RESPINGIAMO IL G8 SULL’UNIVERSITA PER LA LIBERTA’ DEI SAPERI

Tra il 17 e 19 maggio avrà luogo a Torino il g8 tematico sull’università. Oltre alla ministra Gelmini, quaranta rettori dei paesi più industrializzati si riuniranno per discutere, almeno ufficialmente, di possibili politiche di sviluppo tecnologico ed ecologico. Noi sappiamo che l’obiettivo dichiarato è quello di proseguire sulla strada, avviata in Europa con la Strategia di Lisbona e il Processo di Bologna, dell’armonizzazione transnazionale all’insegna della funzionalizzazione dell’alta formazione alle esigenze delle imprese attraverso l’apporto di capitale privato.

Consideriamo questo incontro illegittimo e ne contestiamo i presupposti teorici e politici. Quei rettori non hanno ricevuto alcun mandato democratico per decidere sulle teste delle centinaia di migliaia di studenti e ricercatori che sono il corpo vivo delle Università. Rifiutiamo la logica di aziendalizzazione che si vorrebbe applicare al mondo della conoscenza. Anche il Processo di Bologna doveva essere un tentativo di armonizzazione ma in realtà è un esempio paradigmatico di come la globalizzazione economica operi in materia di educazione e ricerca. Esso, con la strategia di Lisbona, rappresenta una forma di deregolamentazione concertata fra diversi Stati, la subordinazione dello spazio sociale alle logiche astratte del mercato. Tutti i campi della società ne sono compresi, anche il campo dello scambio simbolico, ossia quello dell’educazione, della ricerca, e più in generale della cultura. Si fonda sulla credenza che esista una legge economica fondamentale, che è la legge del mercato, alla quale le società devono sottomettersi. Il progetto di emancipazione sul quale si costruisce l’università viene piegato alla logica utilitarista dell’impresa. Si regredisce dalla ragione all’utile e dall’utile alla rendita e al profitto. Noi vogliamo assumere le diversità delle elaborazioni simboliche sottraendole al rullo compressore della globalizzazione.

Ma vediamo come si costruisce il Processo di Bologna. Tanto per cominciare è un processo vago ma con attori facilmente riconoscibili. L’attore principale, nonché vero ispiratore,è rappresentato dalla Tavola rotonda degli industriali europei (ERT) che comprende 47 delle più grandi multinazionali che da tempo lavorano sul tema dell’educazione. Già nel 1989 resero pubblico un rapporto dal titolo “Educazione e competenza in Europa”. All’università non si deve più acquisire sapere ma competenze e, citiamo, “L’educazione e la formazione sono considerate come un investimento strategico vitali per la riuscita futura dell’impresa. Gli insegnanti hanno una conoscenza insufficiente dell’ambiente economico, degli affari e della nozione di profitto”. Nel 1991 la ERT diffonde un nuovo rapporto e sei mesi dopo la Commissione europea pubblica un libro bianco in cui escono le parole di impiegabilità, flessibilità, mobilità, cioè i termini chiave del Processo di Bologna. Nel 1995 esce un altro rapporto intitolato “Apprendere e insegnare verso la società cognitiva” in cui si affermava che “L’educazione deve essere considerata un servizio reso al mondo economico”. Il secondo attore è l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo Economico (OCSE), un vettore molto importante dell’ideologia neoliberale negli ultimi trent’anni che ispira direttamente i testi della Commissione Europea insieme al terzo attore, cioè il Wto, e in particolare l’accordo generale per il commercio dei servizi firmato nel 1994. Vi si afferma la necessità di “alzare il livello di liberalizzazione dei servizi” e in particolare di “tutti i servizi in tutti i settori”, dunque anche l’educazione. Il quarto attore, è rappresentato appunto dai Rettori delle Università. Sono gli esecutori locali del Processo di Bologna e hanno firmato un testo di principi fondamentali in cui si riaffermano, in una melange inquietante, da un lato, l’autonomia dell’educazione e della ricerca; dall’altro, emergono nuovamente le nozioni di impiegabilità, mobilità, flessibilità e adattamento.

Questi rettori, che noi contestiamo a Torino, continuano ad affermare l’autonomia della conoscenza e della ricerca, ma poi la sottomettono alla logica d’impresa trasformando la conoscenza in un bene economico. Ma affinché un bene sia economico occorre anche che sia “scarso”. E in questo senso la conoscenza è il bene antieconomico per definizione. Se infatti dono un una borsa, posso farlo gratuitamente, ma poi la perdo. Se dono conoscenza, la conservo. E la conoscenza più circola, più è donata, più si accresce. Più è gratuita, più se ne fa una diffusione di massa. Il problema di questi attori della globalizzazione è quindi quello di decivilizzare la conoscenza. La buona università dovrebbe essere in grado di affrontare le sfide del mercato mondiale. Ecco l’idea dei poli di eccellenza implicita nei provvedimenti della Gelmini. Le università diventano delle succursali del capitalismo corporativo per fornire servizi produttivi, ossia competenza, perché non parliamo più casualmente di Sapere. Gli studenti devono essere educati a una concezione industriale dell’educazione. L’unità di misura diventano i crediti erogati nella individualizzazione dei percorsi. Ma per essere pienamente competitivi occorre che le università-azienda possano scegliere sulla materia prima. Come mettere in competizione un’università con studenti privilegiati e una con “materia prima” di qualità scadente? Occorre avviare la corsa alla buona materia prima. Bisogna cioè restringere gli spazi di accesso alla conoscenza e far pagare agli studenti l’entrata all’università. Gli economisti hanno elaborato a riguardo la teoria del Capitale Umano. Lo studente che si iscrive all’università fa un investimento; sceglie di formarsi oggi per lavorare domani, dunque è un attore economico che compie una scelta razionale. Non c’è alcuna ragione per cui lo Stato debba sovvenzionarlo, dato che in seguito andrà lui a incassare su un lavoro più importante. Ecco l’effetto perverso di una concezione malata della società che si fonda sulla retorica liberale contraria a una logica di giustizia.

A questo ci opponiamo e per questo a Torino parteciperemo alle giornate di controvertice, nonché alla marcia della degna rabbia prevista per il 17 e alla manifestazione nazionale della rete contro il g8 che si terrà martedì 19. Partecipare ed essere in tanti è una questione di dignità

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One thought on “RESPINGIAMO IL G8 SULL’UNIVERSITA PER LA LIBERTA’ DEI SAPERI

  1. LA SCUOLA PUBBLICA BRIANZOLA HA BISOGNO DELL’UFFICIO PROVINCIALE SCOLASTICO: NON HA BISOGNO DI LACCHE’!

    Al Liceo Zucchi di Monza c’è stato il previsto incontro fra i Dirigenti Scolastici di varie scuole, la sottosegretaria alla DISTRUZIONE DELLA SCUOLA PUBBLICA on. Aprea, le on. Baio e Centemero.
    A questo incontro sono stati invitati anche solo alcuni privilegiati candidati presidente alla provincia di Monza, non invitando il candidato di Rifondazione-Comunisti Italiani e Verdi, Vincenzo Ascrizzi. La volontà e il pregiudizio nei nostri confronti si sono materializzati quando a fronte del tardivo invito ad Ascrizzi, al nostro compagno Marco Nebuloni, studente della Zucchi e addirittura Rappresentante del Consiglio d’Istituto, anch’egli candidato alle elezioni Provinciali e delegato da Ascrizzi a rappresentarlo, è stato impedito l’accesso alla scuola, per impedirgli di partecipare democraticamente all’incontro con un intervento.
    E’ più che mai evidente il fine della decisione di escludere dall’incontro Marco Nebuloni: evitare che una voce rappresentativa del dissenso di molti studenti (che intanto all’esterno dell’edificio distribuivano un volantino contro il DDL Aprea) si esprimesse in difesa della scuola pubblica.

    Dunque appare palese la manovra in atto a Monza di creare tensione per impedire il libero dispiegarsi del confronto politico.
    Venuto a conoscenza del grave atto antidemocratico Vincenzo Ascrizzi ha dichiarato: “Dai tafferugli di sabato pomeriggio in centro ai divieti del dirigente dello Zucchi Vincenzo Di Rienzo, tutto concorre a creare un clima di tensione per impedire ai Comunisti di far sentire la loro voce. In quella riunione se la sono cantata e suonata tra di loro, lasciando fuori non solo il dissenso ma la realtà di una scuola che, grazie anche a questi comportamenti, sta andando allo sfascio. Il sistema scolastico ha bisogno sia dell’Ufficio Provinciale Scolastico di Monza e Brianza ma anche di dirigenti scolastici più democratici e meno servili nei confronti della nomenclatura ministeriale. Gli studenti, i genitori e il personale della scuola non piegati hai poteri forti dello star system berlusconiano sapranno respingere l’attacco alla buona Scuola Pubblica malgrado una parte di essa sia già prona ai suoi voleri.”

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