Il successo della manifestazione ANTIRAZZISTA

In più di duecentomila a Roma da tutt’Italia contro la xenofobia e l’omofobia e per dire “No a Berlusconi” e alle politche razziste e xenofobe della destra.

Riportiamo un intervento di una compagna presente alla manifestazione.

LA TERRA BRUCIA. STOP AL RAZZISMO!

«E’ “permesso”?». Nure sorride. Il tazebao appeso al collo dice tutto. Permesso per cosa? «Per essere “umani”», risponde. Parla spagnolo, viene dal Nicaragua. «Oggi? Sono felice, perché oggi siamo tutti uguali». Ed è così. Il mondo? Ha letteralmente “invaso” Roma. Un corteo inaspettato, incredibile, multicolore, ha segnato la città, con slogan che vanno dritti al cuore: «C’è una sola identità la nostra umanità». Sì, ma vallo a dire a Maroni e Berlusconi. «Siamo qui – urla Kano, dal Bangladesh – perché “volliamo” lavoro, casa, salario». Diritti. Per tutti. Lo hanno gridato, suonato in tutte le lingue e le musiche del mondo in più di duecentomila i migranti giunti a Roma da tutt’Italia per il 17ottobre antirazzista. Un corteo a dir poco inaspettato, se non altro perché gli organizzatori avevano previsto non più di centomila persone. E, invece, «per una volta – dicono – ci siamo sbagliati».
E sono tanti, tantissimi. Insieme sfilano migranti, studenti, studentesse, famiglie con bambini, e ancora giovani, lavoratori, i pensionati dello Spi insieme ai partigiani dell’Anpi, ma anche gay lesbiche trans queer per riaffermare che «il razzismo passa anche per l’omofobia» dice a chiare lettere Chiara dietro il carro dell’Arci gay.

E ci sono anche loro: gli studenti dell’Onda per riaffermare che la tolleranza, l’integrazione si cominciano ad imparare proprio dietro i banchi di scuola. Così sono arrivati da tutt’Italia insieme agli universitari, partiti da piazzale Aldo Moro per confluire nel corteo di piazza della Repubblica, a dispetto della pioggia, del primo freddo invernale. «L’unica razza che conosco? E’ quella… umana» commenta Paolo, della facoltà di ingegneria di Napoli. «Sai chi lo ha detto? Eienstein».

Si balla al ritmo del reggae, hip hop, ma c’è anche musica indiana, del Bangladesh, del Ghana. Ci sono i tamburi dell’Africa e i ritmi messicani. “No al razzismo, al reato di clandestinità, al pacchetto sicurezza” è questo lo striscione che ha inaugurato la marcia. Dietro sfilano esponenti del mondo della cultura, intellettuali, artisti, politici, sindacalisti. Anche se si denuncia la mancanza di chi, come la Cisl e la Uil, non hanno aderito alla manifestazione. Ma in migliaia dal Veneto fino alla Calabria sono giunti con la Cgil e con le rappresentanze dei sindacati di base Rdb, Cub e Cobas. Non si riesce neppure a stare dietro alle sigle: da Amnesty ad Emergency, dalla Tavola della pace ai laici comboniani, dagli evangelisti ai pacifisti ci sono tutti. E, ancora, sfila il movimento dei “No dal Molin” dei comitati contro la camorra e la mafia giunti dalla Sicilia. E ci sono loro: le donne. Sono arrivate in Italia dall’Africa, dai Paesi dell’Est, dal Sud America. Ed è a loro che si rivolge Fadila Bakadour, 53 anni, italo-franco-algerina, da trenta anni in Italia «perché – urla dal megafono – siamo noi che reggiamo il mondo. Ed è ora di svegliarci! La “terra sta bruciando” ma siamo noi che risolviamo i problemi, a casa nella società». «Io? – spiega – Sarò di nuovo in piazza il 21 novembre contro la violenza globale. Oggi? Voglio urlare la mia disperazione!». E di disperazione parlano i tanti tantissimi che ieri hanno attraversato la città. «”Volliamo” il permesso» dice Alì. Al collo porta un altro tazebao: «I cani? Vengono salvati, gli immigrati no». I Cie, quelle spaventose galere sono lì a testimoniare l’incapacità del nostro Paese a gestire l’accoglienza. Eppure – ribadisce ancora Alì arrivato da Brescia – «Noi siamo la vera forza lavoro di questo Paese, contribuiamo alla crescita del Pil, e cosa siamo? Solo schiavi, senza diritti». «Io? – ripete – Voglio stare qui. Voglio un lavoro, una casa, non sono un criminale».

Lo ripetono in migliaia. Le donne di Trama di Terre che seguono di poco le altre che provengono dallo Sri Lanka lo scandiscono a chiare lettere: «Sì alla regolarizzazione di tutti e di tutte». «Perché solo alle badanti? – gridano ancora dal carro “Yo nigro” seguito da più di tremila migranti arrivati dalla Campania – Perché non agli edili o agli operai? Questo è razzismo». «Io? – sorride Jerry – Sono venuto qui quando avevo nove anni, ora ne ho ventotto, sono italiano, e vorrei ancora esserlo se questo Governo me lo consente». In tasca, e lo mostra, per ora ha un permesso di soggiorno. Con quello riesce ancora a studiare, a lavorare per mantenersi. Ma non è «certo la stessa cosa – sottolinea – avere la cittadinanza italiana». Del resto, proprio questa non ce l’hanno suo padre e sua madre che sono in Italia da tempo. «Davvero? – continua – Non so che dire. Qui non posso neppure votare. Lavoro, studio, ma sono un clandestino». Guarda dietro i suoi amici. Portano un altro striscione. «Un soggiorno? – si legge – In Italia? Costa più che ad Ikea».

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