COSA ACCADE IN HONDURAS

Il ritorno di Mel

Il 22 settembre, è solamente il secondo giorno d’autunno, e la gente inizia a prepararsi al clima freddo che verrà. Cambi di stagione, vestiti pesanti tolti dalla parte alta dell’armadio, dove erano stati riposti nei mesi primaverili. Ma al contrario dell’Italia, ci sono paesi che non rientrano nella fascia temperata, ma bensì in quella tropicale, e quindi si possono ancora godere “massicce” dosi di Afa.
Per esempio l’Honduras è uno di questi stati, dove però, anche dal punto di vista politico il clima si è da tempo infiammato.
Il liberale Mel Zelaya (Josè Manuel Zelaya Rosales), honduregno, presidente legittimo del paese centro americano, proprio ieri è rientrato in patria, a seguito di un esilio forzato, impostogli dallo stato maggiore il 28 giugno scorso.

Il presidente di fatto italo/honduregno, e anche un po’ padano, Roberto Micheletti (origini bergamasche), non l’ha presa per nulla bene.
Il perché è semplicissimo. Pur essendo dello stesso partito (PLH liberali) Bobo Micheletti è stato posto sullo scranno presidenziale da una “giunta militare” (corte suprema+forze armate=golpe de estado) che si era presa la briga, anche, di accompagnare, il 28 giugno, Zelaya all’aeroporto di Tegucigalpa per imbarcarlo sul primo velivolo diretto in Costarica (dove il presidente Arias era pronto ad abbracciarlo), arrestare otto dei sui ministri, decretare il paese in stato di emergenza e sospendere così le garanzie dei cittadini, contenute in otto articoli della Costituzione.
Bobo, in seguito, da buon guascone Lumbard, ci mise del suo. Disperse, con l’aiuto della polizia, tutte le manifestazioni a favore del ritorno di Zelaya; impose il coprifuoco. Da buono statista, iniziò a far sparire i leader sindacali e quelli delle associazioni umanitarie. La mano golpista si scatenò, e la gente che manifestava in piazza iniziò a non tornare più a casa integra.
Uno spettro, si leggerà poi (non sui quotidiani italiani), iniziò di nuovo ad aleggiare sul latino America.
Quel fantasma si chiama, e si chiamava, Plan Condor, il piano, attraverso il quale, già nel 1971 il presidente Nixon ipotizzava la caduta di Allende e il golpe di Pinochet in Cile. Lo stesso piano che propiziò l’ascesa di Videla (golpe in Argentina) e del grande amico del premier Berlusconi Emilio Massera, generale in Argentina, tesserato p2 in Italia [Fu ricordato dal primo ministro italiano alle scorse regionali sarde, quando Silvio interpretò l’epitaffio di Emilio: “colui che buttava i desaparecidos dagli aerei” (Massera non è morto, gli è stata sospesa la pena nel 2002, causa un’aneurisma celebrale, che l’ha reso incapace di intendere e volere. Non che prima fosse molto lucido durante l’uso del suo raziocinio. Quindi Silvietto non ha veramente interpretato il suo epitaffio, l’ha solamente ricordato come si ricorda un vecchio amico pazzerello)].

Così, quasi fosse una cosa ben manovrata (grazie USA per il lavoro di esportazione della democrazia e lotta al comunismo che facesti in America latina) a Tegucigalpa (capitale dell’Honduras) iniziarono ad arrivare squadracce della morte con nomi e volti ben noti, almeno agli Stati Uniti (perché avevano studiato tutti lì). Così tra le file di Micheletti s’insinuarono Billy joya Améndola, professione torturatore, Mario Hung Pacheco, Nelson Willy Mejia, agenti locali della CIA ed amici dei carabineros cileni.
Come sempre la parola chiave fu, buon viso a cattivo gioco. Obama e il segretario di stato Clinton, denunciarono il golpe. Lo fecero anche tutti i paesi dell’UE che ritirarono gli ambasciatori, ed anche l’unione dei paesi Sud americani si espresse contro il colpo di stato, condannando Micheletti, ed iniziando a lavorare per il ritorno di Zelaya in quel piccolo Cile che era diventato l’Honduras.
Tornando al paragone sopra citato direi, clima quasi torrido. Ma come mai Mel si era fatto tanti nemici?

Democraticamente eletto nel 2006, Zelaya inizia molto male il suo mandato, improntando il proprio governo con una forte tendenza izquerdista y socialista (lo scrivo in spagnolo perché sono cose che il popolo italiano aborra). Nel primo anno di governo, grazie ad un buon avanzo in campo relativo all’economia, la commissione economica per l’america latina ed i Carabi, pone il suo paese primo come crescita, tra tutti gli stati dell’America centrale. Inizia uno scoppiettante 2007 con la compilazione di un programma per la protezione delle foreste sul territorio dell’Honduras. Grazie alla deuda externa (debito esterno) somma del debito pubblico più quello privato, cioè le obbligazioni che tiene un paese nei confronti di un altro, lo stato caraibico riceve 1400 milioni di dollari da parte del banco interamericano de desarollo (banca interamericana per lo sviluppo). Capitale che sarà investito nel 2008 per entrare a far parte del progetto Venezuelano Petrocaribe, un accordo tra i paesi caraibici sull’acquisto del petrolio a credito, pagando così il 60% in tre mesi, ed il restante in 25 anni con 1% di interesse, con la possibilità di invertire una parte di capitale in progetti sociali.
Ma fu il 2009 il punto di partenza della crisi politica che portò ai fatti del 28 giugno.

Mel promosse una consulta che si poneva come obiettivo, l’istallazione di una quarta urna, nelle elezioni generali di novembre, durante le quali, nel caso la consulta fosse stata approvata, i cittadini avrebbero avuto la possibilità di eleggere un’assemblea costituente. In appoggio alla votazione furono raccolte 400.000 firme. Questa volta l’opposizione divenne ferrea. Assicurò che le firme provenivano da estranei e funzionari pubblici minacciati, così il 23 di giugno, il congresso approvò una legge, il cui fine, era impedire le “celebrazioni del voto”. La consulta popolare, fu così, siglata come illegale dalla quasi totalità degli organismi governativi honduregni, secondo i quali Zelaya voleva solamente cambiare la situazione costituzionale, cancellando l’articolo 42, solo per ripresentarsi alle politiche autunnali ed essere rieletto.
Anche se il congresso la proibì, Mel continuò a promuovere la consulta, fissandola per il 28 di giugno, ed ordinò che fossero distribuite le schede elettorali. Quando il capo dello stato maggiore congiunto, generalissimo Romeo Vasquez Velasquez, non accettò l’ordine, Manuel Zelaya annunciò la destituzione dell’ultimo mediante un messaggio televisivo.
Il 25 giugno, la corte suprema annullò la destituzione di Vasquez, ed alcuni gruppi militari fecero irruzione nella capitale Tegucigalpa. Lo stesso giorno, il portavoce del presidente, annunciò che il leader honduregno era sul punto di ordinare il sostituto del generale. Ma durante le ventiquattrore seguenti, le carte vennero di nuovo rimescolate. I gruppi militari si ritirarono e Mel, tramite la radio ritrattò la sua decisione, dicendo cha aveva parlato di una futura destituzione di Vasquez. Intanto il presidente entrò impetuosamente, in una base della forza Aerea dove era stato depositato il materiale elettorale.

Il 27 luglio, il congresso designò una commissione speciale per investigare sulle violazioni giurisdizionali allo stato di diritto, compiute da Zelaya (solo quattro oppositori di sinistra non votarono).
“Voi mi avete dichiarato guerra! Ora attendetevi delle conseguenze”, fu la risposta di Mel al congresso, poi il presidente se la prese con il capo del congresso Roberto Micheletti, che l’aveva definito un po’ “frastornato”: “Cosa ti passa per la testa Roberto? Io sono stato eletto dal popolo non dal congresso. Perché mi vuoi inabilitare? Tu sei un pinche (espressione gergale che non so tradurre dallo spagnolo) deputato di seconda categoria, che riuscisti a diventare presidente solo perché io non ti diedi spazio nella mia corrente”.
Sul finire della giornata, pure la corte suprema di giustizia dichiarò illegale la consulta. Mel aveva perso…
Il resto è storia recente, il 28 giugno, di sera, l’esercito fece irruzione nella residenza presidenziale e scortò Zelaya in aeroporto. Direzione, esilio in Costarica.

L’estate che se n’è da poco andata, per Mel si è rivelata piuttosto starna: mani che si tendevano, paesi amici, ma poca praticità e concretezza nell’azione. Finalmente, grazie all’aiuto del Brasile, il presidente legittimo, ha fatto ritorno in Honduras. Ora è a Tegucigalpa, nell’ambasciata brasiliana. I golpisti gli hanno già tagliato luce ed acqua, intimando la folla festante ed urlante ritrovatasi all’esterno dell’ambasciata ad abbandonare la zona, ci saranno di sicuro ripercussioni e numerose operazioni da parte della polizia golpista.
Scacco matto? Vedremo.
Daniele Vanoli

Annunci

One thought on “COSA ACCADE IN HONDURAS

  1. meno male che c’è ancora qualcuno che approfondisce temi che ci riguardano più da vicino di quanto crediamo(vedi piano condor) sarebbe ora che queste relazioni internazionali vengano discusse e raccontate in pubblica piazza! bravo!
    INSISTIMO!!!!!!! Josie

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...