“Sardegna – Le basi del disonore” di Diego Faa

“A pivotal geographic location”. Così veniva chiamata già nel ’54 dal Pentagono la Sardegna. Ed è sufficiente osservare una cartina geografica per capire quanto questo lembo di terra nel cuore del Mediterraneo sia una perfetta installazione naturale per il controllo geopolitico dell’area.
I “nemici” dell’occidente e dello zio Sam sono cambiati, alcuni dissolti, e non importa se essi si chiamino Urss, Libia, o Iraq, ma l’isola e le sue innumerevoli postazioni militari sono sempre comunque schierati in prima linea, armati fino ai denti e con i missili puntati verso il paese dissidente o da colonizzare a seconda degli interessi economici e strategici del momento.
Con il suo 70% rispetto all’intero territorio nazionale, la Sardegna detiene l’inquietante primato in Italia per installazioni militari Nato, Usa e del sistema di difesa nazionale ed europeo.
Il popolo sardo è costretto ad ospitare ben 24.000 ettari di demanio militare, ai quali si aggiungono i 12.000 ettari gravati da servitù e quindi inaccessibili e inutilizzabili. Questi dati risultano ancora più allarmanti se si considera che nell’intera penisola sono “solo” 16.000 gli ettari destinati ad uso militare, e che in questo calcolo non vengono presi in considerazioni gli incommensurabili spazi marini e aerei intorno alla Sardegna destinati ad esercitazioni e quindi zone off-limits per residenti e turisti.
Da decenni la popolazione sarda è costretta ad osservare inerme il furto e lo stupro di immense aree di terra e di costa privandosi, suo malgrado, di luoghi incantevoli resi inaccessibili perché gravati da assurdi vincoli che costringono pescatori, contadini e pastori a non poter raccogliere i frutti della propria terra e del proprio mare perchè violentati dai poligoni e dalle basi militari.
La sindrome di Quirra
In questo contesto di totale subalternità verso la Nato e le sue basi finalizzate al controllo imperialista del pianeta, si inserisce il più grande poligono sperimentale interforze d’Europa situato a solo un’ora di auto dalla celebratissima e ricchissima Costa Smeralda. La base militare Capo S. Lorenzo-Quirra, anche se non rinomata come quella della Maddalena o di Capo Teulada, rappresenta il fiore all’occhiello del ministero della difesa per esercitazioni e sperimentazioni a scopo bellico.
Il poligono si estende nella zona sud-orientale dell’isola per oltre 11.000 ettari nell’entroterra e 1.000 ettari lungo la bianchissima e incantevole costa. Le zone interdette o pericolose per la navigazione oltrepassano le acque territoriali e sconfinano in acque internazionali impegnando oltre 2.800.000 ettari, una superficie che supera di gran lunga quella dell’intera Sardegna.
La base assume il ruolo sia di addestramento militare, sia di sperimentazione di nuovi armamenti e materiale da guerra. In diversi periodi dell’anno, infatti, il poligono si traveste da grande show-room della morte, dove aziende come Alenia, Thomson, Aerospatiale, Fiat, Meteor, Csm testano i loro terribili strumenti come dimostrazione per i tanti potenziali acquirenti che vanno dal ministero della difesa ai vari dittatori in giro per il mondo. È facile immaginare dove i missili, i razzi e i vari proiettili vadano a finire durante queste dimostrazioni promozionali ed esercitazioni militari. L’impatto ambientale, come in tutti gli altri poligoni sardi, è disastroso e per alcune zone irrecuperabile.
Tutto questo è reso ancor più inaccettabile, se possibile, dalle morti quantomeno sospette che si registrano da qualche anno tra i militari che prestano servizio nella base e tra la popolazione che vive ai margini del poligono. I numeri sono agghiaccianti: circa 20 morti per leucemie o tumori emolinfatici in un paesino come Quirra abitato da 150 persone; e circa 10 militari che in passato hanno lavorato all’interno della base; ad Escalaplano, un paese di 2.600 persone, situato a nord del poligono, sono nati 14 bambini con gravissime malformazioni genetiche e patologie rarissime (8 in un solo anno a fronte di una media di 21 nascite annue). I numeri sono in continuo aggiornamento, vista l’enorme difficoltà nel reperire i dati nascosti dietro un muro di gomma tra omertà e ignoranza. Si deve inoltre tenere in considerazione che altri casi accertati di malati non sono resi ufficiali per la volontà delle famiglie di preservare dal pubblico il proprio dolore privato. Di certo, quindi, sono dati in difetto, anche perché non tengono conto di tutte le persone trasferitesi e di coloro che coltivano la terra o pascolano il bestiame in quei luoghi pur non abitandoci stabilmente. Per di più questi casi sono riconducibili solo agli ultimi anni, una stima dei morti per malattie simili negli anni passati non è stata ancora fatta.
È chiaro e ovvio a tutti che questo altissimo tasso di malattie in una zona circoscritta in pochissimi chilometri non può essere frutto di un caso, per questo bisogna al più presto far luce sulle precise attività svolte all’interno del poligono e su quali armamenti vengono testati dietro quei fili spinati coperti dal “segreto di stato”. È molto probabile, anche se non ancora ufficializzato, che le varie industrie che affittano il poligono e gli eserciti che usano quest’area per gli addestramenti, abbiano usato materiale e proiettili all’uranio impoverito.
La sindrome di Quirra – così è stata battezzata questa anomala morìa di persone – ha bisogno di trovare le sue cause e come primo passo si deve necessariamente ordinare il fermo di tutte le attività militari e di sperimentazione fino a che non si renda pubblico ciò che avviene realmente nel poligono, oltrepassando deprecabili “segreti militari” che non hanno ragione di esistere davanti a una lista di morti e malati che non cessa di allungarsi.
Lotta inascoltata
Dopo anni di assuefazione davanti a questo problema, negli ultimi anni la popolazione sarda sta prendendo coscienza di sé assumendo un ruolo sempre più importante nella lotta contro le basi militari. In particolare grazie al comitato “Gettiamo le basi” e ai vari comitati locali si sta aprendo una nuova fase di lavoro sul territorio con un impegno atto alla divulgazione di dati e notizie che riguardano i poligoni per aprire gli occhi ad una popolazione troppo spesso malinformata e ignara di ciò che accade a pochi chilometri da loro. Ci sono anche medici di base e politici locali che hanno informato le istituzioni della anomala situazione sanitaria dell’area e, per tutta risposta, sono state istituite commissioni d’inchiesta ridicole seguite da rilevazioni sul luogo durate poche ore e in cui il ministero della difesa assumeva il duplice ruolo di giudicante e giudicato con conseguenti conclusioni insufficienti e prive di credibilità. Nel 2005 finalmente grazie al lavoro della dottoressa Gatti si è svolto, tramite commissione parlamentare d’inchiesta, un inizio di studio più credibile sulle potenziali relazioni che intercorrono tra le malattie di persone e animali intorno al poligono e il lavoro che viene svolto dai militari. La conclusione è stata il ritrovamento dello stesso tipo di nano-particelle non naturali sia sulla pista dove veniva testato il motore del missile “Ariane” ad alte temperature di combustione, sia nei corpi delle persone e degli animali malati o deceduti. Questo importante studio, insufficiente ma comunque iniziale, è stato reso del tutto inutile dal taglio dei fondi a disposizione della dottoressa per continuare la ricerca e dalla totale indifferenza con cui è stato accolto dalle maggiori forze politiche.
La cosa più preoccupante è che questi inquietanti avvenimenti non riescono ad avere un reale sbocco istituzionale, in quanto manca una credibile e decisa cassa di risonanza che sappia incondizionatamente dare la giusta importanza all’urlo, e spesso al pianto, del popolo sardo.
Ancora una volta ci troviamo di fronte a un caso di forte allontanamento della politica e dei suoi rappresentanti, tranne poche eccezioni, da una tematica che i partiti soprattutto di sinistra dovrebbero, perlomeno culturalmente, sentire a loro molto vicina. Invece, e mi dispiace constatarlo, nessun partito politico, neppure il nostro, Rifondazione Comunista, è stato capace in questi anni di appoggiare fortemente questa enorme forza propulsiva proveniente dal basso che nel silenzio dei grandi media combatte quotidianamente la propria battaglia contro un nemico gigantesco.
È un vuoto gravissimo quello che viene lasciato politicamente dentro questa lotta, l’ennesima occasione sprecata dal nostro partito per proporsi come base solida e unita in cui lotte come questa, a carattere territoriale ma con tematiche globali, possano confluire in un percorso politico veramente alternativo, in cui l’anticapitalismo e l’antimperialismo non siano solo slogan da manifestazione o proclami congressuali, ma il nostro vero fine, l’obbiettivo da porci e da costruire giorno dopo giorno, lotta dopo lotta.
Settembre 2006

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