PROPOSTA per uscire dalla crisi: AUTORGANIZZANDOSI

Un contributo dei compagni e delle compagne di Pomezia:

Come previsto da molti economisti “non ufficiali” la crisi finanziaria sta portando con sé una forte crisi industriale. Milioni di posti di lavoro sono stati persi in Europa. Centinaia di migliaia in Italia. Il Governo, colpevole di questa crisi con le sue politiche neo-liberiste, non riesce a trovare una soluzione. Pensa che tutto si possa risolvere solo con un po’ di carità per chi perde il lavoro. Ma la verità nessuno la dice. Siamo di fronte ad una ristrutturazione su scala mondiale. Molti dei posti di lavoro che si stanno perdendo non saranno mai più recuperati, almeno finché si rimane dentro questo sistema, che oggi nessuno nell’establishment politico ed economico, sembra mettere in dubbio. E perché non saranno più recuperati? Semplice, molti di quei posti di lavoro erano creati dalle bolle speculative alimentate in questi anni. I consumi a credito che ci hanno trascinato poi in questa crisi economica, avevano permesso di creare posti di lavoro. Quegli stessi consumi oggi sono impossibili e, a meno che non si creino altre speculazioni o si concedano altri crediti facili (che si sa in partenza che non potranno essere onorati). E meno consumi significa meno produzione e meno produzione può significare solo due cose. Due cose tra loro opposte e che saranno terreno di scontro (o almeno si spera) tra lavoratori e capitalisti. A seconda di chi vincerà questa battaglia si creeranno presupposti diversi per il futuro. Dicevamo prima infatti che meno consumi portano cali di produzione e quindi meno guadagni. Se dallo scontro usciranno vincenti i capitalisti, questo meno guadagno porterà, o un abbassamento generalizzato dei salari, oppure quanto evidenziato prima con migliaia di lavoratori che non troveranno più il loro lavoro (in alcuni casi entrambi). Viceversa se dallo scontro usciranno vincenti i lavoratori, questi mancati guadagni si trasformeranno in minori profitti per i capitalisti e quindi per una redistribuzione del reddito che consentirà di mantenere un buon livello dei salari e, soprattutto, di garantire l’occupazione a tutti quanti i lavoratori che in questi mesi hanno perso e perderanno il lavoro.

Qualcuno potrebbe chiamare quanto appena sottolineato lotta di classe. Ed in effetti lo è. In Argentina, quando il Paese fu sconvolto da una crisi economica paragonabile e anticipatrice della nostra, i lavoratori risposero in vari modi. Primo fra tutti occupando le fabbriche che chiudevano, formandosi in cooperative e riprendendo autonomamente la produzione. Esperienza che è stata ripresa e allargata e che ha interessato centinaia di fabbriche in tutto il Paese, alcune anche con più di 100 dipendenti. L’allocazione sul mercato dei beni prodotti da queste fabbriche autogestite fu garantita inizialmente dai commercianti locali e da alcune amministrazioni provinciali per poi allargarsi a macchia d’olio in tutto il Paese con alcune di esse che hanno ricominciato anche ad esportare all’estero quanto prodotto. Questa esperienza ha dimostrato più di qualche cosa. La prima è che la figura del padrone non è necessaria. La seconda è che, tolto il profitto che spettava al proprietario della fabbrica, molte sono state in grado di provvedere già dai primi mesi dopo l’occupazione e la ripresa della produzione al sostentamento di tutti i lavoratori. Che si crea tra lavoratori un sistema di solidarietà ben lontano da quanto accade nelle “normali” fabbriche dove ognuno guarda al suo. Questo perché nelle fabbriche autogestite il suo di ogni lavoratore è il suo di tutti.

Le decisioni di fatto vengono prese tutti assieme in assemblee; se a fine anno i guadagni sono superiori alle aspettative gli stessi lavoratori decidono se dividerlo in parti uguali o utilizzarlo per allargare la cooperativa ad altri lavoratori. La ceramica Zanon è stata il simbolo di questa lotta. Fin da subito la gestione operaia ha eliminato le vecchie gerarchie e ha dato una svolta alla forma organizzativa e alla conduzione dell’impresa. Al suo interno tutte le decisioni, che siano di natura politica o produttiva, sono prese in assemblea, non esistono capi settore che guadagnano più degli altri operai, ma solo coordinatori con funzioni organizzative, e gli stipendi, salvo che per qualche ridotto premio di anzianità, sono per tutti uguali. In cinque anni la fabbrica ha creato più di 210 posti di lavoro, ha costruito un centro di primo soccorso in uno dei quartieri più umili della città che sempre si è dimostrato vicino alla lotta, ha donato materiale ceramico a realtà bisognose, tra cui la provincia alluvionata di Santa Fe, ha costruito case per la popolazione locale, ha organizzato numerosi concerti all’interno degli stabilimenti e dato vita a innumerevoli progetti culturali.

Un’esperienza di lotta di classe da prendere in considerazione e da rilanciare anche qui in Italia. Un’esperienza che riguarda tutta quanta la società, anche perché la crisi industriale e il calo dell’occupazione non faranno bene neanche al grande pubblico dei commercianti (bar, ristoranti, negozi di abbigliamento, di elettronica, etc.) i cui clienti non sono di certo i grandi proprietari, ma soprattutto i lavoratori, siano essi operai o impiegati. E non faranno bene al resto della società. Del resto meno lavoro significa meno tasse e questo significa meno soldi allo Stato per garantire l’istruzione, la sanità, le pensioni, le infrastrutture, ma anche le casse integrazioni e le mobilità e tanto altro ancora.

Vi consigliamo a tal proposito un documentario, “The take-La presa” .

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...