Myanmar, i primi martiri della rivolta dei monaci – dal portale GC (di Martino Mazzonis)

La polizia bastona e spara sulla nuova manifestazione a Yangoon. Almeno quattro le vittime, centinaia gli arresti. Cortei in tutto il Paese.

Non hanno aspettato che scendessero in strada per intimidirli. I generali che comandano la Birmania da 40 anni hanno spedito polizia e soldati nei monasteri fin dalla mattina per spaventare i monaci e non farli scendere in strada. Poi, dopo che questi e la popolazione che manifesta con loro erano scesi in piazza lo stesso, hanno scelto di usare la forza: bastoni, lacrimogeni e colpi in aria che nel complesso hanno fatto almeno quattro morti e cento feriti (Irrawaddy , il portale di opposizione birmano in Thailandia parla di sei persone uccise). Le vittime della polizia erano tutte monaci tranne una donna.
Per il nono giorno consecutivo e nonostante il coprifuoco, dunque, i giocani chierici birmani avevano deciso di mostrare per le strade la loro voglia di cambiamento, stavolta però le minacce del regime guidato da Than Shwe sono diventate camion stipati di poliziotti in tenuta anti sommossa che fanno il carosello per le strade della ex capitale birmana, frotte di guardie in abiti civili che arrestano la gente e se la caricano sulle jeep, armati a bloccare gli ingressi delle grandi pagode. Dopo aver permesso per settimane lo svolgimento di piccole dimostrazioni a Yangoon, quando la situazione si è fatta critica e ai pochi manifestanti dell’opposizione si sono aggiunti monaci e cittadini, la Giunta ha prima minacciato e poi colpito. Un conto sono i soliti democratici tenuti sotto controllo nella città più importante del Paese, un conto è una marea crescente che dai grandi centri comincia a lambire le campagne.
Come nei giorni scorsi i cortei hanno preso il via dalle pagode e dai monasteri. Uno dei cortei si è diretto verso la casa del premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi e le voci che corrono da due giorni parlano di un suo trasferimento coatto in un carcere di massima sicurezza.
I monaci in testa al corteo principale, mascherine di tela anti gas lacrimogeno alla bocca, avevano più volte esortato la popolazione a non esporsi alle violenze. «Ci pensiamo noi monaci», dicevano alla folla, «per favore, non seguiteci». Le foto di ieri mostrano invece la dinamica dei giorni precedenti, con i monaci in testa alle manifestazioni protetti da due cordoni di persone che si tengono per mano.
A fianco dei giovani monaci è sceso ieri in campo U Thangara Linkara, abate del monastero di Dhamma Yeiktha a Yangoon che ha scritto al generale e capo di Stato Than Shwe una lettera nella quale dà una lettura buddhista della rivolta e chiede in maniera esplicita una commissione che gestisca un passaggio morbido dei poteri.
La Birmania non è solo la sua ex capitale e fonti della Asian human rights commission parlano di diecimila persone a Mandalay e a Sittwe. Sia i partiti delle minoranze che i musulmani si sono uniti alle manifestazioni. Anche le categorie esposte e importanti cominciano a prendere parola: la stessa commissione asiatica per i diritti umani ha ottenuto una copia di un documento dell’associazione degli avvocati che chiede ascolto per il movimento di protesta, il rilascio dei prigionieri politici e l’avvio di un dialogo nazionale. La risposta degli enigmatici e feroci militari che comandano uno dei pochissimi Paesi asiatici che negli ultimi decenni ha fatto passi indietro dal punto di vista economico è stata quella di creare nuovi prigionieri politici. Le poche notizie che arrivano da tutte le città parlano di arresti mirati nei confronti di attivisti che hanno preso la parola durante le manifestazioni. Anche un importante avvocato che difende i contadini in processi per la confisca delle terre, U Aye Myint, è stato arrestato – dopo aver passato un anno in galera nel 2005. Con lui diversi attivisti della Lega nazionale per la democrazia di Aung San Suu Kyi o il famoso comico Za Ga Na. Le intenzioni del regime appaiono chiare nel momento in cui c’è un nuovo giro di vite sui bloggers e sulle comunicazioni via internet – la cui censura e controllo sono un fiore all’occhiello del regime – e ambasciatori e operatori umanitari vengono convocati «con urgenza» a palazzo nella improbabile nuova capitale Naypyitaw – un villaggio fino a due anni fa. Ambasciate e operatori sono infatti tra i pochi a poter comunicare quasi liberamente con l’esterno e a potrer dare notizie al mondo. Costringerli nella capitale è un modo per limitare la loro libertà.
La pressione internazionale, forse anche a causa della concomitanza con l’Assemblea dell’Onu, è arrivata in fretta. Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha indetto una riunione urgente su richiesta del premier britannico Gordon Brown, il quale ha detto che l’Ue «ha intenzione di valutare un ampio ventaglio di sanzioni». Il governo italiano è in contatto con la presidenza portoghese dell’Unione «per chiedere una riunione urgente in ambito comunitario in cui esaminare le misure atte a far cessare la violenza». Il segretario generale Ban Ki-moon ha inviato un rappresentante speciale a Myanmar per premere sul regime. Non è detto che lo facciano entrare. Il premier britannico ha anche chiesto pubblicamente alla Cina di fare qualcosa e in molti si chiedono quale sarà l’atteggiamento di Pechino in consiglio di sicurezza. Chi non sembra avere dubbi sulla faccenda è Mosca, anch’essa con diritto di veto in Consiglio, secondo cui quanto sta accadendo in Myanmar è «affare interno».

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