NOI LA CRISI NON LA PAGHIAMO!

Circa un mese è trascorso da quando tremila studenti, in difesa della scuola pubblica, hanno occupato le strade della città.

E’ tempo di tornare a far sentire la nostra voce, perché i giovani di Lecco si riprendano la città!!!

Il movimento di lavoratori, genitori e studenti ha ottenuto una prima vittoria: il decreto Gelmini (trasformato in legge n°169 e pubblicato sulla gazzetta ufficiale del 31 ottobre scorso) è paralizzato.

I decreti attuativi devono essere preceduti dal parere delle competenti commissioni parlamentari ma esse sono a loro volta bloccate perché non hanno ancora ricevuto il parere della Conferenza delle Regioni.

Inoltre aumentano sempre di più i presidenti di Provincia che decidono di non applicare gli atti relativi alla riforma Gelmini e minacciano una disobbedienza istituzionale. Come è successo a Roma, Ascoli Piceno e Modena.

Per questo vi invitiamo alla prossima tappa della mobilitazione lecchese in difesa della scuola pubblica:

Sabato 29 novembre

Al Monumento dei caduti sul lungo lago

(presso la Canottieri Lecco)

LEZIONI ALL’APERTO

Per una giornata di “scuola” diversa. Rivolta a tutti i cittadini, oltre che agli studenti.

PROGRAMMA DELLA MATTINATA

(dalle 8.30 alle 13.00)

G8 di Genova ’01: la mattanza della Democrazia.

Il disastro ambientale e le sorti del nostro Pianeta.

La nostra Costituzione: da attuare e studiare, non da distruggere.

La crisi economico-finanziaria: da dove deriva, quali esiti e quali conseguenze.

Integrazione e solidarietà. Approfondimento sulle “classi ponte” volute dalla Lega.

Il Lavoro: precariato, delocalizzazione, industrie che chiudono.

 

per info: redmarcucci@yahoo.it   duccio4@gmail.com

 

 

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One thought on “NOI LA CRISI NON LA PAGHIAMO!

  1. LA TALPA

    Mi sento spesso dire che non ci sono più i comunisti, quelli veri, quelli col pugno alzato al cielo e la tessera del Pci in tasca. Quelli che credevano in un futuro migliore, un futuro egualitario, sicuramente più democratico del presente in cui vivevano. I comunisti che cantavano l’Internazionale, Bella Ciao e Fischia il Vento e si ricordavano di quando loro, o i loro padri, stavano in montagna con il fucile in mano a lottare contro il Duce, il Re e i tedeschi. I comunisti che erano diversi dai socialisti e dai trozkisti, e che quando il Pcus diceva una cosa, era teoria che diventava legge. I comunisti che mangiavano preti, bambini e suore novelle, e che se non andavi a letto presto, ti prendevano per i piedi. I comunisti che gridavano viva Lenin, chi non lavora non mangia, o il comunismo o niente. I comunisti che erano un terzo degli elettori, e i cui figli erano anch’essi comunisti. I comunisti che la domenica invece che andare a messa andavano al circolo del Partito a leggere l’Unità e a parlare di Gramsci, Togliatti e Berlinguer. I comunisti che quando facevano uno sciopero erano milioni di operai, studenti e contadini, e che non andavano a manifestare contro un Governo, ma contro il sistema intero. I comunisti che non erano Emiliani o Toscani, ma lavoratori di tutto il mondo, uniti. I comunisti che la bandiera della pace non la conoscevano nemmeno, perché bastavano la Falce e il Martello per dire tutto senza malintesi. I comunisti che sapevano bene che a fare le cose da soli non si combina niente, ma che a fare le cose insieme si cambia il mondo. I comunisti che la Rivoluzione la volevano fare, ma veramente, come i marinai della corazzata Potemkin e i soldati dell’Armata Rossa a Stalingrado. I comunisti che non hanno mai digerito il regime dell’Unione Sovietica, ma che per andare avanti avevano bisogno dei soldi russi, perché l’America e il Vaticano finanziavano la Democrazia Cristiana e la P2. I comunisti che hanno pianto quando si è sciolto il Pci, quegli stessi comunisti che avevano pianto quando era passata la tradotta con la salma di Togliatti. I comunisti che quando è caduto il muro a Berlino hanno visto cadere il sogno di una vita. I comunisti che non hanno mai smesso di essere comunisti. I comunisti quelli veri, che ci sono ancora, quelli che dopo cent’anni sanno ancora con precisione dov’è il bene e dov’è il male, e il bene è ricordare i morti della Shoah e il male è negarli, il bene è dare a tutti una casa, il male è bombardarla a chi ce l’ha, seppur modesta. Quelli che non hanno mai finito di lottare per il lavoro sicuro e per la scuola pubblica. I comunisti che non sono più iscritti al più grande partito comunista d’Europa ma a una miriade di piccoli e insignificanti partitelli. I comunisti che nel cuore cantano ancora viva Marx, viva Lenin, viva Mao Tse Tung, e non ci vuole un’analisi minuziosa per trovarli, non sono così pochi. Forse non sono più motivati, forse non hanno il coraggio di dirsi comunisti, perché ormai non ha più senso. Eppure ci sono i comunisti che vogliono essere comunisti, ma forse non c’è più nessuno che li rappresenti veramente. E non ci vogliono grandi teorie per trovarli ancora che sventolano la bandiera rossa, che diamine, io sono tra quelli. E spero nel cambiamento, ma non quello di Obama, che non basta, perché è solo un passo timido e incerto. Il cambiamento quello vero, quello che stravolge tutto e ricrea daccapo il mondo, quello che non lascia tracce di ciò che c’era prima, quello che ti fa dire con la gioia nel cuore: finalmente sto vivendo l’utopia.

    “I filosofi hanno solo interpretato il mondo in vari modi;
    ma il punto ora è di cambiarlo.”

    Perdonatemi la retorica, gradite la passione. Non so se sono un rivoluzionario disposto a mettere tutto in gioco, ma di certo non sono un moderato. Non credo nel dialogo che mette tutto in gioco e che non ha punti forti di riferimento. Non amo granché il compromesso, e per questo preferisco lottare con coerenza e radicalità. Il 12 sarò in manifestazione con i lavoratori della CGIL, e spero che con loro scendano in piazza migliaia e migliaia di altri cittadini.

    Ave atque vale,
    Marco Nebuloni

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