Stati generali della sinistra, un discorso di verità, dal Manifesto

di Francesco Indovina

Sembra deciso, l’8 e il 9 dicembre gli «stati generali» della sinistra metteranno insieme una federazione. È una percezione generale, fuori dai gruppi dirigenti delle quattro formazioni, che si tratti di una «soluzione» del tutto insoddisfacente, ma resistenze, identità (tutta condensata in una sigla o in simbolo) e un forte egotismo non hanno permesso di andare oltre questo che viene definito un primo passo (ma non è chiaro quando si farà il secondo). Che il popolo di sinistra si possa entusiasmare, perché anche di questo c’è bisogno, per una «federazione» pare improbabile.
Il completo disarticolarsi del quadro politico da una parte e il tentativo di costruirne uno, nel quale – sotto forme diverse – prevalga un moderatismo, se non peggio, di sostanza sociale, vorrebbero una forte iniziativa politica e sociale della sinistra, un suo radicarsi nel territorio, un suo legarsi agli strati sociali deboli, un suo riferirsi al mondo articolato del lavoro per rappresentarne interessi, dignità e libertà. Tutto questo si può fare con un federazione? C’è da dubitarne.
A livello politico istituzionale, inoltre, preme l’iniziativa delle «riforme», elettorali prima di tutto. La domanda è i 150 parlamentari della sinistra hanno elaborato o stanno elaborando un punto di vista comune? Le dichiarazione di sostegno a diverse soluzioni, o «modelli» come si dice, di legge elettorale lasciano interdetti. Né la costruzione di una forza rappresentativa della sinistra può nascere sotto coazione di una legge elettorale.
La strada pare impervia e la «deriva verso una perpetua minorità, prima o poi esclusa dalla scena, è assicurata», come scriveva l’altro giorno Rossanda (il manifesto del 21 novembre, ndr). Eppure non ci si può accomodare a questa prospettiva.
Gli stati generali di dicembre possono essere l’occasione per chiarire e accelerare il processo di costruzione di una nuova forza politica radicata nella società. Ma perché questo avvenga si impone a tutti i partecipanti di mettere in soffitta ogni diplomatismo e tentare di fare un discorso di verità. Si ripete, ormai è una giaculatoria, che sarà un forza politica plurima in cui convivano diverse culture, in cui ciascuno porta la propria esperienza e i propri «valori» (questo dovrebbe arricchire tutti). Che questo sia un passaggio importante è evidente, ma che sia anche un «nodo» è altrettanto chiaro. L’unica cosa che non si può fare è la federazione delle esperienze e dei valori, né tanto meno appaltare a singoli segmenti della nuova formazioni singoli aspetti della prospettiva politica (a chi la pace, a altri l’ambiente, a chi la fedeltà ideologica, ecc.). Ciascuno porti se stesso, ma sia disponibile a ascoltare e soprattutto, sia disponibile a una elaborazione comune (per questo la federazione non funziona, ciascuno si sente legato all’esperienza della propria formazione e a quei valori, che appunto la federazione non mette in discussione).
Forse potrebbe essere utile un lavoro che incroci due percorsi, uno che parta dai problemi della società italiana (ovviamente inserita nella globalizzazione, nelle modifiche climatiche, ecc.) e l’altra che prenda le mosse da una ipotesi di società che si «vorrebbe» (ovviamente non un modello, ma piuttosto l’identificazione di quali valori in questa società dovrebbero affermarsi: diritti, eguaglianza, opportunità, pace, ecc. In sostanza per quale riforma economica, sociale, culturale, politica e istituzionale la nuova forza politica spenderà il suo consenso a quale soluzione si opporrà, su che basi costruirà alleanze.
Certo siamo al metodo, ma partendo da esperienze consolidate, ciascuna della quali presuppone essere la legittima a rappresentare il tutto, abbracciare un metodo che disarticoli per ricostruire pare necessario se si volesse fare qualcosa di utile. Detto molto semplicemente e schiettamente il 9 dicembre ciascuno dei partecipanti, ciascuna delle quattro forze politiche, ogni associazione e gruppo, dovrebbere risultare un po’ diversi da come erano l’8 dicembre, quando sono entrati. Se così non fosse, allora avremmo fatto una vera federazione che forte dello slogan «camminare divisi per colpire uniti» dimentica che le strade si divaricano in modo esponenziale e che sempre più divisi non si conterà.
Ci vuole il coraggio di mettersi in discussione e la consapevolezza del difficile passaggio, senza nessun merito si è chiamati a una responsabilità che va molto oltre i singoli «quartieri generali», una responsabilità che solo uniti si potrà, e anche con difficoltà, soddisfare.

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One thought on “Stati generali della sinistra, un discorso di verità, dal Manifesto

  1. L’IMPORTANZA DEL DIBATTITO
    Ringrazio chi ha pubblicato quest’articolo poichè penso sia molto utile aprire un dibattito, anche nel nostro piccolo, sul cosa sarà la sinistra in futuro, sulle modalità d’azione, anche in vista degli stati generali dell’ 8 e 9 settembre, dove ci potrà essere un altro piccolo passo verso un qualcosa di nuovo.

    Sinceramente non concordo molto con l’articolo; giungendo subito al punto, non credo che la soluzione migliore per la sinistra sia quella di unirsi in un unico partito.
    Sono assolutamente favorevole a una costruzione unitaria tra le forze della sinistra, ma rimangono delle diversità tra noi di Rifondazione e altri partiti come SD e Verdi che sarebbe politicista e superficiale rimuovere; un primo esempio può essere il fatto che Sinistra Democratica è caratterizzata per l’adesione al socialismo europeo; così come i Verdi, essi hanno una collocazione internazionale differente dalla Sinistra Europea che il nostro partito si è impegnato a costruire con altre forze anti-capitaliste.
    Ricordo il 20 Ottobre…quella grande manifestazione di un milione di persone, alle quali però, se non in minoranza, SD e Verdi decisero di non partecipare ufficialmente, o comunque lo fecero marginalmente.
    Perchè restano delle differenze: come Mussi che, per non contrapporsi alla Cgil, non criticò la riforma delle pensioni o come i Verdi che, in materia di welfare, non hanno certo compiuto lo stesso lavoro per modificarlo rispetto alle forze comuniste del paese.

    Tornando al 20 ottobre, ricordo in quella piazza di aver visto partiti politici rappresentati solo da bandiere rosse, con falce e martello.
    Anche il simbolo non è un elemento da sottovalutare; io credo che milioni di elettori si identifichino nel simbolo comunista e vedrebbero con dispiacere la sua scomparsa.
    La scomparsa di un partito comunista in Italia, a mio modo, rappresenterebbe ancor di più uno spostamento verso il centro della nostra politica italiana.
    Perchè la falce ed il martello rappresentano le lotte dei lavoratori e delle lavoratrici dal 1921, perchè l’identità comunista continua a significare un’opzione di cambiamento radicale, una forza anticapitalista, che ha come obiettivo la costruzione di un progetto di alternativa.

    Concludendo, credo che la proposta migliore sia quella di una federazione, con partiti che si uniscano per svolgere iniziative parlamentari e sociali comuni, perchè questo, a mio modo, la gente vuol vedere: fatti concreti, e questo noi dobbiamo fare…

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