NOI RICORDIAMO TUTTI I GIORNI

Il 27 gennaio 1945 l’Armata Rossa, e precisamente la 60ª Armata del Primo Fronte Ucraino, arriva nella cittadina polacca di Oswieçim (in tedesco Auschwitz). Le avanguardie più veloci, al comando del maresciallo Koniev, raggiungono il complesso di Auschwitz-Birkenau-Monowitz. Verso le ore 15:00 i soldati sovietici abbattono i cancelli del campo di sterminio e liberano circa 7.650 prigionieri.
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GIORNATA DELLA MEMORIA

Lavoro giovanile: “Sfruttato, usato e alla fine umiliato”

Dal sito di “LeccoNotizie”

Una madre ci scrive raccontando una triste storia di precariato giovanile. In Italia la disoccupazione tra i giovani ha tassi altissimi (28,9%) e la ‘flessibilità, introdotta nel 2003 per rendere più facile proprio l’entrata al lavoro a chi vi si affacciava, attualmente non sembra, dati alla mano, avere alcun effetto. Siamo ai massimi storici di disoccupazione dal 2004 in qua.

Pubblichiamo integralmente la lettera omettendo solo il nome della società della grande distribuzione citata, anche perché la pratica qui descritta pare sia diffusa e non circoscrivibile a questo specifico soggetto economico, ne sono un esempio i contratti a tempo determinato stoppati per 30 giorni che poi riprendono il mese successivo, per non dare al rapporto quella continuità che costringerebbe ad assumere in via indeterminata.

Il dolore di questa mamma è dovuto anche alle motivazioni addotte come giustificazione del licenziamento.

 

“, mio figlio è stato assunto con la mansione di allievo panificatore dalla società …* il 5 dicembre, con un contratto di 18 mesi, poi si sarebbe trasformato a tempo indeterminato, e 45 giorni di prova, il suo negozio di assunzione era Lecco, è stato per 10 giorni circa a Giussano e poi trasferito a Lissone fino a ieri dove è stato licenziato perchè, a loro dire non veloce ma soprattutto autonomo, in questo periodo ha fatto 72 km al giorno in orari improponibili sabati domeniche addirittura nel periodo natalizio tornava la sera alle 20 e alle 2 ripartiva per tornare al lavoro..il suo negozio di assunzione non lo ha mai visto…e sì che sul suo contratto era scritto che veniva momentaneamente trasferito a Giussano fino all’apertura della sede di Lecco, gli hanno dato la speranza il sogno del lavoro fisso lo hanno sfruttato usato e alla fine umiliato..questa è una prassi molto usata abbiamo necessità di forza lavoro? bene pigliamo 100 ragazzini (li illudiamo) e poi via..intanto loro nel periodo natalizio ci daranno il c. perchè il lavoro è una neccesità, se andrete a fondo scoverete cose su …* che fanno venire la pelle d’oca…ora mi chiedo cosa faranno questi ragazzi per vivere? come potranno avere un futuro se nemmeno vengono rispettati? come può una persona senza esperienza essere autosufficiente e panificare quintali di pane se ha pulito padelle per un mese? io sono stufa di queste prepotenze”

Lettera firmata*

*Omissis il nome

Un giovane risponde a Martone

di Adelmo Monachese

Ieri, durante un convegno della Regione Lazio, il vice-ministro Michel Martone ha dichiarato: “Se a 28 anni non sei laureato sei uno sfigato”. Sono la persona adatta per parlargli: ho 28 anni e ancora non mi sono laureato. Vivo a Foggia e stavo cercando di laurearmi a Bari in Scienze della comunicazione mantenendomi con vari ed eventuali lavori.


Breve riepilogo, sono: studente fuori corso, pendolare, lavoratore saltuario, sottopagato e a nero. Sto mollando l’Università (mi mancano quattro esami e ho una media del 28/29, di preciso non la ricordo ma non è inferiore a quanto vi ho indicato) perché da quando mi sono iscritto le tasse, le tariffe dei treni e i prezzi dei libri sono solo aumentate.


Le borse di studio? Non ne parliamo: sono un traffico così oscuro che una volta mi capitò di ascoltare nei corridoi dell’Università le grida di una ragazza che arrabbiatissima perché non aveva avuto accesso alla borsa di studio nonostante vivesse con la sorella condividendone condizioni economiche e familiari e anche di rendimento didattico che, però, l’aveva ricevuta.


Capita così di lavorare il sabato sera in pizzerie i cui titolari hanno la terza elementare e, per compilare un assegno, chiedono a te quanti zeri vanno in “diecimila” e tu, che non hai nemmeno il conto corrente, glielo spieghi. La tariffa in pizzeria è di 30 euro il sabato, 25 gli altri giorni. Il regionale per Bari, il più economico, andata e ritorno costa 16,80 euro; prima allo stesso prezzo potevi prendere l’espresso (tutti i foggiani pendolari per Bari hanno impresso nella memoria lo storico espresso delle 06:30 che partiva da Torino Porta Nuova la sera prima, salirci era come entrare dentro una gigantesca scarpa da ginnastica usatissima) che ora non c’è più.


Quindi mi capitava di spendere in un sol giorno 16,80 solo per i biglietti per arrivare in Ateneo e seguire una lezione più breve del mio solo viaggio d’andata, o per farmi mettere una firma e poi tornare in stazione (sì, funziona ancora così, le firme con la penna sulla carta), oppure prendere appuntamento con un professore, farsi i 123 km e trovare la porta del suo ufficio chiusa, nessun biglietto, nessun avviso, nessuna notizia lasciata al portinaio, niente, così ti giri e ti rifai i 123 km all’inverso (posso fare nomi cognomi e date di tutto ciò che vi sto raccontando). Le e-mail e il telefono per i professori non sono strumenti di uso quotidiano, almeno nel rapporto con gli studenti, eppure se capita di vederli al bar hanno sempre un telefono in mano. Conosco bene i professori, assistenti, ricercatori e i loro comportamenti da bar, avendo lavorato ANCHE nel bar all’interno dell’Università degli studi di Foggia, quell’Università famosa perché il precedente magnifico rettore vi ha sistemato tutta la famiglia, famiglia in senso molto ampio, anche i parenti acquisiti, facendo la fortuna di Striscia la notizia, Le iene, W l’Italia di Iacona e Report. Sono sempre lì a dire quanto sia sottovalutato il loro contributo, poi però c’è sempre un loro collega a dire che quello che fino a poco prima si stava lamentando è il cancro dell’Università.


Ma non voglio sproloquiare: spendo 16,80 euro per andare a Bari e per risparmiare mi porto i panini e l’acqua da casa, ogni giorno di lezione sembra che mi stia organizzando per una pasquetta, invece cerco solo di limitare i costi. Così per tre giorni ti alzi alle 05:30 e torni a casa alle 20:30 e nei restanti giorni della settimana dovresti studiare, però devi anche lavorare per pagarti tutto il pacchetto “Università”, nel frattempo non sarebbe male guastare almeno un po’ le lenzuola del letto e, magari, farsi una vita sociale.

Velocemente i lavori che ho fatto: cameriere, barista, traslocatore, giardiniere, animatore per bambini, autista, impiegato INPS, lavoratore IPERCOOP, Babbo Natale, addetto alle pulizie su barca a vela. INPS e IPERCOOP regolari, con i contributi, tutti gli altri a nero, senza nessun tipo di formazione professionale.


Vorrei guadagnarmi da vivere scrivendo e da Settembre 2011 ho deciso, con enormi dubbi e critiche da parte di famiglia e amici, di dedicarmi solo a quello, rinunciando alle 600 euro da barista. Scrivo per un free press della mia città che mi paga 150 euro al mese. Sarebbero 5 euro al giorno. Non posso dirvi quanto fa all’ora perché non è possibile calcolare in ore il lavoro del giornalista. O forse sì, potrei anche calcolare la mia retribuzione oraria segnandomi il tempo che si passa in redazione, gli spostamenti tra gli eventi da seguire, i tempi di scrittura e di preparazione ai temi da affrontare, ma preferisco non farlo perché… dovete permettermi di dire queste cose ad alta voce prima che Martone, crescendo, dalla poltrona istituzionale che occuperà di qui a vent’anni dica ai futuri giovani che sono dei “bamboccioni”.


Io non sono nessuno, non rappresento nessuno, non faccio parte di nessuna associazione studentesca, sindacale, di protesta, nessun movimento, nessuna avanguardia. Eppure nelle vene dell’Italia pulsa un sangue fatto di un esercito di ragazzi e ragazze come me, senza genitori ai ministeri o ai comuni o alle province. Ragazzi che non faranno i notai perché i genitori sono notai, non faranno i medici perché i genitori sono medici, non faranno come i figli di avvocati che nonostante abbiano la facoltà di giurisprudenza nella loro città vanno a studiare fuori, in una Università più “facile” perché tanto poi hanno lo studio di famiglia con la scrivania e la targhetta già pronta. Nei treni regionali lavati da cima a fondo con UN secchio e UNO straccio con me ci sono migliaia, MIGLIAIA di persone che partono da casa col buio e tornano a casa con lo stesso buio, che fanno del treno il loro ufficio, la loro sala da pranzo, il loro luogo di studio. Persone che, come me, restano “intrappolati” in un treno nuovo di zecca in mezzo alla campagna senza che il personale dia loro una spiegazione e, dopo tre quarti d’ora vengono fatti scendere nella stazione di Cerignola Campagna al saluto di: “Prendente i prossimi treni che passeranno, non sappiamo quali”.


Il prete anti camorra Don Aniello Manganiello qualche giorno fa è venuto nella mia città per parlarci della sua esperienza a Scampia dicendo che il senso della politica è chiedersi “Cosa si può fare per risolvere questo?” , “Come usciamo da questo problema?” e non dire “Se a 28 non sei laureato sei uno sfigato”. Puntare il dito verso chi è rimasto indietro non è un comportamento da tenere in una società civile e democratica, è un comportamento da giungla. Berlusconi poco prima di farsi da parte ebbe il tempo di dire, a proposito della crisi: “In Italia i ristoranti sono pieni”. Sì, sono pieni da laureati e laureandi che fanno i camerieri.

27 gennaio, sciopero difficile, ma giusto.

di Giorgio Cremaschi

Il 27 gennaio sciopera una parte rilevante del sindacalismo di base. E’ uno sciopero difficile, perché con questa crisi la perdita di una giornata di lavoro è sempre un costo pesantissimo per chi lavora. Ma è uno sciopero giusto perché il mondo del lavoro non può continuare ad accettare o a subire l’aggressione ai suoi diritti.
Le ragioni immediate dello sciopero, a mio parere, sono almeno tre.
La prima è il massacro sulle pensioni che, in nome dei giovani, ha portato l’età pensionabile, prima di tutto proprio per i giovani, alla soglia dei settanta anni.
In secondo luogo tutte le misure della manovra economica del governo stanno colpendo le condizioni sociali e di vita di chi lavora, che vede ridotti i propri redditi, mentre il futuro è ancor più minacciato dalla recessione in arrivo, causata anche dalle manovre restrittive dei governi Monti e Berlusconi.
In terzo luogo, con l’ultimo decreto sulle liberalizzazioni, il governo Monti si è schierato armi e bagagli con Marchionne e la sua linea di distruzione del contratto nazionale. Lo ha fatto proprio per la materia di sua competenza, infatti ha stabilito per decreto che il trasporto pubblico non sarà più soggetto ai contratti nazionali, e quindi ha dato il via libera ai contratti low cost, sia nelle ferrovie, sia nel trasporto locale. Cosa questa che neppure il governo Berlusconi, autore dell’articolo 8 sulle deroghe contrattuali, si era sognato di fare.
Ora si apre il tavolo in cui, secondo Monti, il sindacato dovrebbe affrontare “senza tabù” la questione dell’articolo 18, cioè cominciare a rinunciarvi. Ci sono quindi molte ragioni immediatamente sindacali che portano alla necessità di uno sciopero generale contro le scelte di questo governo. Ma ce n’è anche una di significato più vasto, che è bene non trascurare. Il governo Monti, si dice, ha un grande consenso di opinione pubblica. Questa è una parziale verità e una sostanziale mistificazione. Infatti, chi afferma questo, dimentica di dire che il governo Monti ha il consenso di oltre il 90% del Parlamento, del Presidente della Repubblica, del 98% della carta stampata e del 100% delle grandi televisioni. Di fronte a questo consenso di regime enorme, il consenso reale nell’opinione pubblica del governo non raggiunge il 60%. C’è quindi una parte enorme del paese che non  condivide le scelte del governo, nonostante il sostegno istituzionale e mediatico enorme che esso raccoglie.
Di fronte a tutto questo è compito di chiunque creda nei diritti, nella democrazia, nell’uguaglianza sociale, scendere in lotta per non lasciare campo libero a una protesta populista, reazionaria, xenofoba. Non parliamo affatto dei tassisti o degli autotrasportatori. La loro protesta ha sicuramente degli elementi di ambiguità, ma parte da un’indignazione comprensibile. Non si può sostenere realmente che la crisi economica si risolve aumentando le licenze per i taxi o per le farmacie. Questo è un vero e proprio depistaggio propagandistico, che fa parte di quella campagna ideologica che cancella le ragioni reali della crisi, il debito, l’usura della finanza internazionale, le politiche restrittive invece che quelle espansive di bilancio, la distruzione del pubblico. Invece si dà la colpa ai tassisti, come nel film Johnny Stecchino si spiegava al protagonista che il problema di Palermo era il traffico.
Ecco, contro questo depistaggio occorre che scenda in campo il movimento sindacale e democratico e lo sciopero del 27 è un primo segnale di una mobilitazione necessaria.
Poi seguirà la manifestazione della Fiom dell’11 febbraio e le iniziative proposte a tutti i movimenti di lotta per marzo dal movimento No Debito. Si tratta di scendere in piazza per affermare un’idea di uscita dalla crisi opposta, sia a quella del capitalismo delle multinazionali, di cui il governo è interprete, sia a quella del populismo reazionario, agitata in particolare dalla Lega Nord. Si tratta, cioè, di difendere il lavoro e la democrazia. Dovrebbero farlo anche Cgil, Cisl e Uil, invece che farsi imprigionare in una trattativa in perdita sul mercato del lavoro. Se però i grandi sindacati confederali non lo fanno non è per questo giusto rimanere a casa. Bene quindi lo sciopero del 27 e tutte le lotte che portano e porteranno i diritti del lavoro e la democrazia in piazza.