CRONACHE DI UNA FABBRICA ASSEDIATA

Quello della Innse di Milano è un caso ormai nazionale. La fabbrica celebre per la sua produzione metalmeccanica specializzata è da mesi al centro di una dura contrapposizione tra operai e padrone: gli uni intenzionati a difendere con ogni mezzo il posto di lavoro, l’altro a smantellare il più frettolosamente possibile macchinari e fabbrica.

Si contrappongono, fisicamente e psicologicamente, due fronti. Quello del padrone e delle istituzioni, che forte del saldo legame finanza-politica ha esautorato i lavoratori, li ha estromessi dal progetto economico di svendita e relegati fuori dai cancelli, circondandoli con polizia e carabinieri. Quello dei lavoratori che presidiano la fabbrica e che in piccola parte occupano un carroponte, che non capiscono il motivo della demolizione di un’azienda dalla storia onorevole e preziosa, ancora funzionale e redditizia, ma forse meno della speculazione immobiliare.

Già, perché della storia della Innse fa parte anche il solito italianissimo gioco del fare e disfare mattoni e cemento, del costruire facile, della finanza dei milioni virtuali, che non crea posti di lavoro ma ingrassa i portafogli di pochi. I soliti pochi.

Alla Innse gli operai si sono organizzati, hanno rianimato una lotta antica, quella dell’occupazione e dell’autogestione. Mesi e mesi in sordina, fino alla carica della polizia e alla “presa del carroponte”. Da allora anche la politica si è interessata quotidianamente di quelle 49 famiglie che combattono la battaglia del nuovo operaismo.

Una battaglia che non si esaurisce nel contesto di una, quella, fabbrica, ma che riguarda e si sta esportando in molte realtà lavoratrici ormai precarie. Da Brescia a Catania, dalla Svizzera alla Puglia: forse gli operai ricominciano ad avere coscienza di sé. Il compito di un Partito Comunista oggi dovrebbe essere quello di inserirsi e supportare interamente questa classe che ritrova se stessa.

Ed è stato significativo che il giorno in cui siamo andati a portare per qualche ora solidarietà al presidio dei lavoratori, sono arrivati anche i compagni Ferrero, Rinaldini e Cremaschi, e con gli operai è pressoché subito nata la discussione ed il dibattito. Critiche sane al Prc e alla CGIL, ma anche comprensione reciproca, arricchimento, analisi.

L’operaio ritorna a sentire il bisogno di discutere e di pensare: sta ricominciando l’era della lotta politica di classe?

Operai che rifiutano l’ignoranza cui vengono costretti dal sistema e si ribellano, intuiscono i meccanismi marci del potere e li denunciano. Trovano la forza per metterli in discussione e per suscitare nei compagni lo stesso bisogno di riscatto.

È davanti alla Innse che si è sottolineato il legame tra informazione censurata e paura che la notizia di un’occupazione possa diventare esempio per tutte le fabbriche; si è dichiarata morente l’abitudine dei lavoratori ad accettare supini le decisioni della classe padronale; qui si è denunciata l’ipocrisia delle istituzioni che si riempiono la bocca di “economia del fare” e “sostegno al lavoro” e poi come è inevitabile che sia, si umiliano prostrandosi dinanzi alle esigenze del capitale.

Se il conflitto alla Innse avrà successo, sarà interamente merito dei suoi operai, il cui esempio deve servire per ripartire nella costruzione della coscienza e della lotta di classe in Italia. È l’occasione per rilanciare l’importanza della rivendicazione dei diritti e della contrapposizione lavoro-capitale per una ristrutturazione comunista del sistema economico.

È, infine, l’occasione per ribadire che quegli ideali e quelle categorie di pensiero che erano stati dichiarati inutili e sorpassati vent’anni fa, risultano ancora freschi pilastri da cui possono partire le pulsioni rivoluzionarie nel XXI secolo.

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