L’Italia che non si interessa nemmeno più del calcio, di Giovanni Seltralia

Imperversa di questi tempi tra gli italiani un gioco di retorica che purtroppo confonde le idee ed è diffuso con tanto vigore dalla destra: con la parola “comunista” si indicherebbero tutti quei movimenti che si professano tali e dunque non sempre coincidono con il comunismo democratico sviluppato da Rifondazione e da tutti i partiti comunisti dell’Europa Occidentale, rendendo il comunismo sinonimo di dittatura e di foibe, e quindi tremendamente estremista. Niente di più sbagliato. Certo non siamo estremisti, però siamo di sinistra, e non di centro-sinistra con tendenza al centro: vogliamo solo che il nostro paese (che potremmo identificare con il mondo intero, dato lo sviluppo della globalizzazione) possa prosperare nella pace, senza conflitti e senza povertà.
È vero, a dir così sembra di essere le aspiranti miss Italia, ma la “PACE NEL MONDO” non solo è un’utopia necessaria, ma anche possibile; sembra che l’individuo da solo possa poco, ma così non è per la comunità: il massimo ostacolo alla pace è l’economia e quella nuova borghesia che ne tiene le redini (che dire delle guerre per il petrolio in Afghanistan e Iraq?), portando solo svantaggi ai semplici lavoratori: dunque è il proletariato che deve ritrovare la sua coscienza di classe, per lottare contro le ingiustizie del mondo e inaugurare una nuova era. Questo è il fine: ad altri poi discutere dei mezzi.
Bisogna ridare le città ai loro occupanti: quando vi è stata la manifestazione a Vicenza, è stato inutile alle forze politiche di destra fare del “terrorismo” prevedendo chissà quali disastri, perché ancora una volta il proletariato nazionale (addirittura internazionale, con presenze americane ed europee) si è pacificamente ritrovato nel suo habitat naturale, la piazza, richiedendo ancora una volta giustizia per gli abitanti di Vicenza (provando a rimettere in discussione una decisione presa dal governo o almeno assicurarne la democraticità con un referendum tra gli abitanti di Vicenza).
Questo evento ha dimostrato quanto sia grande la differenza tra i cortei organizzati quasi ogni week-end dalle forze politiche di sinistra e la grande manifestazione di Roma organizzata l’anno scorso dalla destra: mentre le prime sono spesso organizzate a livello locale, nascendo proprio dagli iscritti dei partiti che si impegnano a riunire il maggior numero di persone con un obbiettivo ben specifico quale ribadire l’importanza di un diritto, di un valore o di un evento storico, e parte dunque dal popolo (poi spetta ai politici la scelta di prendervi parte o meno), la seconda ha vantato un’organizzazione dall’alto, proprio dai capi dei partiti che l’hanno sbandierata come una dimostrazione di forza, permettendo di parteciparvi solo ai sostenitori dei partiti di destra e non a tutti quelli che condividevano alcuni idee aldilà del partito politico; la manifestazione ha perso così il suo significato di espressione del popolo ed è stata utilizzata come mero strumento politico dai suoi organizzatori.
Potremmo estendere almeno in parte questa differenza all’intero sistema politico italiano: mentre la gran parte dei partiti della destra sono nati attorno a un personaggio politico a cui altri hanno poi giurato fedeltà (come la prima volta che Berlusconi scese in politica creando in quattro e quattr’otto il partito Forza Italia per vincere le elezioni del 1994), quelli della sinistra hanno una continuità storica e rappresentanti solitamente eletti dal popolo che li elegge dal basso (si ricordi il PCI che eleggeva i propri rappresentanti prima a livello sezionale, poi regionale, e via dicendo fino al segretario del partito, con un metodo che ancora in parte sopravvive nei partiti eredi nel PCI). Per la sinistra è un po’ la legge del “muore un papa, se ne fa un altro”, mentre è certo che partiti come Forza Italia non sopravvivranno alla scomparsa dei loro leader.
Per questo ritengo che la sinistra non debba essere unita nell’anti-berlusconismo, ma nella convinzione di essere la fazione in cui si è sempre riconosciuto il popolo del proletariato. Cosa non certo facile, dato che esso è oggi sempre più diviso dalla concorrenza del mercato (soprattutto verso i nuovi arrivati le cui braccia costano poco) e dalle disuguaglianze razziali o religiose.
Per permettere alla classe del proletariato di riconoscersi come tale i Circoli Operai ritengono sia utile servirsi di un metodo utilizzato in passato in tutta Italia, ossia “L’acquisto del giornale (oggi “Lotta Comunista”) ai cancelli della fabbrica, nella piazza del quartiere, alla porta di casa”, con lo scopo “di informarsi, di partecipare ad una lotta con un gesto di sostegno, di autofinanziamento, spesso di coinvolgimento diretto nella distribuzione”. Forse è un metodo un po’ antiquato (certo non tiene conto dei cambiamenti che hanno interessato il proletariato negli ultimi anni), ma da non mettere da parte senza una riflessione: la sua quasi scomparsa ha rappresentato insieme ad altri fattori la diffusione e la crescita di quella tremenda apatia che oggi caratterizza quasi tutti i lavoratori italiani.
Proprio ultimamente la CGIL ha dichiarato che di tutti gli operai (ancora oggi un grandissimo numero nonostante le credenze diffuse, circa otto milioni) iscritti al sindacato solo una parte minuscola è iscritta ad un partito politico, al contrario di quello che avveniva fino a pochi anni fa.
Senza dubbio la società è cambiata molto, e insieme ad essa è cambiato il rapporto tra il cittadino e la politica: essa appare sempre più lontana, cosicché la gran parte delle persone non si interessa più nemmeno di sapere che partiti o personaggi va a votare, limitandosi a guardare un dibattito (diciamo pure una bella litigata) da Vespa o gli incontro/scontro in cui si deve parlare di società, di economia o di energia in un minuto e mezzo e guai se si sfora di un secondo.
Inutile dire che così la democrazia non funziona: democrazia vuol dire capire oggettivamente qual è il partito che farà davvero il bene del popolo, non fare una croce a caso senza farsi vedere e poi infilare la scheda in una scatola.
Purtroppo, sembra che la democrazia italiana stia facendo questa fine: ormai non si va più al bar o all’osteria a discutere e organizzare con gli altri cittadini, ma ci si guarda un paio di programmi in TV e così si mette il cuore in pace. Con un enorme rischio: quello di dimenticare in fretta episodi e tematiche importanti appena i mass media si concentrano su altri argomenti; che dire dell’eutanasia? Appena morto Welby sembrava che tutti i politici volessero dir la loro, schierandosi con favorevoli e contrari; e la violenza nel calcio? È dovuto scapparci il morto per ridare importanza all’argomento.
Subito si sono spese ore e ore di edizioni speciali e dibattiti, sono stati utilizzati fiumi di inchiostro sui giornali e interventi di personaggi importanti che piovevano da ogni parte: nient’altro che parole vuote; si è sposata la celebrità di Hollywood e già qualcuno non si ricorda il nome dell’uomo che
ha chiesto di morire dopo una vita di agonia, o di quello che è uscito di casa per andar a controllare dei giovani tifosi che guardavano una partita di calcio e non è più tornato.
C’è da avere i brividi. Oppure la nausea, quando vedi dei politici che fan di tutto per strumentalizzare questi fatti e dopo una settimana sono ancora lì a litigare sull’uso dei bagni in parlamento.
Poi non c’è da stupirsi se la gente si allontana dalla politica: o si ritrova quella umanità che dovrebbe contraddistinguere la politica come espressione del popolo, o allora aggreghiamoci tutti ai Circoli Operai e via con la rivoluzione leninista.
E poi non ditemi che sono estremista.

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4 thoughts on “L’Italia che non si interessa nemmeno più del calcio, di Giovanni Seltralia

  1. LIBERTA’ E’ PARTECIPAZIONE.
    (Quindi non sei affatto libero di farti i cazzi tuoi o di fare il menefreghista.)

    Eppure non è detto che ogni persona nel momento in cui partecipa diventi un movimentista-altermondista-di sinistra-comunista.
    Partecipando però SI CONFRONTA CON ALTRI e questa credo sia la cosa più importante. Mi sembra la via migliore per far si che questo mondo spesso egoista, cambi.
    Davanti a questo disegno, la Rivoluzione si fa da parte. Certo continua ad avere il suo fascino romantico, anche affettivo se penso al Che a FidelCastro e a tutti i barbudos loro compagni. Eppure ciò che desidero è la partecipazione di ognuno, soprattutto delle mille ragazze che nella mia vitarella ho sentito dire “ma a me la politica non interessa”. E visto che nella loro idea di “politica” ci vedo il merdume che spesso ci ha portato il grande onore di poter eleggere qualche uomo a rappresentarci, sputo in faccia anche alla democrazia sbandierata che si siede sopra ai cittadini di Vicenza.

    Infine
    io non riesco proprio a parlare di “proletari”. Cos’è un proletario? Erano i meno abbienti (in soldi e in diritti) della società. Io per ora che sono ancora a carico della mia famiglia, di vil pecunia ne ho a sufficienza. Perchè mi dovrei piegare ad una logica di giudizio ed etichettature che mi vorrebbe elettrice di SilvioBerlusconi?
    Perchè dovrei pretendere che ogni persona con un situazione lavorativa precaria muoia dalla voglia di cambiare le cose e di rendere migliore la vita sua e dei suoi colleghi? Lo credevo.. poi ho smesso. Quantomeno di generalizzare.

  2. Sul fatto che bisogna partecipare e confrontarsi sempre e comunque io sono perfettamente d’accordo, e tra l’altro sono abbastanza sicuro che se qualcuno di destra iniziasse davvero a informarsi su come funziona la nostra politica e in generale a come si è svolta la nostra storia, questo qualcuno forse non diventerebbe comunista in tutto e per tutto, ma certo non rimarrebbe a destra… Comunque, nel mio articolo non ho voluto incitare ad una rivoluzione o comunque ad un mondo puramente marxista in cui la vita è rivoluzione continua: ma è inutile nascondere che la crisi della politica italiana è profonda, e l’avvicinamento a esempi di governo esteri (come il bipartitismo) ne è la prova. Personalmente penso che la presenza di due soli
    mega-partiti che si fronteggiano non è altro che un limite per la democrazia, ma questo è un altro discorso. Voglio solo dire che se questa situazione continua, e dunque non sarà più possibile governare il paese e risolverne i problemi, l’Italia è allora destinata a cadere sempre più in basso fino a toccare quel fondo da cui solo una rivoluzione potrebbe allontanarci; certo non mi auguro di arrivare a questo: spero tanto che la politica italiana possa riprendersi prima, tornando a fare il bene dei cittadini.
    Come seconda cosa, sul fatto che io abbia usato un termine forse un po’ logoro come “proletariato” questo non significa che esso esprimi un concetto vecchio e ormai scomparso: il proletariato ha forse cambiato forma, ma è tutt’altro che scomparso. Mi si perdoni quel poco di presunzione con cui mi servo delle parole di Marx: egli non ci dice che il proletario è solo l’individuo che vanta meno denaro e diritti, bensì colui che per sopravvivere deve continuamente vendere il suo lavoro come una merce, e viene accettato fintantoché aumenta il capitale. Nulla di più moderno: sono centinaia i lavoratori che si sono ritrovati senza lavoro per trasferimenti di fabbriche e uffici in Cina, India e tutti i paesi capaci di offrire lavoro a minor prezzo.
    Insieme al proletariato è cresciuta anche la borghesia, cambiando del tutto il suo aspetto: non esiste più il “padrone” della fabbrica, il piccolo capitalista, poiché anch’essi sono scomparsi quasi del tutto. Il peggior nemico dei proletari (che dunque ora riuniscono anche coloro che un tempo erano borghesi) è una serie di ricchissime multinazionali che giocano con la fame e la povertà del mondo. La quasi totalità del genere umano si trova così in balia di società che ci vedono solo come consumatori e mezzi attraverso cui accrescere il loro capitale: la nostra “rivoluzione” non dovrebbe dunque essere la conquista del Palazzo d’Inverno, ma per esempio la rinuncia di “consumare” i prodotti di queste società.
    Cambiare il mondo, ma senza violenza: se c’è una cosa che ci ha insegnato Gandhi, è proprio questa.

  3. ciao a tutti giovani compagni!!!
    vi ricordo che a breve noi GC di lecco e provincia ci troveremo per una breve riunione riassuntiva, per fare il punto della situazione e iniziare a prepararsi alla festa di liberazione di osnago…
    per idee e suggerimenti non esitate, hasta siempre!!!
    marco

  4. Ho letto da poco l’articolo…concordo con Giovanni che bisogna cercare urgentemente una soluzione alla crisi della politica che viene sentita sempre più distante dai citadini…
    penso che importanza su questa tema l’abbiano i partiti, in primo luogo rifondazione, che deve mostrarsi partecipe e inserita nelle masse, a fianco con loro nelle battaglie di ogni giorno….
    nel nostro piccolo è molto importante il dialogo con chi la pensa diversamente con noi o è indifferente sul tema…
    ma come poter discutere con accaniti psuedo fascisti o leghisti? l’unico modo per essere aprezzati o convincere persone su particolari temi, secondo me, è l’agire…mostrare come il partito o il movimento agisce concretamente, in modo efficace e non si ferma solo al discorso teorico; molto possiamo fare noi qui a lecco e dintorni:una delle città simbolo della destra italiana ma nella quale si può fare qualcosa di buono ed importante, mostrando le nostre tesi e la loro validità anche agli scettici o ai non interessati..come gc lecco dobbiamo riprendere a dar vita ad iniziative importanti che potrebbero andare dal tema dell’immigrazione alla sicurezza sia dal punto di vista sociale che sul lavoro…alla droga o alla questione ambientale…

    Riguardo al concetto di proletari..io non pens che adesso indistintamente tutti siamo proletari(borghesi compresi) e nostri antagonisti siano solo le multinazionali…
    oltre a loro a rappresentare il capitalismo vi sono persone che anche nel nostro piccolo contrastano ideali di uguaglianza e giustizia e si oppongono quindi ai “proletari”; è capitalista, antagonista, il piccolo imprenditore di Lecco che ha alle sue dipendenze lavoratori precari, sfruttati, data la loro situazione; è nostro antagonista il notaio che non paga le tasse o il borghese benpensante e conservatore come qualque xenofobo razzista.
    Penso che attualmente il termine proletario possono essere accostati a tutti i lavoratori; e penso appunto che comunista voglia dire stare dalla parte dei lavoratori, dall’operaio all’informatico, persone che credono che un mondo migliore è possibile, e che sia all’insegna della pace, di una vera giustizia sociale e dell’uguglianza…dove non ci sono genti sfruttati da pochi e dove nessuno abbia privilegi..
    Ale

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