Lecco Antifascista!

Prima di tutto vennero a prendere gli zingari e fui contento perchè un po’ rubacchiavano.
Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto perchè mi stavano antipatici.
Poi vennero a prendere gli omosessuali e fui sollevato perchè mi erano fastidiosi.
Poi vennero a prendere i comunisti e io non dissi niente perchè non ero comunista.
Un giorno vennero a prendere me e non c’era rimasto nessuno a protestare.
(Bertolt Brecht)

NOI NON CI STIAMO. Non ci facciamo intimidire dalle continue aggressioni a stranieri, omosessuali e associazioni di sinistra.
Per questo ci facciamo promotori di una RETE ANTIFASCISTA LECCHESE, che abbia come scopo la tutela dei principi democratici e antifascisti che animano la nostra Costituzione. Una rete di giovani che raccolga tutte le realtà della nostra città animate da un senso civico reale e concreto, che non si tiri indietro di fronte alla violenza e alla brutalità neofasciste e razziste, che sappia organizzare momenti di controinformazione, di militanza attiva e di coordinamento e solidarietà.

SONO INVITATE TUTTE LE ASSOCIAZIONI E TUTTE LE SINGOLE PERSONE CHE SI RICONOSCONO NEI VALORI DEMOCRATICI E ANTIFASCISTI.

Abbiamo iniziato un ciclo di riunioni tra diverse associazioni sabato 24, e il prossimo appuntamento è per sabato 31 maggio alle 15.30 in sede di Rifondazione a Lecco via Leonardo da Vinci 55.

info: m.nebu@hotmail.it

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4 thoughts on “Lecco Antifascista!

  1. Per quanto mi riguarda sarò da supporto a qualsiasi iniziativa antirazzista e antifascista.

    Portate questo appello in tutte le sedi di partito e di associazioni che possano sostenerlo ma anche che saprete non lo faranno, e che ciò possa suscitare dibattito.

    ciao
    davide

  2. Il fascismo tabù

    Ci raccontano che alla Sapienza si è trattato di una normale rissa; ci descrivono l’omicidio di Nicola a Verona come un ‘incidente’ di una serata giovanile solo un po’ violenta; ci dicono che a Roma, nel quartiere Pigneto, si è consumata una banale controversia legata alla concorrenza sleale di commercianti di origine straniera. Scrivono che la colpa di questi ultimi è di vendere alcolici senza licenza, di portare disordine e baccano nel quartiere. Legittime dunque le ragioni di chi, ‘onesto’ cittadino italiano, se la prende (in maniera un po’ grossolana) con i negozi ‘non ariani’ distruggendoli a sprangate. Un po’ di ordine, non se ne può più di tutto questo casino.
    Comprendiamo, legittimiamo e non ci scandalizziamo dello loro reazioni. Il disagio di noi italiani. Come i ‘bravi’ ed ‘onesti’ cittadini napoletani che hanno sfasciato e incendiato il campo rom di Ponticelli. Disordine, sporcizia, rumore, basta con le diversità! Tutto questo non è accettabile in un paese civile. Ha ragione Bossi: “I cittadini arrivano dove lo Stato non riesce!”. Bravo! E giù applausi.

    Ci raccontano che tutto è normale, episodi isolati che rientrano in un normale e accettabile susseguirsi degli eventi. Non lo chiamano fascismo dilagante, per loro sono leciti e prevedibili incidenti da non condannare troppo e da non collegare tra loro. Ma per chi, come noi, ha imparato una delle tante lezioni pasoliniane, tutto è diverso. Ci ha insegnato che chi ricerca la verità “cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero.” Pasolini scriveva “Io so”, noi urliamo “Noi sappiamo!”.

    Sappiamo che il fascismo è un cancro che corrode le menti e abbruttisce le coscienze. E’ quel germe d’intolleranza e razzismo che vede nel diverso il nemico da annientare; è quella ‘morale’ di vita che fa della prevaricazione sul più debole la sua essenza; è rifiuto dell’uguaglianza come principio di convivenza; è l’arroganza di una presunta superiorità, è ignoranza; è la violenza allo stato puro. Insulto alla memoria, oltraggio alla verità! Per noi, come avrebbe scritto qualcuno “Il fascismo è una montagna di merda!”.

    Allora noi, pericolosi estremisti, abbiamo deciso di chiamare le cose con il loro nome.

    E’ fascismo, nella sua forma più subdola, quel virus che uccide la nostra democrazia, infetta il nostro paese.

    E’ fascismo l’aggressione a ragazzi e ragazze che lottano, impedendo di parlare, a chi professa razzismo, xenofobia, omofobia e pratiche violente.

    E’ fascismo l’omicidio di Nicola a Verona.

    Sono fascismo le vetrine sfasciate a Roma.

    E’ fascismo il pogrom di Ponticelli.

    Un fascismo peggiore di qualunque altro cha ha fatto il salto di qualità. Non ha più il bisogno di essere rivendicato, ostentato. E’ parte integrante di menti, corpi, coscienze.

    Per chi, come noi, non crede che il fascismo sia solo un modello politico e organizzativo di uno Stato – un’esperienza recintabile nel ventennio – oggi comincia ad avere seriamente paura.
    Alla rimpatriata per la vittoria di Alemanno nessuno dei giovani neo-post fascisti si rifaceva al ventennio, ne incarnano però il più fetido feticcio.

    Contro questa deriva la nostra lotta diventa sopravvivenza, non tanto in quanto compagni e compagne, ragazzi e ragazze di sinistra, ma in quanto cittadini democratici. A questo fascismo – cancro delle menti – non possiamo che opporre le nostre pratiche: partecipazione; inclusione; solidarietà, ricostruzione di legami sociali; le ragioni della ragione contro le ragioni della forza: nonviolenza.

    Il fascismo – quello del ventennio – prese piede in un paese in profonda crisi, senza prospettive, dove la politica era incapace di dare risposte.

    La storia la conosciamo, il presente lo indaghiamo, il futuro lo costruiamo. Non abbiamo scuse. Nelle strade, nei quartieri, nelle piazze diamo bellezza, passione, vitalità, corpo “al Paese pulito in un Paese sporco, un Paese onesto in un Paese disonesto, un Paese intelligente in un Paese idiota, un Paese colto in un Paese ignorante, un Paese umanistico in un Paese consumistico.”

    Andrea Aimar (un giovanecomunista che non conosco..)

  3. 2 giugno a Monza, in piazza dell’Arengario:
    -dalle 17.00 presidio antifascista e assembela pubblica,
    -dalle 21.00 proiezione del film Nazirock e dibattito.
    organizzato dai GCmonza&brianza

    hasta siempre!!!

  4. DALL’INTOLLERANZA AL RAZZISMO.
    Il dovere di ricordare

    di Laura Tussi

    L’intolleranza consiste nell’atteggiamento abituale di chi avversa le opinioni altrui, specialmente in materia politica e religiosa.
    È un atteggiamento improntato ad una rigida e risentita chiusura dogmatica nei confronti degli altri, che si manifesta dalle origini dell’uomo, con la sottomissione degli schiavi, le persecuzioni degli eretici, l’antisemitismo e con fatti di violenza verso i migranti e i non comunitari.
    L’intolleranza si manifesta anche contro i Sinti e i Rom perché gli abitanti delle nazioni che li ospitano si considerano appartenenti ad una patria costituita da una sola razza, poiché lo spirito nazionalistico li rende ostili a razze diverse.
    Attualmente l’intolleranza ha raggiunto livelli non più sopportabili a causa della convivenza tra popoli differenti ed è motivata da un’ignoranza diffusa rispetto alle persone che la società reputa diverse, perché la gente ha sempre paura dell’ignoto e di tutto ciò che è estraneo e sconosciuto.
    Un motivo che alimenta l’intolleranza è la mancanza di valori da parte delle persone che maltrattano i migranti e i non comunitari.
    Anche in politica è diffusa l’ostilità.
    Infatti, in modo frequente, in televisione, nei dibattiti e nei telegiornali si può assistere a discussioni molto animate tra uomini politici e anche queste sono forme di intolleranza.
    Sembra impossibile che dalle scoperte di Mendel, il mondo debba ancora essere turbato dal prolungato uso del concetto di razza, reso insostenibile dallo sviluppo della genetica moderna.

    La complessa opera di educazione e istruzione dello Stato popolare deve trovare il proprio coronamento nel riuscire a far diventare istintivo il sentimento di razza nel cuore e nel cervello della gioventù. Nessun fanciullo e nessuna fanciulla deve lasciare la scuola senza essersi reso conto fino in fondo dell’essenza della necessità della purezza del sangue.

    Queste parole di Adolfo Hitler nel Mein Kampf inducevano alle incredibili crudeltà dei campi di concentramento e di sterminio.
    La biologia moderna ha dimostrato che il concetto di razza e di sangue sono infondati.
    La genetica ha mostrato come non esiste una purezza di caratteri ereditari entro popolazioni umane. Nonostante questi fondamentali principi scientifici, si manifestano attualmente forme di razzismo nei confronti degli ebrei e di tutti i “meridionali” e i diversi del mondo.
    Il termine razzismo indica l’ideologia che distingue la razza umana divisa in razze superiori ed inferiori e che prevede la supremazia della razza forte su quella più debole.
    Attualmente e in passato, le vittime di questa ideologia razzista sono state la razza nera e quella ebrea.
    Il razzismo comporta pregiudizi, stereotipi mentali, presenti nella società, che se anche non necessariamente si esprimono in discriminazioni, possono essere sfruttati da movimenti politici radicali, che tentano di mobilitare in lotte assurde e incivili, in nome della supremazia del più forte sul più debole.
    In Germania avvengono ancora manifestazioni neonaziste, dove, da una parte, si distinguono i nostalgici, i veterani di guerra, e dall’altra stanno invece giovani estremisti per cui il nazismo è un elemento di aggregazione.
    Questi ultimi, detti naziskin, hanno bisogno dell’autorità di un capo che li guidi e abbia capacità di scelta e dia loro l’impressione di essere forti e non avere paura di niente.
    L’intolleranza è diffusa e radicata nella nostra società, come violenza morale e fisica manifestata contro le persone portatrici di una diversità, tra cui gli ebrei, gli immigrati, le persone di colore, gli omosessuali.
    L’intolleranza si manifesta in forma violenta e pericolosa.
    I naziskin si rifanno agli ideali nazisti di violenza e intolleranza contro una vasta gamma di tipologie di persone considerate inferiori e diverse.
    In Italia, oltre al problema naziskin, esiste il razzismo che rappresenta l’intolleranza per eccellenza. Cosa è possibile fare per escludere questo problema dalla società? Risulta necessario eliminare le discriminazioni anche all’interno di uno stesso popolo, per esempio in Italia, tra settentrionali e meridionali, perché prima di giudicare occorre conoscere.
    Il razzismo, che per anni è rimasto sotterraneo, tenuto a bada perché combattuto dai partiti di sinistra, dall’associazionismo cattolico, trova adesso legittimità, in un momento di crisi economica, politica e culturale, nei fenomeni di violenza di gruppo, nei gruppi di tifosi intolleranti, nelle ronde organizzate, che fomentano raduni per eliminare lo straniero, l’immigrato, il diverso.
    La crisi economica, morale e culturale che colpisce il nostro paese rischia di travolgere anche le ultime trincee della solidarietà e dell’aiuto reciproco, dove il vero problema è quella sorta di indifferenza e di silenzio che ottenebra le persone.
    Ciò che più meraviglia è che proprio l’Italia, un Paese risorto sulle ceneri del regime fascista, trova difficoltà a reagire al problema del razzismo e non riesce a trovare nella propria storia e nella sua memoria gli anticorpi per risolverlo.
    Stiamo perdendo la memoria storica e un popolo senza memoria non ha futuro.
    Cresce sempre il rischio che si diffondano maggiormente atteggiamenti razzisti come conseguenza dell’insicurezza generale che si vive con la crisi economica, morale e culturale.
    In un periodo di profonda incertezza politica, le paure vengono amplificate e cresce così la necessità di difesa.
    Tutti in un certo senso siamo razzisti, almeno implicitamente nei fatti, nel silenzio, nella debolezza delle reazioni, nella scarsa volontà di capire, nell’esibire striscioni razzisti allo stadio.
    Il paradosso di questo nostro Paese è che la parola solidarietà appare vuota e inutile anche se viene costantemente ripetuta e gridata.
    Il razzismo si deve affrontare non solo sul piano politico e psicosociale, ma anche sul piano globale, a livello culturale.
    L’oscuramento della ragione si deve all’aver accolto, forse all’inizio inconsapevolmente, per una scarsa coscienza morale, i miti dell’intolleranza fanatica, della disuguaglianza tra gli uomini e della conseguente riduzione dell’avversario a una condizione subumana e della convinzione della sovrumana qualità del proprio gruppo perennemente costretto a difendersi dall’oscura congiura dei sottouomini corruttori della propria razza primigenia e perfetta.
    L’ignoranza degli avvenimenti della nostra storia recente è causata non soltanto dai programmi scolastici e nemmeno dal poco tempo che rimane all’insegnante di storia, oppresso dalla vastità della materia, ma dalla coscienza civica di ogni singolo individuo nella scelta di trasmettere quanto è avvenuto con il dovere di ricordare.
    Il contatto diretto con i protagonisti dei lager è l’aspetto più affascinante, ma anche pericoloso della storia orale perché inevitabilmente soggetto all’emotività.
    Quello che manca delle testimonianze è un quadro complessivo, una serie di narrazioni che permettano un paragone, un confronto tra diverse storie ed una racconto del quotidiano, delle giornate sempre uguali e spossanti, nell’obiettivo e nel fine ultimi del deportato: arrivare a sera, rimanendo vivo.
    La resistenza alla spersonalizzazione e all’annientamento era costituita da piccoli episodi, che si presentavano ogni giorno e dovevano essere superati se si voleva, e poteva, evitare di essere sommersi.
    È possibile essere nazisti, in maniera praticamente inconsapevole, anche in un paese democratico, attraverso quella promozione istituzionale dell’aggressività che consiste nel far parte delle forze armate e di sicurezza, le quali sono considerate indispensabili anche in un paese che voglia mantenersi neutrale.
    Forze di polizia ed eserciti rappresentano una riserva di aggressività istituzionalizzata e autorizzata, con il fine di conservare il sistema, generando dimestichezza e abitudine all’aggressività, confermando una cultura della violenza suffragata e dimostrata dai mass media.
    Un altro esempio di promozione istituzionale è l’emarginazione.
    In ogni paese considerato civile sussistono organizzazioni pubbliche e private che si occupano istituzionalmente del controllo della devianza, che viene così messa sotto controllo per non nuocere e non creare problemi.
    Dunque occorrono dei devianti per attribuire al resto dei cittadini la patente di normalità.
    Questo accade nel nostro mondo equilibrato e civile come ha assunto connotazioni drammatiche nell’Europa nazista e attualmente ancora negli Stati in cui i diritti umani vengono sistematicamente negati e violati.
    Il disimpegno è un altro esempio di promozione istituzionale che privilegia lo status quo, il noto, il già collaudato, le mode e la non partecipazione attiva, la stasi e la non consapevolezza.
    In questa mentalità sono inserite anche la scuola, le istituzioni politiche, culturali e religiose quasi a sottolineare che il pensiero sociale, progressista e lungimirante non paga, sia a livello individuale, sia collettivo.
    Questo atteggiamento molto diffuso ha vantaggi in termini di governabilità, perché la banalizzazione dell’esistenza, la minaccia dell’emarginazione, se non si seguono le leggi della subcultura del proprio gruppo di appartenenza, l’aggressività e la violenza vissute come valore accettabile in determinati contesti, sono la risoluzione per governi mediocri, in lotta per la supremazia e per garantire a chi detiene il potere la minore opposizione possibile, dove i mass media sono in grado di pubblicizzare rapidamente il nemico e il capro espiatorio, come la minoranza etnica, l’atto terroristico, la catastrofe ecologica, fino al più banale dei fatti di cronaca.

    Laura Tussi

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