I nostri padroni…

A Melfi un altro morto Fiat
A Vaduz 400 padroni evasori

Il capitalismo italiano è così: la sicurezza sul lavoro non vale niente, quello che conta è come fare i soldi ed evadere le tasse. Chi si opporrà a questi signori dopo la vittoria di Berlusconi, Veltroni e Calearo?

Sono due storie piccole piccole. Dicono tante cose, però, su come funziona la nostra società, il nostro mercato, la macchina perfetta ed oliata del capitalismo italiano.
Ieri in un ospedale di Rionero in Vulture è morto l’operaio Domenico Monopoli, anni 43, originario di Cerignola (il paese di Di Vittorio, il padre del sindacalismo italiano moderno), in seguito alle ferite riportate cadendo da una impalcatura alta 4 metri dove lavorava nel reparto verniciatura della Fiat di Melfi. I sindacati hanno proclamato uno sciopero di alcune ore. Le assemblee operaie hanno chiesto e ottenuto che lo sciopero fosse prolungato, diventasse di 24 ore. Da ieri, e fino ad oggi pomeriggio la Fiat di Melfi resta bloccata. Non si registrano dichiarazioni di uomini politici impegnati in campagna elettorale, magari candidati premier, salvo quelle di Fausto Bertinotti.
Seconda notizia: ci sono 390 indagati per i conti correnti in Lichtestein, nelle banche di Vaduz. Di che si tratta? Di evasione fiscale. Soldi depositati su banca estera per sfuggire al sistema fiscale italiano. Conti che vanno da poche decine di migliaia di euro fino a 400 milioni di euro. Chi sono gli intestatari? Persone fisiche e aziende. Nessun operaio, pare. Discreta riservatezza sui loro nomi, perché la casta dei padroni – mettetelo bene in mente – è parecchio più potente della casta dei politici. In fondo se un giudice indaga su Mastella o su D’Alema lo si viene subito a sapere. I padroni, invece, hanno diritto a una certa privacy.
Anche su questa faccenda di Vaduz non si registrano importanti dichiarazioni politiche. E neppure le associazioni imprenditoriali sembrano interessate. La parola d’ordine è quella manzoniana: «sopire e troncare, padre molto reverendo, troncare e sopire…», come diceva il Conte Zio al padre provinciale per chiedergli di licenziare frà Cristoforo, animo ribelle e fastidioso che non amava troppo i padroni.
Ecco, voi vi immaginate che due storie come queste possano diventare argomento di campagna elettorale? I due partiti più grandi, quelli che vengano accreditati dai sondaggi del 70 o anche dell’80 per cento dei voti, e che gli osservatori prevedono che dopo le elezioni faranno maggioranza insieme, di tutto accettano di discutere tranne che dei sacri diritti dell’impresa. Su questo fra i due partiti più grandi (quello di Berlusconi e quello di Veltroni) non c’è nessuna minima distinzione: ogni ragionamento di politica economica, o sociale, o statale, deve comunque partire da lì: dall’interesse dell’impresa, – cioè del profitto – perché l’interesse dell’impresa è l’interesse generale, e l’aumento della ricchezza dei ricchi è comunque la precondizione per qualunque possibile miglioramento della condizione di vita dei poveri.

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