi a farsela piacere) la realtà così com’è in sæcula sæculorum .

La società del mercato, da prodotto storico, diventava una società conforme a natura. La morte del Comunismo stava lì a dimostrare che qualsiasi tentativo di cambiarla sarebbe stato atto “contronatura”, per ciò stesso destinato a fallimento e tragedie.Al coro non seppero sottrarsi neppure quegli intellettuali e quei politici che fino ad allora avevano trascorso la propria vita nel più forte partito comunista occidentale, il Pci. Anche loro furono incapaci di contrapporre una narrazione alternativa, anche loro si convinsero, poco alla volta, che fuori del mercato e del capitalismo non poteva esserci futuro alternativo. Qualcuno avrebbe persino giurato, con esiti grotteschi, che comunista non lo era mai stato.
E’ cambiato qualcosa in questo racconto epocale? Certo, la fiducia nel futuro s’è incrinata, il capitalismo si è cacciato con le sue stesse mani in una delle più devastanti crisi economiche che si ricordi a memoria storica e le democrazie occidentali stanno degenerando nel plebiscitarismo e nel potere delle oligarchie.

Eppure, ad Angelo d’Orsi che nel suo nuovo libro, 1989. Del come la storia è cambiata, ma in peggio , (Ponte alle Grazie, pp. 320, euro 16) traccia un’analisi impietosa delle storture di questi due decenni di liberismo e globalizzazione, è capitato semplicemente, l’altro ieri, di essere liquidato dal Giornale di Feltri come un nostalgico che «rimpiange gli anni della Guerra fredda» e «vuole ricostruire il Muro». Il libro ha il merito di sottrarsi alla trappola mentale che per due decenni ha impedito non solo una memoria antagonista – capace di ricollegarsi ai punti alti della tanto vituperata storia del Novecento – ma anche un controcanto critico. D’Orsi fa propria la tesi che il 1989 non fu una rivoluzione e neppure l’ingresso nel paradiso, come in tanti allora annunciarono. Il discorso regge perché non ci sono peli sulla lingua. D’Orsi parla senza reticenze degli aspetti polizieschi della Ddr tanto quanto può sostenere che non tutto nell’Urss e nelle democrazie socialiste fosse da buttare via.
«Con tutti i limiti di un sistema bloccato, e ormai preda di inefficienze e corruzione (a beneficio delle dirigenze di partito), ovviamente prescindendo dal piano delle libertà democratiche – assenti – e, soprattutto, dagli aspetti autoritari, vessatori, e, in certe fasi persecutori verso quanti fossero sospetti non di opposizione, ma di sempèlice dissidenza, è evidente che non tutto quello che si era realizzato nell’Urss e nelle altre democrazie socialiste fosse da buttare; è evidente che si trattava di società che offrivano, quanto meno, una serie di garanzie ai ceti lavoratori. Tutto questo, di colpo, fu cancellato, producendo effetti per tanti aspetti devastanti, e imprevisti, forieri, a loro volta, di nuove miserie, di disuguaglianze gravi, con la conseguente comparsa di fenomeni relativamente nuovi, come la criminalità e la prostituzione diffusa».
Ma quello di d’Orsi è soprattutto un libro sulla nostra epoca, sui falsi miti delle guerre umanitarie, sulla retorica dei diritti universali che smettono di valere per i migranti. L’era del dopo-Muro è uno scenario di disordine globale, di conflittualità crescente, di particolarismi etnici e piccole patrie, di guerre dal profilo inedito, di turbocapitalismo e nuove miserie. «E’ l’età in cui si formano i regimi postdemocratici» nei quali ciò chedavvero conta è «il potere dell’azienda. Che è multinazionale e globale; essa determina la vita sociale, ma anche gli indirizzi politici delle società postdemocratiche». D’Orsi mette a nudo entrambi i tratti della nostra epoca, «l’illusione del buon capitalismo» e la comparsa delle guerre al posto dell’ordine globale vagheggiato dopo il crollo del Muro (questa tesi si ritrova anche in un altro saggio recente di Luigi Bonanate, La crisi. Il sistema internazionale vent’anni dopo la caduta del Muro di Berlino , edizioni Bruno Mondadori, pp.180, euro 15). Guerre «ineguali», «spietate», «disumane», «asimmetriche», «posteroiche», «menzognere», «mediatiche». E non poteva mancare un capitolo sul «tradimento dei chierici», sulla deresponsabilizzazione degli intellettuali, colpevoli d’essere venuti meno al proprio ruolo di guardiani critici del potere. Il ceto intellettuale di questi anni ha dato pessima prova di sé, ha abdicato alle proprie preogative e si è accodato al clima di conformismo.
Si dice che la storia la fanno i vincitori. Mai come in questo caso le parole si avvicinano alla verità. Anche coloro che vent’anni furono celebrati come vittime del Comunismo, sono poi rimasti intrappolati all’interno della scenografia del Muro in macerie. Di loro si sa ben poco. Molti pensavano di liberarsi del Muro ma di tenersi il “buono” del socialismo, magari facendolo migliore. Persero tutto, anche le speranze. Da allora è sparita anche la possibilità di immaginare un’alternativa allo stato di cose esistenti. Il mondo del mercato, dell’impresa, del privato e del liberalismo all’occidentale, veniva fatto coincidere d’incanto con l’Ideale in terra.
Nella storia ufficiale è semplicemente assente lo sguardo di chi stava dall’altra parte di quel Muro. Sulle società postcomuniste esistono oggi molte meno voci di quanto non ce ne fossero al tempo dei dissidenti durante la guerra fredda.Basterebbe gettare uno sguardo nei titoli che stanno uscendo in libreria. Nè uno sforzo di documentazione storica, né uno straccio di indagine sociologica. Resta a malapena uno sguardo dal buco della serratura, come quello di Peter Molloy, giornalista della Bbc e autore de La vita ai tempi del comunismo (Bruno Mondadori, pp. 266, euro 20). Una raccolta di interviste che con la storia hanno poco a che fare. A malapena offrono la parodia di un comunismo identificato a perversione, a patologia di ristrette cerchie di personaggi.

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